«Tutto è compiuto.» (Vangelo di Giovanni)
Concludiamo appagati un lavoro iniziato, risolviamo compiaciuti un problema che ci aveva impegnati, raggiungiamo con soddisfazione una meta prefissata. La conclusione ci dà un senso di compiutezza. È come ritornare finalmente a una propria Itaca, logica e psichica: un luogo nel quale il pensiero trova ordine e la mente riposo. Non è casuale che i grandi teismi abbiano offerto all'uomo l'idea di un compimento ultimo. Nel cristianesimo questa aspirazione trova una formulazione radicale nelle parole attribuite a Cristo sulla croce: «Tutto è compiuto».
Al contrario, l'incompiuto genera inquietudine: una domanda senza risposta, un progetto interrotto, una spiegazione mancante ci rodono dentro. Siamo fatti così: la mente tende spontaneamente a cercare un ordine, una conclusione, una forma definitiva. Ma questa aspirazione incontra un limite invalicabile: la realtà nella sua totalità non è accessibile alla conoscenza umana.
Kant ha espresso questo limite distinguendo il fenomeno, ciò che appare e che possiamo conoscere, dalla cosa in sé, il noumeno, che rimane oltre le possibilità della nostra esperienza. L'uomo può conoscere il mondo così come gli appare, attraverso le forme della propria sensibilità e del proprio intelletto, ma non può oltrepassare il confine che separa il fenomeno dalla realtà ultima. Il disagio di fronte all'incompiuto nasce forse proprio dal rifiuto di questo limite. Non è un caso che gran parte della filosofia successiva a Kant abbia cercato in vari modi di superare la separazione tra fenomeno e noumeno. L'idealismo tedesco può essere interpretato anche come il tentativo di ricondurre a unità ciò che Kant aveva distinto. Era il tentativo della filosofia di liberarsi dall'incompiuto.
Ma forse l'incompiuto non è un difetto della conoscenza, bensì una sua condizione costitutiva. Non è ciò che resta in attesa di essere eliminato, ma il confine naturale entro cui si svolge la nostra esperienza del mondo. Occorre forse una pedagogia dell'incompiuto: un'educazione che ci insegni non soltanto a perseguire mete e costruire conoscenze, ma anche ad abitare l’incompiuto. La nostra ragione continuerà a cercare la sua Itaca, ma dovrà imparare che il viaggio stesso appartiene alla nostra condizione. Il limite non è soltanto ciò che ci manca: è anche ciò che rende possibile il nostro cammino.