BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Sabato, 28 Febbraio 2026 20:42

Liturgia delle ore

Quanto è routinaria la gatta di casa: sempre le stesse cose alla stessa ora.


«Hai fatto la luna per segnare i tempi e il sole che sa l’ora del tramonto» (Sal 104), recitano i monaci. Eppure i più precisi nell’abitare questo ordine ricorsivo non sono loro, ma gli animali.

Forse è un buon modo di stare al mondo. 

Pubblicato in Sacro&Profano
Mercoledì, 25 Febbraio 2026 16:28

Esperienza e concettualizzazione

Orto botanico. «Come si chiama questa?» Nel nominarla aveva scambiato la presenza con la definizione. La pianta restava dov’era, ma il suo sguardo ora si posava sul nome.

Niente di grave. Ci sono molti modi di vedere. E la pianta, nominata o no, continuava a esserci.

Pubblicato in Erbario
Lunedì, 16 Febbraio 2026 17:07

Il diritto a essere uno qualunque

Non penso che “tutti i problemi del mondo derivino dall’incapacità dell’uomo di stare seduto da solo in una stanza”. È una buona metafora, però, per indicare quanto ci sia difficile permanere nella semplice esperienza di essere. In quello stato sembra esserci qualcosa di scomodo. Allora agiamo, progettiamo, miglioriamo, implementiamo.
Questa spinta è in parte biologica e psichica: la volontà di potenza descritta da Adler, come compensazione di un’originaria vulnerabilità; il conatus di Baruch Spinoza, per cui ogni individuo tende a perseverare nel proprio essere. Non c’è nulla di patologico nell’autoaffermazione: è naturale.

Ma accanto a queste forze vi sono imperativi culturali:
Affermati.
Sii giusto e responsabile del mondo.

A essi si aggiungono richieste più sottili: eccelli, aggiornati, sii visibile, sii erudito. Nobili o meno, questi imperativi hanno una loro necessità storica e sociale. Forse servono a coordinare, a motivare, a tenere insieme le comunità. Ma non sembrano avere un fondamento metafisico. Non sono leggi dell’essere. Forse qui si apre uno spazio delicato: non ottemperare a tali prescrizioni non equivale a essere in difetto davanti a un tribunale ontologico.
Se, come afferma Spinoza, non vi è libero arbitrio assoluto, e se l’io è un modo finito determinato da cause, allora anche capacità e incapacità dipendono da ciò che ci precede. Essere saggi o stolti, attivi o ritirati, forti o fragili, non è una creazione ex nihilo del soggetto.

Da qui nasce, forse, un diritto elementare e poco riconosciuto:
il diritto a non essere capace;
il diritto a non potere;
il diritto a non eccellere;
il diritto a essere tristi;
il diritto a non essere centrali;
il diritto a rispondere a "sii così" “fai così” con “non ne vedo la necessità”.

Non come rivendicazione polemica, ma come riconoscimento della propria misura.
Questo non implica indifferenza né rifiuto del bene. Forse significa solo sottrarsi all’illusione di esserne il garante. Chi è mosso a trasformare il mondo continuerà a farlo; chi è portato a una vita più semplice continuerà a viverla. La comprensione della necessità non paralizza l’azione: forse la rende meno febbrile, meno carica di autoimportanza.

Questa libertà dagli imperativi, almeno talvolta, la sperimento camminando nel giardino, immerso tra le piante: lì senza niente da dover raggiungere sono semplicemente al mio posto, ed è un bel posto.

Pubblicato in Frammenti Autobiografici
Giovedì, 12 Febbraio 2026 11:01

Quello bravo

«Venne infine a fare la sua scelta [di una nuova incarnazione] l’anima di Odisseo […] ed essa, guarita dall’ambizione per il ricordo dei travagli passati, andò a lungo in cerca della vita di un uomo tranquillo e appartato, di uno qualunque».
(Platone, Repubblica, X, mito di Er)

 

L’elogio può essere utile. Ma diventa insidioso quando ci ingabbia in una dinamica di aspettative.

“Bravo!” significa: continua così, resta lì, ripeti.

E se la vita, invece, ci portasse altrove — a fare tutt’altro?

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Lunedì, 09 Febbraio 2026 18:07

Sfasamenti

La gatta che sonnecchia vive spontaneamente in presa diretta e coincide perfettamente con la sua natura. Anche noi, nel sonno profondo, coincidiamo col nostro essere. Ma non appena iniziamo a sognare, ci svegliamo e viviamo nel mondo: allora ci risulta più complicato coincidere con noi stessi, perché, per struttura, ci rappresentiamo e filtriamo l’esperienza attraverso idee, concetti e enunciati.

Quasi tutte le discipline umane operano in questo registro di rappresentazione. L’essere immediato è quasi sempre assente e, spesso, non viene nemmeno considerato. Affiora soltanto in parte nell’arte, in certa psicologia, in qualche esperienza mistica.

Il paradosso è chiaro: conosciamo ciò che ci rappresentiamo e, nel frattempo, rischiamo di dimenticare ciò che realmente siamo.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Venerdì, 06 Febbraio 2026 16:45

Spezie forti

Approfondendo un po’, ci si accorge che non di rado le teologie giudicate eretiche dalla Chiesa cattolica sono state proprio quelle che, in un modo o nell’altro, ne indebolivano il ruolo di istituzione storica. Quando una dottrina rende la Chiesa meno necessaria, meno centrale, scatta facilmente l’allarme.

