Bruno Vergani
Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.
Nicchie di abitabilità: tra accettazione e resistenza
Possiamo vedere il mondo come un fatto che non ha doveri verso di noi, dove ogni cosa è come dev’essere perché non può essere altrimenti. Oppure possiamo giudicarlo colpevole, sbagliato, assurdo o ostile e postulare un altrove perfetto in cui essere risarciti dall’ingiustizia subita, oppure possiamo attuare una rivolta — mugugnante o militante — contro il corso delle cose, sospinti da una sottile utopia di altrove ideale.
Non so se siamo più liberi accordandoci agli eventi avversi o combattendoli. Constato che esistono filosofie e temperamenti inclini all’accettazione del mondo, altri al suo rifiuto. Ma, più che un aut aut di accettazione o ribellione in forma pura, vedo quasi sempre una mescolanza delle due posture. Non è raro che simultaneamente si accetti e si lotti contro qualcosa che si sa non può essere altrimenti. Com’è possibile?
Forse perché non stiamo cercando di giudicare il mondo, ma di starci. Forse perché, dentro l’indifferenza della natura, si tenta di scavare, nella sua potenza che ci eccede, nicchie umane di abitabilità. Accettare, qui, non è approvare. È smettere di accusare. Contrastare, qui, non è negare la necessità, è difendere una soglia. Non c’è contraddizione in questo doppio movimento. C’è finitudine che cerca spazio e postura. Visto che siamo qui, vediamo come starci.
L’ordine della natura
E chi è quel padre tra voi, il quale, se il figliuolo gli chiede del pane, gli dia una pietra? ovvero anche un pesce, e in luogo di pesce, gli dia una serpe? Ovvero anche, se gli domanda un uovo, gli dia uno scorpione? (Luca 11)
Quando parliamo di physis parliamo, molto semplicemente, della natura che funziona da sé: ciò che nasce, cresce, produce effetti. Parliamo della natura che ci precede e ci fa, visto che non ci siamo fatti da noi. Ma cosa rende possibile questo funzionamento per lo più ordinato, dove un uovo è un uovo e uno scorpione è uno scorpione? Riducendo all’osso, le risposte si sono raccolte attorno a due grandi idee. O l’ordine è immanente alla natura stessa, oppure è trascendente, cioè viene da altro: Dio, una mente ordinatrice, un principio superiore. Anche le posizioni intermedie — dalle mediazioni serie di immanenza e trascendenza agli ambigui paciughi — restano, in fondo, dentro questa alternativa, ancorate allo stesso paradigma.
Ma forse questo modo di porre la questione dice più di noi che della natura. Forse immanenza e trascendenza non sono proprietà ultime del reale, ma categorie umane, modi con cui cerchiamo di orientarci in qualcosa che ci supera.
Spinoza offre qui un’intuizione decisiva. Egli sostiene che la realtà — Dio o Natura — si esprime in infiniti attributi, cioè in infiniti modi fondamentali di essere. Noi ne conosciamo soltanto due: il pensiero e l’estensione, la mente e i corpi. Tutto ciò che comprendiamo del mondo passa attraverso questi due registri. Ma questo non significa che la realtà sia riducibile ad essi; significa piuttosto che la nostra esperienza è limitata e che molto ci è precluso. La physis esprimendosi in infiniti attributi, può operare secondo dimensioni che non sappiamo nemmeno pensare, perché non rientrano nella nostra forma di vita.
Forse, allora, il punto è riconoscere che i concetti di immanenza e trascendenza sono modi umani di incontrare la natura, non la sua ultima verità. Se potessimo sperimentare infiniti attributi, se potessimo accedere ad altri modi di essere, probabilmente ciò che oggi chiamiamo ordine apparirebbe come una sezione, non come il tutto. La physis resta così ciò che è sempre stata: una realtà che ci precede, ci vincola e ci sostiene, ma che eccede le nostre idee. Ed è proprio questo eccesso — non la sua riduzione — che rende l’indagine necessaria e inesauribile.
