Che cosa resterà di me?
Che cosa resterà di me, del transito terrestre? Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita? — Franco Battiato, Mesopotamia
Davanti al cadavere di una persona cara diciamo: “È lui”. Ma nello stesso momento sappiamo: “Non è più lui come era prima”. In questa tensione c'è qualcosa di pietrificante, ma anche di produttivo perché ci costringe a pensare ciò che normalmente diamo per scontato: che cosa intendiamo quando diciamo persona?
Ci vuole fede per credere che una persona sopravviva al proprio cadavere. Ma ci vuole fede anche per credere che, morendo, sprofondi nel nulla. La morte del corpo è un fatto osservabile, la sopravvivenza di una qualche parte della persona, così come il suo annientamento assoluto, sono invece ipotesi metafisiche. Ci troviamo davanti a una soglia oltre la quale non sappiamo. Dire che della persona, dopo la morte, non rimane assolutamente nulla è già un'interpretazione che va oltre l'esperienza. Ma neppure il contrario è dimostrabile: non sapere se tutto finisce non significa sapere che qualcosa continua. Davvero, non lo so.
Vi sono filosofie che affermano l'eternità dell'essere, o della natura di cui siamo parte. In una prospettiva spinoziana, per esempio, siamo modi finiti dell'unica sostanza infinita ed eterna: la Natura. Possiamo immaginarla come un oceano e noi come onde. L'onda nasce, si modifica e scompare; l'oceano permane. Ma questa immagine lascia aperta una domanda essenziale: in quale senso l'onda continua a esistere quando non è più un'onda? Si può dire che nulla di ciò che è viene sottratto alla natura, che ciò che ci costituisce continua ad appartenere alla realtà. Ma questa è una permanenza impersonale. E dal punto di vista esistenziale, che differenza c'è tra essere ancora, ma senza saperlo, e non esserci più? Se non permane la coscienza di sé, la memoria, la percezione della propria individualità, in quale senso posso dire che io continuo a esistere?
Forse il punto più difficile è proprio questo: l'uomo desidera essere eterno come individuo, con il proprio nome, la propria memoria, la propria storia, i propri affetti, la propria coscienza. Ma molte concezioni filosofiche e sapienziali sembrano condurlo nella direzione opposta: più sei qualcuno, più sei perituro; più sei nessuno, più sei immortale. E se l'eterno implica la dissoluzione dell'individuo, resta da chiedersi se abbia ancora senso chiamare quella permanenza "la mia immortalità".
Il teismo offre una risposta molto diversa e, dal punto di vista esistenziale, molto più semplice. Alla domanda: Che ne sarà di me? risponde: Sopravvivi tu. Tu, proprio tu. Non sopravvive soltanto la natura. Non sopravvive soltanto una sostanza impersonale. Non continua soltanto l'essere. Continui tu. È probabilmente questa la componente più profondamente consolatoria del teismo. Ma il fatto che desideriamo l'immortalità individuale non dimostra che l'immortalità personale esista. E, simmetricamente, il fatto che non abbiamo esperienza di una sopravvivenza personale non dimostra che essa non esista. Siamo quindi sospesi tra possibilità diverse. Non abbiamo una conoscenza conclusiva di nessuna di esse. Possiamo costruire metafisiche, formulare argomenti, aderire a una fede, coltivare una speranza. Ma non possiamo trasformare nessuna di queste cose in ciò che non è: conoscenza.
Personalmente, oggi, trovo più plausibile una concezione nella quale la mia individualità sia destinata a cessare, mentre la realtà di cui sono parte continua senza di me. Ma accettare questa possibilità non significa aver risolto il problema. Significa, semmai, cercare di fare i conti con ciò che mi appare più plausibile senza trasformarlo in una certezza. Forse la filosofia, davanti alla morte, non deve necessariamente darci una risposta. Può anche aiutarci a distinguere ciò che sappiamo da ciò che desideriamo, ciò che possiamo pensare da ciò che possiamo conoscere. La posizione più rigorosa potrebbe allora essere anche la più semplice: so ciò che vedo; oltre ciò che vedo posso pensare, sperare, credere. Ma non posso sapere. E forse imparare a morire significa anche imparare, poco alla volta, a vivere senza una risposta definitiva alla domanda: che cosa resterà di me?
