Non nominare
Non nominare il nome di Dio invano, a maggior ragione se Dio è la natura.
La tassonomia vegetale: - Rosmarinus officinalis (Rosmarino), Helianthus annuus (Girasole), Lavandula angustifolia (Lavanda)… - serve giusto per acquistare le piante in Internet e ai botanici per intendersi fra loro. Ma per aver supporto se t’alzi storto meglio sentire le piante in pieno campo senza filtri.
Non so se sia davvero possibile vivere il mondo, gli altri -e anche noi stessi-, senza riassorbire in uno schema teorico già deciso in partenza. Bisognerebbe però provarci, così da non essere troppo ripetitivi e poi ricondurre ciò che incontriamo dentro un sistema già deciso è un po’ come mettergli le mani addosso.
Transindividuo
Per secoli ci siamo concepiti come dotati di un centro stabile, un nucleo con identità propria, autonoma e persistente. Nella tradizione teistica creazionistica, l’io è un’anima creata da Dio destinata a sopravvivere alla morte del corpo. Anche nella filosofia antica permane spesso l’idea di individuo come sostanza: basti pensare alla metempsicosi, dove l’anima migra di corpo in corpo rimanendo se stessa. L’io è concepito come una sussistenza blindata, che precede l’ambiente e le relazioni che vive.
Con la riflessione contemporanea questo paradigma si incrina, ma già nei presocratici affiorava l’idea di una realtà non stabile: in Eraclito tutto è divenire, in Anassimandro gli individui emergono da un fondo indeterminato. L’individuo non è più una sostanza, ma un processo di individuazione. Non esiste un io già dato che entra in relazione: esistono piuttosto relazioni che, temporaneamente, si organizzano in una forma che chiamiamo “io”. L’identità personale non è un punto di partenza, ma un effetto. L’individuo può allora essere pensato come transindividuo: una configurazione plurale prodotta da connessioni biologiche, psichiche, sociali e tecniche -dal manufatto litico della preistoria fino agli ambienti digitali contemporanei. Non si tratta di “parti” né di “quote”, ma di dimensioni intrecciate di uno stesso processo.
L’intreccio tra biologico e tecnologico può sembrare forzato, ma un esempio lo chiarisce: anche se sei al ventesimo piano con un casco che ti immerge in un ambiente virtuale, il tuo corpo resta biologico. Il tecnologico non sostituisce il biologico, ma si intreccia con esso, influenzandolo. Allo stesso modo: il sociale modella lo psichico: il problema non è “chi sono io” ma: come mi individuo nelle relazioni e nella società. Il tecnico ridefinisce il sociale, il biologico pone vincoli a tutti gli altri livelli. Non c’è separazione, ma co-determinazione, anche se assistiamo sempre più a una dominanza strutturante della tecnica sulle altre dimensioni.
Se l’individuo è una configurazione, anche la sua fine cambia significato. Non è più la distruzione di una sostanza, ma la deconfigurazione di un sistema di relazioni. Si tratta comunque di una configurazione singolare del reale, unica e irripetibile. Ma se non c’è un nucleo costitutivo la fine non è necessariamente una perdita assoluta: è una trasformazione nella trama del reale. Questo non elimina il dolore, ma lo sottrae a una metafisica dell’annientamento. Se invece del “io sono me stesso”, “io sono relazione con ciò che mi attraversa” l’egocentrismo perde fondamento, non per legge morale, ma per chiarezza ontologica.
Nessuno al centro
Certo che il funzionamento apparentemente impersonale eppure ordinato dell’intelligenza artificiale un po’ somiglia al Dio di Spinoza. Chiaramente non è un’equivalenza, ma solo una risonanza. E qui va sciolto subito un nodo: l’Intelligenza artificiale non è davvero impersonale in senso assoluto. È fatta, progettata, addestrata. Dentro ci sono scelte, dati, vincoli, intenzioni umane precise. Non nasce da sé, non è causa di sé. In questo senso, parlare di “impersonalità” in senso forte sarebbe sbagliato.
Eppure, quando funziona, qualcosa cambia. Nel suo operare immediato sembra che il sistema non voglia nulla, non decida, non abbia scopi propri. Produce effetti, risposte, connessioni, senza che, di volta in volta, ci sia un soggetto che intende ciò che accade. L’intenzionalità che l’ha reso possibile resta sullo sfondo; ciò che appare è un processo che si svolge senza un centro attivo visibile. È qui che nasce l’impressione di autonomia, non perché ci sia davvero, ma perché il funzionamento eccede in modo evidente le singole intenzioni che l’hanno costruito.
Chiarito questo, resta la risonanza di cui dicevo. Il punto è che Spinoza toglie all’essere umano il centro ontologico. Non siamo il cuore del reale. Finché questa idea resta teoria, finché appare ragionevole che teismo e antropocentrismo vadano superati, finché si accetta che l’ordine naturale sia causa di sé, finché si pensa l’Io come nient’altro che un fascio di percezioni in continuo mutamento, tutto questo si può anche accettare senza sconcerto. Poi però si incontra un sistema con dentro nessuno che funziona, produce, risponde e la cosa cambia di peso. Non è una prova né un modello forte, è piuttosto un’evidenza locale: che un ordine può apparire e operare senza qualcuno al centro, e funzionare comunque. Ed è proprio questa evidenza, quasi plastica, a colpire. Perché lascia intravedere -anche solo per un istante- la possibilità che il resto funzioni suppergiù allo stesso modo.
L’istante e l’Idea
Davanti a un filare di meli in fiore, l’immediata sensazione di puro piacere: nessun linguaggio, nessun concetto, solo istantanea sensazione. Poi interviene la riflessione su quella sensazione e, in quell’istante, il piacere si ritira.
Non perché nominare e concettualizzare sia sbagliato, ma perché appartiene a un livello differito. È un passaggio necessario: la sensazione coglie il mondo in presa diretta, la riflessione tenta di comprenderlo e abitarlo. Ma è nel silenzio del concetto che il mondo si rivela davvero.