Livelli di realtà
La fisica teorica ci mostra che, a livello subatomico, la realtà si dà come interazione, relazione, evento dipendente dal contesto. A quel livello il ruolo dell’osservatore è costitutivo: il punto di vista contribuisce a determinare ciò che accade, e parlare di realtà relazionale ha un senso preciso e rigoroso.
Ma le cose cambiano al mutare di scala. A livello atomico e biologico del nostro vivere quotidiano la realtà funziona diversamente. In più di quarant’anni di lavoro come erborista preparatore non mi è mai accaduto che una pianta tossica, osservata da un altro punto di vista o collocata in un contesto diverso, diventasse curativa. Identificare una pianta, raccoglierla nel tempo giusto, trasformarla rispettandone le proprietà significa confrontarsi quotidianamente con un ordine naturale che ci precede, un ordine che non negozia e non relativizza, o lo si riconosce, oppure si sbaglia. E lo sbaglio non è teorico, ma reale: inefficacia, danno, talvolta pericolo.
Questa esperienza elementare, ovvia e reiterata per decenni, costituisce un’evidenza empirica incontestabile: esiste un fondamento naturale, una physis, un logos physikos, che non dipende dal nostro sguardo, ma al quale il nostro sguardo deve adeguarsi. Non si tratta di un fondamento teologico né di un principio idealistico: nessuna mente lo costituisce, nessun Dio lo garantisce. È la natura stessa, nella sua necessità immanente.
La natura è in realtà così autoevidente che dovrebbe essere semplice riconoscerla come potenza fondante. Non è la fisica dei quanti a offuscarne l’evidenza, ma la confusione dei livelli: l’estensione indebita di categorie valide a un piano della realtà a tutti gli altri. Il disagio che proviamo di fronte ai concetti controintuitivi della fisica quantistica è probabilmente un disagio sano, perché segnala proprio questo slittamento.
Se la realtà fosse soltanto relazione, se le proprietà emergessero dal punto di vista, l’erboristeria sarebbe impossibile — come ogni sapere pratico fondato sulla natura. Lo stesso vale per il lavoro dei contadini, che vedono germogliare ciò che seminano. Non a caso physis, per i Greci, rimanda all’idea di crescere e nascere, e i Romani la tradussero con natura: ciò che sta per nascere, ciò che viene alla luce secondo un ordine proprio.
In questo senso, l’esperienza mi ha condotto, prima ancora che al naturalismo filosofico, a una conoscenza diretta della physis: una forma elementare ma robusta di naturalismo empirico. Oggi mi è chiaro che molta filosofia contemporanea non nega la natura perché l’abbia confutata, ma perché ha smesso di incontrarla. Quando la conoscenza si separa dalla pratica e il concetto si distanzia dall’esperienza, il mondo diventa fragile, reversibile, opinabile. E allora il nichilismo non è una scelta: è un esito.
Sull’eguaglianza di tutte le cose, bis
Ho terminato la lettura del libro di Rovelli Sull’eguaglianza di tutte le cose. La tesi dell’autore può essere riassunta in poche parole. Richiamandosi alla fisica quantistica, Rovelli rifiuta le concezioni filosofiche, religiose e metafisiche che postulano un fondamento ultimo di ciò che esiste. In particolare, pur senza mai citarlo prende le distanze dal concetto classico di “sostanza” della tradizione occidentale: l’idea di una realtà che esiste in sé, causa di sé, la cui essenza implichi necessariamente l’esistenza.
All’opposto, Rovelli concepisce la “realtà” come un fluttuare di complessità caleidoscopiche, in cui le cose sono ciò che sono solo nell’interazione reciproca. Un intreccio di enti ed eventi che noi, in quanto osservatori, cogliamo e condividiamo ciascuno dalla propria angolazione parziale. E tuttavia per Rovelli non si tratta di illusioni: sono enti ed eventi esistenti e comunicabili, a loro modo “reali” e “veri”, sebbene intrinsecamente circoscritti, incompleti e provvisori.
