Bruno Vergani
Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.
Quanti e spiritualità: note su un intreccio
Sempre più spesso filoni spirituali citano la fisica quantistica a sostegno delle proprie visioni. Di rimando, anche alcuni fisici o divulgatori si spingono a costruire ontologie e metafisiche a partire dalle teorie dei quanti, passando — talvolta senza dichiararlo — dalla fisica teorica a visioni complessive della realtà, compresa la dimensione spirituale, espressa a volte in toni confortanti, a volte in toni nichilistici.
In alcune interpretazioni ispirate alla fisica quantistica, il mondo non è più pensato come insieme di “cose”, ma come interconnessione o emergenza da strutture matematiche astratte. In questo intreccio tra fisica teorica e spiritualità vi sono possibili sinergie, ma anche disinvolti sincretismi che, a ruota libera e a tutto campo, producono nebulosità, forzature e fraintendimenti.
Il tanto diffuso attingere di certe spiritualità dalla fisica quantistica fa ipotizzare che, prima o poi, possano istituirsi forme di religiosità “quantistiche”, delle vere e proprie Chiese. Il risultato rischia di essere un curioso miscuglio che espone a un triplice pericolo: cattiva spiritualità, cattiva scienza, cattiva filosofia. Non esistono, almeno per ora, religioni istituzionalizzate fondate sulla quantistica; esiste però un sottobosco diffuso di pratiche e interpretazioni. Un esempio emblematico è la cosiddetta “guarigione quantistica”, sviluppatasi soprattutto negli Stati Uniti alla fine del Novecento: presenta l’essere umano come campo di energia e informazione e attribuisce alla coscienza un ruolo diretto nei processi fisici e biologici.
Il punto critico è che queste ibridazioni non sono semplicemente false. Contengono anche elementi parzialmente fondati, come l’unità mente-corpo o l’interconnessione della natura. Ma da qui si compiono spesso salti indebiti: dalla possibilità alla prova, dal modello alla realtà, dalla metafora al fatto. È proprio questa mescolanza di intuizioni valide e forzature concettuali accattivanti a renderle persuasive a uno sguardo superficiale. Un caso tipico, talvolta avanzato in ambito di “teologia quantistica”, è quello del cosiddetto “cervello cosmico”. Da una vaga somiglianza tra il funzionamento delle galassie e quello dei neuroni si conclude che il cosmo sia un enorme cervello. Come metafora narrativa può avere un valore simbolico; come ipotesi metafisica può essere discussa. Ma quando viene presentata come tesi scientifica diventa una forzatura: non vi sono evidenze che autorizzino a descrivere l’universo come un cervello.
Questo non significa che tali contaminazioni vadano semplicemente respinte. Le domande ultime — sul senso del cosmo, della vita, della coscienza — appartengono a quella zona di confine in cui scienza, filosofia e spiritualità inevitabilmente si incontrano e talvolta si mescolano. Ognuno, a livello personale, cerca risposte come può. Il punto non è giudicare queste ricerche, ma evitare le confusioni di piano. Distinguere non significa separare rigidamente, ma evitare equivoci e paciughi. Ogni ambito possiede infatti un proprio statuto epistemologico: occorre chiarire di che cosa stiamo parlando — se di descrizione scientifica, di interpretazione filosofica o di simbolo spirituale. Quando questa distinzione si perde, nascono equivoci. Quando invece viene mantenuta, anche gli intrecci più arditi possono diventare occasioni di riflessione. E, in fondo, solo l’arte è davvero autorizzata a confondere tutti i livelli senza fare danni.
Punto Alfa
Vi sono escatologie religiose migrate nel secolare. Siamo impregnati di imperativi che ci ingiungono di raggiungere un punto omega.
Ma potrebbe anche essere che “il compiuto” non sia l’esito del nostro fare, né dell’evoluzione naturale o cosmica, ma l’inizio che fa tutte le cose: un punto alfa immanente da cui tutto emerge come dev’essere.
Non è un invito all’inattività o alla rassegnazione, bensì una constatazione ontologica: l'accadere della natura ci precede, ci include e ci eccede, e il nostro agire vi si inscrive senza esserne l’origine.
Sabato santo
Oggi, dopo il lungo inverno, la rana grida — risorta senza meritarselo, senza desiderio di salvare alcuno.
Etica del giardino
In qualche modo la biodiversità ha il suo corrispettivo etico nel pluralismo sociale: gigli, rovi e margheritine, cigni, rospi e ornitorinchi, santi, fascisti e qualunquisti.
Ma com’è allora che il giardiniere decide — seleziona, piantuma, estirpa? Forse è un prepotente; o forse biodiversità e pluralismo restano, appunto, celebrazioni teoriche.
“Ogni cosa, per quanto è in sé, si sforza di perseverare nel proprio essere” (Baruch Spinoza, Ethica, III, prop. 6). E persevera secondo la propria potenza: in natura non c’è armonia garantita, ma un equilibrio dinamico di forze. Il pesce grande mangia il pesce piccolo, e in questo non c’è scandalo, ma necessità. Forse il giardiniere non è altro che una di queste forze.
Ancora, ancora!
Si può avvertire sé stessi e il mondo come incompiuti, e da questa mancanza trarre la spinta a trasformarli: è la postura tipica dell’Occidente, dove il desiderio è tensione, direzione, progresso. All’opposto, si può percepire che nulla manchi davvero, che ogni cosa sia già al suo posto, inscritta in un ordine compiuto, e che il desiderio personale sia una distorsione: un’intuizione che attraversa molte tradizioni orientali.