Il bisogno di Itaca
«Tutto è compiuto.» (Vangelo di Giovanni)
Concludiamo appagati un lavoro iniziato, risolviamo compiaciuti un problema che ci aveva impegnati, raggiungiamo con soddisfazione una meta prefissata. La conclusione ci dà un senso di compiutezza. È come ritornare finalmente a una propria Itaca, logica e psichica: un luogo nel quale il pensiero trova ordine e la mente riposo. Non è casuale che i grandi teismi abbiano offerto all'uomo l'idea di un compimento ultimo. Nel cristianesimo questa aspirazione trova una formulazione radicale nelle parole attribuite a Cristo sulla croce: «Tutto è compiuto».
Al contrario, l'incompiuto genera inquietudine: una domanda senza risposta, un progetto interrotto, una spiegazione mancante ci rodono dentro. Siamo fatti così: la mente tende spontaneamente a cercare un ordine, una conclusione, una forma definitiva. Ma questa aspirazione incontra un limite invalicabile: la realtà nella sua totalità non è accessibile alla conoscenza umana.
Kant ha espresso questo limite distinguendo il fenomeno, ciò che appare e che possiamo conoscere, dalla cosa in sé, il noumeno, che rimane oltre le possibilità della nostra esperienza. L'uomo può conoscere il mondo così come gli appare, attraverso le forme della propria sensibilità e del proprio intelletto, ma non può oltrepassare il confine che separa il fenomeno dalla realtà ultima. Il disagio di fronte all'incompiuto nasce forse proprio dal rifiuto di questo limite. Non è un caso che gran parte della filosofia successiva a Kant abbia cercato in vari modi di superare la separazione tra fenomeno e noumeno. L'idealismo tedesco può essere interpretato anche come il tentativo di ricondurre a unità ciò che Kant aveva distinto. Era il tentativo della filosofia di liberarsi dall'incompiuto.
Ma forse l'incompiuto non è un difetto della conoscenza, bensì una sua condizione costitutiva. Non è ciò che resta in attesa di essere eliminato, ma il confine naturale entro cui si svolge la nostra esperienza del mondo. Occorre forse una pedagogia dell'incompiuto: un'educazione che ci insegni non soltanto a perseguire mete e costruire conoscenze, ma anche ad abitare l’incompiuto. La nostra ragione continuerà a cercare la sua Itaca, ma dovrà imparare che il viaggio stesso appartiene alla nostra condizione. Il limite non è soltanto ciò che ci manca: è anche ciò che rende possibile il nostro cammino.
Commensurabile e incommensurabile. Cosmologia ed esiti etici
Ogni ideologia totalizzante contrae il reale: restringe e costringe il mondo a un'idea. Anche le ideologie, tuttavia, appartengono alla natura: senza la lunga storia evolutiva che ha prodotto il cervello umano non vi sarebbero né religioni, né filosofie, né costruzioni politiche. La storia del Novecento ha mostrato con tragica evidenza che la violenza estrema non nasce solo da una particolare inclinazione personale al male, ma prende corpo quando un'idea assolutizzata occupa il posto del reale.
Una concezione naturalistica e cosmologica opera nella direzione opposta: relativizza la posizione dell'uomo nell'universo. L'essere umano è un episodio dell'evoluzione, una manifestazione di un ordine infinitamente più vasto che lo precede, lo genera e lo eccede. Questo decentramento non produce automaticamente la virtù. Anche la natura può essere ideologizzata e la crudeltà simbolica di cui gli esseri umani sono capaci può sovrapporsi ad essa. Ricerche antropologiche documentano società che vivevano in strettissimo rapporto con il mondo naturale e praticavano torture protratte per giorni o il rimpicciolimento rituale delle teste dei nemici (tsantsa).
Non penso che una consapevolezza cosmologica fondi un'etica samaritana, ma può educare al senso della misura. Non è la semplice vicinanza alla natura a generare solidarietà, bensì una disciplina dello sguardo: la capacità di sostare al cospetto del mondo senza ridurlo alle nostre proiezioni. Non è certo la contemplazione di un fiore a rendere impossibile la violenza, ma la comprensione, attraverso di esso, della sproporzione tra l'incommensurabile ordine del cosmo e le vicende della storia umana. Chi abbia realmente maturato questa consapevolezza difficilmente considererà un'idea politica, una confessione religiosa o un'appartenenza identitaria tanto assolute da valere più della vita concreta di un altro essere umano.