Il punto, a mio avviso, sta nel chiarire che cosa intendiamo quando parliamo di “fondamento” e di “sostanza”. Se con questi concetti intendiamo costruzioni culturali che pretendono di porsi come spiegazione ultima del mondo, ma che in realtà sono mere invenzioni umane senza riscontro nella realtà, allora Rovelli ha ragioni da vendere nel giudicarle fuorvianti. Ma il discorso cambia se li intendiamo in chiave naturalistica: come termini che dicono semplicemente che non ci siamo fatti da soli, che apparteniamo a una natura che ci precede, ci contiene e ci costituisce.
In questo senso, un’ontologia della sostanza e un’ontologia dell’interazione non devono necessariamente escludersi. Una possibile sintesi è offerta dalla relazione che Spinoza istituisce tra la sostanza eterna e infinita, causa di sé, e i suoi modi finiti, mutevoli e provvisori. Come il mare che produce le sue onde: metaforicamente eterne ed effimere insieme. Eterne perché fatte della stessa natura del mare; effimere perché circoscritte, parziali, destinate a comparire e a sparire.
Il problema di fondo del pensiero di Rovelli non è scientifico, ma filosofico: egli fa fisica senza physis [1]. La natura non è più un ordine che autosussiste, un principio immanente di generazione e necessità, indipendente da noi e dalle nostre teorie, ma diventa l’esito sempre rivedibile di relazioni, interazioni e descrizioni. Ciò che è non vale più in sé, ma solo per qualcuno o per qualcosa. In questo slittamento silenzioso la fisica cessa di essere scienza della natura e si trasforma in un’epistemologia radicalizzata.
Quando Rovelli afferma che le cose “esistono e non esistono”, che tutto è relativo a un sistema, a un’interazione, a un osservatore, egli non sta più facendo soltanto fisica teorica, sta assumendo, senza dichiararlo, una metafisica. Ed è una metafisica debole, perché priva di physis. Fra Dio che garantiva il senso e il nulla che lo dissolve, non viene considerata l’evidenza dell’ordine autosussistente della natura, il logos physikos (come per esempio suggerisce un filosofo naturalista del calibro di Karl Löwith). Il risultato è un nichilismo educato, espresso con il linguaggio del rigore scientifico e mascherato da sobrietà concettuale. Non è la fisica quantistica a condurre a questi esiti, ma la rinuncia filosofica a pensare e interrogare la physis.
___________________________
1 L’espressione paradossale e illuminante di “fare fisica senza physis” l’ho appresa nel dialogo con Orlando Franceschelli; sulla problematica si vedano le introduzioni al suo saggio La natura dopo Darwin e Il cosmo e le sfide della storia (Donzelli). La “perdita dei fondamenti” che conduce al nichilismo va qui intesa in senso strettamente naturalistico: come rimozione dell’ordine autosussistente (logos physikos) della natura: in questo quadro resta imprescindibile il riferimento a Franceschelli, Karl Löwith Le sfide della modernità tra Dio e nulla (Donzelli).
semplicità
Sapienza, saggezza, conoscenza e lungimiranza non sono altrove: si rivelano nel gesto elementare di dividere una fetta di pane e olio novello con l’amico.
L’eguaglianza di tutte le cose
Sto leggendo l’ultimo libro di Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose. Parla dell’universo come di una grande rete dinamica, dove ogni cosa esiste solo perché è in rapporto con le altre. Per Rovelli non ci sono enti che una volta costituiti, poi si relazionano: sono invece le relazioni a costituire gli enti.
A prima vista, questa visione sembra opposta a quella di Spinoza. Spinoza parla di una sostanza unica, causa di sé e di tutto ciò che esiste. Tutto ciò che accade — corpi, pensieri, desideri, stelle — sono modi di questa sostanza. Rovelli nega ogni causa prima; Spinoza la afferma.
Ma ciò che Spinoza chiama “Sostanza” non è un dio-persona né un fondamento immobile. Non vuole, non decide, non crea: è semplicemente la potenza infinita dell’essere; la spontanea potenza della necessità naturale.
In questo, Spinoza e Rovelli si incontrano. Entrambi vedono la realtà come immanente, senza un principio esterno o trascendente che la governi. Ma per Spinoza vi è una differenza: la sostanza è l’unica realtà assoluta, mentre gli infiniti modi ne sono le espressioni circoscritte, come l’onda rispetto al mare. In Rovelli, invece, le relazioni stesse costituiscono entità e enti, senza un fondamento unico sottostante.