Schopenhauer, guardando a Oriente, formula una diagnosi radicale: ogni desiderio esaudito somiglia a un’elemosina — placa per un momento, ma prepara il ritorno della fame. Anche la psicoanalisi, da Sigmund Freud a Jacques Lacan, mostra che il desiderio non si esaurisce mai nel suo oggetto: si sposta, si trasforma, si riaccende. Non desideriamo semplicemente qualcosa: desideriamo continuare a desiderare. È un loop che non raggiunge meta: nella forma erotica è l’“ancora, ancora!”; in quella tragica è la voce di Rockaby di Samuel Beckett — una vecchietta che, dondolando, ripete ancora, ancora: consumata, ma non disposta a smettere di esserci.
Su un piano diverso, Friedrich Nietzsche e Baruch Spinoza portano questa intuizione a chiarezza filosofica: il desiderio non è un problema morale, ma la forza che ci costituisce. Non è attesa di questo o quell’oggetto, ma impulso originario a perseverare nell’essere. In termini psicologici, Alfred Adler ne coglierà un’eco nella sua idea di tensione all’affermazione e al superamento, più temperata ma affine alla volontà di potenza nietzscheana.
Non desideriamo perché ci manca qualcosa, ma perché esistiamo. Il desiderio non è la risposta a un vuoto: è l’espressione della vita stessa. Se questo è vero, allora la questione non è eliminare il desiderio — cosa impossibile — né soddisfarlo definitivamente — cosa altrettanto impossibile. Il desiderio è biologico: è la vita che insiste. Finché esistiamo, desideriamo. Il problema è credere che il desiderio abbia una fine, ma Il desiderio non ha una meta finale. Ha una natura. E coincide con la nostra.
Simultaneo
Arriviamo tardi e il treno è partito. I fatti si succedono, le cose si spostano da qui a lì. Questo è il nostro mondo.
Ma forse, sub specie aeternitatis – e per eternità non si intende una durata infinita, ma la negazione stessa della durata – la realtà, nella sua totalità, segue altri funzionamenti. Forse tutto è compresente in un eterno presente.
Il linguaggio qui arranca. È nato, giustamente, dentro il tempo e porta con sé il tempo: successione, divenire, prima e dopo. Eppure si può tentare. Forse, a livello assoluto, ogni cosa non accade, ma è. Simultaneamente nasce, vive, muore. I treni sono tutti partiti e insieme arrivati. E tuttavia, nulla è “già” e nulla è “non ancora”. Queste sono espressioni del nostro linguaggio e forme della nostra esperienza. Servono per non perdere il treno, non per dire l’essere.
I due livelli non si escludono. Si attraversano. Nel primo viviamo, scegliamo, arriviamo in orario o in ritardo. Nel secondo, tutto è così come è. Confonderli è errore. Separarli è illusione. Questa metafisica di un immanente onnipresente, dove eterno e divenire si attraversano si può pensare. Forse, a tratti, anche vedere. Ci sono istanti in cui il fluire si sospende. Non perché il tempo si fermi, ma perché smette di essere il nostro unico sguardo. A me talvolta accade osservando la quercia dietro casa. Non va da nessuna parte, eppure è. Perfetta. E ciò che accade, semplicemente, è.
Morale, amorale, extramorale
Se bene/male e giusto/ingiusto sono categorie umane, ogni attribuzione etica alla natura è una nostra proiezione. Il problema è che questa proiezione non è neutra: se portiamo nel cosmo la categoria del bene, portiamo per implicazione anche quella del male. Non appena nobilitiamo la natura, la drammatizziamo.
“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” non è, in senso stretto, una dichiarazione di corrispondenza tra cosmo e morale. In quella formula si affiancano due ordini distinti: la necessità della natura e la libertà della legge morale. Eppure, nel modo in cui la percepiamo, quella frase suggerisce facilmente un’armonia, una consonanza, quasi che le meccaniche celesti partecipino della nostra esigenza di bene e di giustizia.
Ma bene e male, giusto e ingiusto, per quanto reali, consolatori o laceranti, sono solo roba nostra: circoscritta e passeggera. Fuori dal paradigma umano non esistono. La natura non conosce tribunali: non assolve, non condanna. E questo ridimensiona — senza negarlo — il nostro dramma. Homo sapiens è un episodio minimo. Il sole si spegnerà, la Terra finirà, e con essa le nostre categorie etiche. Per un istante, su un frammento di materia, degli animali hanno chiamato “ingiusto” qualcosa che accadeva. Poi il corso naturale delle cose.
Assoluzione del reale
Ciò che è, tu e il mondo, vanno bene così come sono.
Lo so: dalle nostre parti è una frase esposta a fraintendimenti facili — alibi per la passività, giustificazione dell’inerzia, del disinteresse. Eppure, dopo secoli di confronto incessante tra essere e dover-essere, tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, forse potremmo permetterci una pausa.
Cinque minuti, soltanto. Non di resa, ma di sospensione. Cinque minuti in cui nulla deve essere corretto, migliorato, redento. Cinque minuti in cui il reale non è sotto processo.
Dint' 'e 'vvene
Le biografie dei filosofi interessano più di quelle degli ingegneri. L’ingegnere umanamente cattivo può progettare un buon motore; invece il non risolto del filosofo percola strutturalmente nella sua filosofia.
Per questo alcune filosofie hanno poco ossigeno: o prescrivono troppo, o soffrono troppo, altre invece fanno circolare il sangue nelle vene.
Metafisica di strada
Non lo vedo con gli occhi, non lo deduco col ragionamento, e tuttavia sento e so che là sotto c’è qualcosa. Ma come faccio a saperlo? Può darsi che, per un istante, sensi e mente coincidano con il loro fondamento, ma forse è soltanto un’illusione dell’intelligenza: un’immaginazione, un sentimento psicologico che prende la forma di un’intuizione metafisica.
Non lo so. Però è bello l’istante in cui si sfiora il nucleo dell’essere, o si creda di farlo.