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Martedì, 04 Agosto 2026 13:06

Il bisogno di Itaca

Scritto da 
  Le tre età dell'uomo, Caspar David Friedrich Le tre età dell'uomo, Caspar David Friedrich

«Tutto è compiuto.» (Vangelo di Giovanni)

 

Concludiamo appagati un lavoro iniziato, risolviamo compiaciuti un problema che ci aveva impegnati, raggiungiamo con soddisfazione una meta prefissata. La conclusione ci dà un senso di compiutezza. È come ritornare finalmente a una propria Itaca, logica e psichica: un luogo nel quale il pensiero trova ordine e la mente riposo. Non è casuale che i grandi teismi abbiano offerto all'uomo l'idea di un compimento ultimo. Nel cristianesimo questa aspirazione trova una formulazione radicale nelle parole attribuite a Cristo sulla croce: «Tutto è compiuto». 

Al contrario, l'incompiuto genera inquietudine: una domanda senza risposta, un progetto interrotto, una spiegazione mancante ci rodono dentro. Siamo fatti così: la mente tende spontaneamente a cercare un ordine, una conclusione, una forma definitiva. Ma questa aspirazione incontra un limite invalicabile: la realtà nella sua totalità non è accessibile alla conoscenza umana.

Kant ha espresso questo limite distinguendo il fenomeno, ciò che appare e che possiamo conoscere, dalla cosa in sé, il noumeno, che rimane oltre le possibilità della nostra esperienza. L'uomo può conoscere il mondo così come gli appare, attraverso le forme della propria sensibilità e del proprio intelletto, ma non può oltrepassare il confine che separa il fenomeno dalla realtà ultima. Il disagio di fronte all'incompiuto nasce forse proprio dal rifiuto di questo limite. Non è un caso che gran parte della filosofia successiva a Kant abbia cercato in vari modi di superare la separazione tra fenomeno e noumeno. L'idealismo tedesco può essere interpretato anche come il tentativo di ricondurre a unità ciò che Kant aveva distinto. Era il tentativo della filosofia di liberarsi dall'incompiuto.

Ma forse l'incompiuto non è un difetto della conoscenza, bensì una sua condizione costitutiva. Non è ciò che resta in attesa di essere eliminato, ma il confine naturale entro cui si svolge la nostra esperienza del mondo. Occorre forse una pedagogia dell'incompiuto: un'educazione che ci insegni non soltanto a perseguire mete e costruire conoscenze, ma anche ad abitare l’incompiuto. La nostra ragione continuerà a cercare la sua Itaca, ma dovrà imparare che il viaggio stesso appartiene alla nostra condizione. Il limite non è soltanto ciò che ci manca: è anche ciò che rende possibile il nostro cammino.

Ultima modifica il Mercoledì, 05 Agosto 2026 12:16

2 commenti

  • Link al commento Salvatore Porrovecchio Martedì, 04 Agosto 2026 19:01 inviato da Salvatore Porrovecchio

    Caro Bruno, leggo queste tue righe e sento che non sono solo pensiero: sono un varco. Hai scritto qualcosa che assomiglia a una soglia — quella tra il bisogno umano di chiudere il cerchio e il mistero che si rifiuta di lasciarsi chiudere. Mi ha toccato in particolare quel passaggio su Itaca. Perché Itaca, nel mito, non è mai davvero il punto d’arrivo — è la promessa che rende sopportabile il mare aperto. E forse è proprio questo il segreto esoterico che il tuo scritto sfiora senza nominarlo: che il “Tutto è compiuto” pronunciato sulla croce non è la fine di un cammino, ma l’apertura di un varco. Non chiude — trasfigura. È la parola detta nell’attimo in cui il tempo lineare si piega e qualcosa d’altro si affaccia: l’eterno che attraversa il compiuto.
    Le tradizioni iniziatiche dicono da sempre che il velo — il noumeno kantiano ha un fratello più antico, il pardes, il giardino nascosto della Qabbalah, l’apeiron dei presocratici — non è un ostacolo alla conoscenza ma la sua matrice. Non lo si oltrepassa: ci si abita dentro, come il seme abita il buio prima di sapere che diventerà albero. L’incompiuto non è mancanza di luce, è la luce non ancora dispiegata.
    Tu scrivi di una “pedagogia dell’incompiuto”. Io la chiamerei quasi un’ascesi del non-sapere — quella che i mistici chiamavano docta ignorantia. Non è rinuncia alla ragione, ma la ragione che finalmente si inchina davanti a ciò che la eccede, e in quell’inchino trova, paradossalmente, riposo.
    Il tuo viaggio, Bruno, è già la tua Itaca. Grazie per averlo condiviso — con affetto, e con la stessa inquietudine feconda di cui parli.

    Rapporto
  • Link al commento Bruno Vergani Mercoledì, 05 Agosto 2026 11:08 inviato da Bruno Vergani

    Commento di Salvatore Fricano

    L'incompiuto, come percepito da noi esseri umani, "non è un difetto della conoscenza, ma una sua condizione costitutiva". Concordo! Tu, caro Bruno, proponi una pedagogia dell'incompiuto. Bello e giusto.
    Nel mio piccolo ti dico che esiste già una filosofia dell'incompiuto, ed è in Karl Jaspers. Il suo concetto di Umgreifende mi pare che sia molto vicino a quello che tu hai evidenziato in questo tuo post. Ormai il filosofare apodittico è tramontato, e dobbiamo avviarci verso una via incerta.
    "Noi non viviamo immediatamente nell'essere, e per questo la verità non è un nostro possesso definitivo; noi viviamo invece nell'esserci temporale: la verità è la nostra via."
    K. Jaspers, Della Verità, Bompiani, Milano, 2015, p. 7.

    Rapporto

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