Due linguaggi diversi eppure, in entrambi si può riconoscere una forma di monismo immanente: un solo tessuto dell’essere che si manifesta in infiniti modi e relazioni. Spinoza lo chiama Dio o Natura; Rovelli lo descrive come rete di relazioni. Spinoza la pensa come unità logica e necessaria; Rovelli come unità dinamica e relazionale.
Segrete contiguità
Quando mi imbattei in Spinoza, la tessitura del suo procedere mi era difficile e insieme misteriosamente nota.
Non so perché mi sentissi a mio agio nella sua ontologia blindata e deterministica: la Sostanza, gli attributi, i modi — un ordine di esseri necessari, in cui ogni cosa è ciò che è perché incardinata nella sostanza infinita che costituisce ogni cosa. Mi era familiare anche la sua etica non prescrittiva: non vincoli morali, ma descrizioni dell’essere, dove la libertà è conoscere l’ordine naturale che ci precede e ci costituisce.
Poi un’improvvisa chiarezza: l’ontologia spinoziana aveva analogie di metodo con l’ecclesiologia cattolica integralista che, peccato di gioventù, avevo frequentato da ragazzo. Spinoza e l’integralismo cattolico, opposti nel merito, rivelavano una somiglianza di forma, una grammatica contigua. In entrambe le concezioni, il porsi eterno e infinito di una potenza ordinata precede la libertà del singolo e la costituisce: il “bene” coincide con tale ordine, non con l’intenzione o la coscienza individuale.
Anche nelle ecclesiologie integraliste è così: l’ordine di ogni essere è dato da Dio, che istituisce differenze di potere e di ruolo all’interno della Chiesa. L’autorità non è una funzione, ma una forma d’essere. L’ordine sacramentale imprime un carattere indelebile che colloca il soggetto nel corpo ecclesiale come elemento strutturale, non contingente. La morale consiste nel conformarsi a questo ordine; la disobbedienza è disgregazione ontologica prima ancora che morale.
In Spinoza il rovesciamento dell'integralismo religioso è totale. L’uomo non è più grande del mondo che lo contiene; ogni gerarchia è azzerata, perché ogni essere umano è un modo di Dio. Eppure la forma logica resta paradossalmente simile: anche qui l’essere precede e fonda ogni dover-essere; la realtà è una necessità ontologica, non un campo di decisioni morali. La virtù è la conoscenza adeguata della propria essenza nella totalità del tutto.
Questa improvvisa chiarezza mi ha ricordato Hans Jonas che, studiando lo gnosticismo, notò una contiguità formale con l’esistenzialismo moderno. Si accorse che entrambi nascono dall’esperienza di estraneità al mondo: per lo gnostico, il cosmo è opera di un demiurgo ignorante o malvagio; per l’esistenzialista, è il luogo dell’angoscia e dell’abbandono. Le radici metafisiche divergono, ma la forma dell’esperienza — un mondo percepito come estraneo — è sorprendentemente simile.
Scoprendo ciò, ho capito che certe concezioni ecclesiologiche che avevo introiettato erano rimaste in me come una polvere sottile: non la vedevo, ma c’era. Quando incontrai Spinoza, il suo ordine limpido e coerente mi diede un senso di sollievo, come se una nostalgia segreta avesse trovato forma.
Il pensiero non è solo ciò che pensiamo, ma anche ciò che ci abita: eredità carsiche, morfologie concettuali, risonanze di struttura. Forse, talvolta, l’attrazione o la repulsione verso un autore nasce non dal contenuto, ma dalla somiglianza di forma interiore. È un bel problema: ogni pensiero profondo è anche una risposta affettiva alla forma dell’essere? Sto facendo metafilosofia o psicologia? Non lo so. Ma so che pensare bene richiede anche questo: riconoscere, per quanto possibile, le strutture segrete che ci abitano.
Prima d’ogni morale
Tempo fa avevo scritto di un’infermiera che, finito il turno in ospedale, percorreva sette chilometri per venirmi a fare le iniezioni. Non la conoscevo quasi, e lei non ne ricavava nulla. Veniva.