Ci sono però delle eccezioni. Una delle più interessanti è la teologia apofatica, una teologia “per sottrazione” che, consapevole dell’impossibilità di definire Dio, sceglie di parlarne dicendo ciò che non è. Una via antica, di impronta neoplatonica, per certi versi vicina alle spiritualità orientali e decisamente lontana dalla cristologia più canonica.

Se la teologia apofatica fosse presa sul serio fino in fondo dalla massa dei fedeli, minerebbe alla radice la dottrina dell’incarnazione divina e, con essa, la funzione della Chiesa come istituzione storica ben piantata nel tempo. Un Dio radicalmente ineffabile si concilia male con un Dio che entra nella storia, prende carne, parla, fonda una comunità. Eppure questa teologia non solo non è stata condannata, ma è stata in qualche modo tollerata. Probabilmente perché è sempre rimasta una concezione di nicchia: praticata qua e là da qualche Padre della Chiesa, coltivata da mistici e teologi raffinati, ma raramente proposta come dieta quotidiana per il popolo dei fedeli.

Col tempo, però, queste sensibilità neoplatoniche hanno lentamente impregnato la liturgia e l’immaginario comune. Un segnale eloquente è l’uso massiccio del termine “mistero”: quasi assente nella Bibbia e nei Vangeli, ma onnipresente nella teologia e nella liturgia cattolica a partire da san Paolo. Il punto interessante è che questa tolleranza non ha prodotto il temuto cortocircuito mentale: da una parte un Dio assolutamente trascendente e indicibile, dall’altra un uomo in carne e ossa che afferma senza esitazioni “Io sono la via, la verità e la vita”, apparentemente azzerando ogni mistero.

Invece di esplodere, le due cose si sono mescolate. La teologia apofatica ha funzionato un po’ come le spezie forti: da sole sono immangiabili, ma dosate con intelligenza esaltano il piatto. La miscela di trascendenza e incarnazione ha prodotto così una formula singolare: Dio è pienamente rivelato in Cristo e tuttavia resta, ontologicamente, mistero. Dal punto di vista di un illuminista irriducibile, la formula scricchiola un po’. Logicamente non è un capolavoro di coerenza. Ma qui sta il punto: ciò che conta è che questa architettura simbolica sia stata accettata – e interiorizzata senza troppi attriti – da generazioni di credenti, colti e non. E che abbia prodotto, spesso, un equilibrio esistenziale, talvolta superiore, a quello dell’illuminista impenitente.

Per il credente, infatti, il mistero non è un buco nella conoscenza, un fallimento del pensiero. È una realtà da celebrare. Qualcosa che, paradossalmente, meno si possiede più si sente di abitarla; meno la si conosce, più la si vive; più è inaccessibile, più è fondante. C’è qualcosa di sano, e forse di necessario, in questa celebrazione non del tutto razionale. In questi tipi umani che si decentrano da sé, che rinunciano alla pretesa di comprendere sempre tutto. Un po’ dispiace vedere le chiese sempre più vuote: non tanto per nostalgia dell’istituzione, quanto per la perdita di questa singolare sapienza del limite.

Pubblicato in Sacro&Profano
Lunedì, 02 Febbraio 2026 18:53

Doppio registro (bis)

C’è Auschwitz: un dato di fatto che sembra rendere impossibile l’esistenza di un Dio-persona, infinitamente buono e onnipotente. Il dilemma classico della teodicea — come conciliare il male estremo con una divinità che vuole e può il bene — non è un esercizio astratto. Lo ritroviamo quotidianamente nelle oncologie pediatriche, nella sofferenza inflitta e subita oltre ogni misura.

Tuttavia, forse Auschwitz, le malattie dei bambini e le guerre non dimostrano necessariamente l’inesistenza di Dio. Sono, piuttosto, l'indizio che ciò che chiamiamo "Dio" non sia una persona morale, bensì un funzionamento necessario e impersonale della realtà, situato strutturalmente al di là del bene e del male. Il bene e il male, dunque, non riguardano l’essere in quanto tale, ma il mondo degli uomini. Per questo è essenziale mantenere distinti — e al contempo abitabili — due diversi registri [1].

Il registro umano, storico e personale: qui il bene e il male esistono concretamente. Esistono perché esistono esseri capaci di soffrire, di agire, di scegliere e di rispondere delle proprie azioni. Auschwitz appartiene interamente a questo registro: non come "evento metafisico", ma come crimine umano assoluto. Poi abbiamo il registro della realtà impersonale: la dimensione naturale dell'essere che segue leggi proprie, indifferenti alle categorie morali umane.

Confondere questi due piani può generare due errori simmetrici e altrettanto distruttivi: se si assume l'amoralità della realtà per cancellare le categorie umane, si finisce per pensare che Auschwitz, in fondo, "non sia un problema", derubricandolo a semplice fatto naturale. Viceversa se si elimina la dimensione impersonale proiettando la nostra giustizia umana a livello assoluto, si rischia di pretendere di sapere, senza alcun dubbio, verso quale fine debba tendere il mondo. Anche in questo caso, paradossalmente, Auschwitz potrebbe smettere di essere un problema, venendo giustificato in nome di un presunto "bene assoluto" o di un piano provvidenziale. Voglio dire che un conto è prodigarsi per il bene comune, proteggendo il debole e risarcendo l'ingiustizia per quanto umanamente possibile; altra cosa è l’esaltazione che presume di agire in nome di una etica assoluta e risolutiva.

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1 Cfr. Orlando Franceschelli, In nome del bene e del male, Donzelli editore. Segnavia: due formule imprescindibili. Al di là del bene e del male (soprannaturali e naturali), pag. 35.

 
Pubblicato in Filosofia di strada

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