Consideravo che sono quelle così che, nonostante i disastri, fanno andare avanti la società, e su questo non c’è dubbio. Poi aggiungevo che “producono mondi”, come se l’ontologia fosse conseguenza dell’etica — per “etiche” intendo i diversi modi in cui l’uomo interpreta il bene e il male, mentre per “morale” l’insieme delle regole e dei valori condivisi da una cultura in un certo periodo.
Oggi mi accorgo che quell’affermazione era forse segnata da un riflesso antropocentrico: l’idea che il bene umano fondi la realtà, che il senso nasca dall’agire morale. Affermare la centralità dell’umano come luogo in cui il senso dell’essere viene fondato potrebbe anche essere una forma raffinata di egocentrismo, una sublimazione del desiderio di centralità personale: il bisogno di pensare che il mondo non sussista per suo conto, ma dipenda, in ultima istanza, da noi.
Certo, una quota di antropocentrismo rimane fisiologica: è inevitabile che ogni specie viva il mondo dal proprio punto di vista, va da sé che il grillo veda il mondo da grillo. La differenza è che, per quanto se ne sappia, solo l’uomo tende ad assolutizzare la propria prospettiva, a farne verità universale.
Il gesto dell’infermiera non “creava” un mondo: ne manifestava un aspetto, mostrava una delle innumerevoli modulazioni della realtà naturale. Forse il compito etico più profondo non è fondare l’essere sul bene, ma lasciare che l’essere ci insegni cos’è il bene: come fa la quercia, come fa il grillo e forse come faceva quell’infermiera, nel loro armonico esistere secondo la loro natura senza volere più di ciò che sono.
Certo la natura non è fatta solo di gesti generosi o di meraviglie: è anche, per noi, indifferente, crudele, orribile. Anche queste realtà ci parlano e ci insegnano, perché ci costringono a riconoscere che il mondo non è costruito a nostra misura. Nell’indifferenza della natura impariamo il limite, nella sua durezza la necessità, nell’orrore la potenza che tutto comprende — anche ciò che ripugna al nostro senso morale. Accettare questo è difficile, ma forse è l’inizio di una conoscenza più sobria e più vera.
Del resto, la natura è ontologicamente e temporalmente precedente a ogni morale umana. L’universo esiste da circa 13,8 miliardi di anni, la Terra da 4,5 miliardi, la vita da 3,5 miliardi, e l’uomo comparve appena 300.000 anni fa. L’etica — intesa come riflessione consapevole sul bene e sul male — ha forse diecimila anni di storia, e l’idea del Bene come principio assoluto, da Platone in poi, appena duemilacinquecento: un battito di ciglia rispetto all’età del cosmo. Prima d’ogni morale, la natura era già.
Questo non significa che l’etica sia irrilevante. Per l’uomo, è ciò che rende possibile la convivenza, la cultura, la civiltà. Ma da un punto di vista assoluto, l’etica è solo una delle forme che la natura assume in noi: non un principio universale che fonda l’essere. Quando l’etica dimentica la propria origine naturale e la sua essenza circoscritta, si fa moralistica e assoluta; quando la riconosce, ritrova la sua chiarezza e la sua necessità umana.
Angoscia da prestazione (esistenziale)
Spinti per natura a essere e perdurare, ci organizziamo per mantenere a oltranza la nostra incolumità, come se il mondo fosse un meccanismo difettoso che, con un’accurata prevenzione, possiamo in qualche modo controllare e correggere.
Certo, un po’ di controllo è alla nostra portata: nel votare un politico capace invece di un deficiente, nella medicina preventiva, nell’osservare il codice della strada e in contingenze del genere.
Ma quando si tratta delle grandi questioni dell’esistere, le cose si complicano: nessuno decide di nascere, di respirare, di invecchiare. Il cuore batte da sé, le cellule si moltiplicano per conto loro. Manco sappiamo come abbiamo fatto a svegliarci questa mattina o a digerire la cena di ieri sera. E poi c’è la morte, l’estremo dell’incontrollabile.
Non ci siamo fatti, e non ci facciamo da soli. La naturale pre-potenza che ci precede e contiene, che ci costituisce e “fa”, è la forma stessa della realtà.
La controprova è semplice: più ci impegniamo nel monitoraggio preventivo di eventi che possono nuocerci, più montano ansia e paura. Più lasciamo andare, più accettiamo e ci affidiamo al naturale corso delle cose, più siamo sereni.
Probabile che questa angoscia da prestazione esistenziale derivi da un sospetto profondo verso noi stessi: nel momento in cui tentiamo di controllare la realtà, percepiamo — sotto sotto — che essa si muove già secondo un incontenibile ordine suo proprio.
Il mondo come potenza di sé
Tutto ciò che è, è natura. Ma è necessario distinguere due livelli: quello ontologico universale, in cui ogni cosa e ogni pensiero sono modi della stessa sostanza cioè della natura unica e necessaria, e quello etico umano, in cui la natura riflessa in noi diventa esperienza consapevole, giudizio, responsabilità.
Nel primo livello vale il pluralismo assoluto dell’essere — tutto ciò che è, è natura, in quanto tale non può non essere ed è giusto che sia; nel secondo vale la nostra distinzione di specie — non tutto ciò che è, è per noi giusto e bello.
Case e nidi, due forme della stessa realtà naturale. Se le cose stanno così, anche le costruzioni ideologiche, filosofiche e politiche dell’uomo sono espressioni particolari della natura. Dall’animismo all’illuminismo, dal monoteismo all’umanesimo, dall’esistenzialismo al nazionalsocialismo (sì, anche questo): tutte appartengono alla stessa potenza naturale che si modula in forme diverse. Ontologicamente hanno tutte il diritto all’esistere per il semplice fatto che esistono — come i cerbiatti, le ghiande, l’azoto e il cobra.
Ma la natura che ci fa — non ci siamo fatti e non ci facciamo da soli — nel suo vivificarci è per noi mirabile e insieme difficile, perché funzionamento necessario impersonale che dà e toglie senza ragione apparente. Dice la natura al poeta: «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo […] se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.» (Leopardi, Dialogo della Natura e di un islandese)
Riconoscere l’appartenenza ontologica a un sommo funzionamento amorale non significa sospendere il nostro giudizio etico, perché anch’esso è espressione — particolare modulazione — dello stesso funzionamento naturale.
Sul piano universale tutto è necessario; sul piano umano, la necessità si traduce in valore, e il valore nasce dal nostro modo di abitare il mondo. Le ideologie nefaste — come il nazionalsocialismo — vanno combattute non perché siano contro la natura, ma perché sono contro di noi, contro la possibilità di esistere insieme.
Di solito, però, non vi è consapevolezza del livello ontologico, che vede nel mondo come è, ogni cosa espressione della potenza naturale. Ci si muove soltanto nell’ambito dell’etica umana, abbracciando differenti concezioni che dialogano, confliggono, trovano compromessi. Anche il pluralismo e la tolleranza si attuano all’interno di questo stesso livello: è la morale del “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”, come se ognuno fosse delimitato da una striscia gialla da non oltrepassare. La tolleranza etica è così uno sforzo di accettazione dell’altro, anche quando non la pensa come noi, perché si obbedisce a un imperativo morale, o si ottempera una norma civica.
Ben diversa sarebbe una tolleranza ontologica, che non nasce dallo sforzo ma dalla constatazione: l’altro non è un limite da sopportare, ma la prosecuzione di me stesso, poiché entrambi siamo modi della stessa potenza naturale. Certo, anche la tolleranza etica è, in fondo, una modulazione della potenza naturale — il modo in cui Homo tenta di convivere con sé stesso. Ma la tolleranza ontologica è più prossima al funzionamento reale della natura: non nasce da un dovere, ma da una comprensione. Spinoza direbbe che è un grado più adeguato della conoscenza.
La difficoltà sta nel pensare e vivere entrambi i livelli senza confonderli, senza ridurre la necessità ontologica a giustificazione morale e senza dimenticare che anche il male, come ogni eccesso, è una forma della natura.