«Tutto questo è Brahman» (Chāndogya Upanisad)
Forse il paradiso terrestre può essere letto come il luogo in cui non c'è ancora domanda metafisica. Non perché l'uomo abbia trovato tutte le risposte, ma perché non ha bisogno di porle. Nel mito dell’Eden non c'è un io di fronte al mondo, ma un essere umano immerso nel mondo, partecipe della sua vita, appartenente alla terra, agli alberi, agli animali, alla luce, all'acqua. Non c'è ancora una frattura tra noi e la natura e, dove non c'è frattura, non vi è la necessità di ricomporla attraverso una spiegazione. Quando ci percepiamo come esseri separati dal mondo, possiamo domandarci quale sia il suo fondamento, chi lo abbia creato, che cosa ci sia al di là. La separazione produce la domanda e la domanda cerca un terzo termine che ricongiunga ciò che abbiamo diviso: Dio. Ma se la separazione non è originaria, la domanda perde il proprio presupposto. Vi sono domande che non hanno una risposta che ci sia dato conoscere, ma possono abitare una dimensione nella quale cessano di esigere risposta.
Il problema è che noi non viviamo nell'Eden. Viviamo nel mondo degli uomini, quello delle individualità forti, che si percepiscono separate, che si confrontano, si desiderano, si temono, si giudicano. È il mondo nel quale l'io acquista una forza straordinaria e finisce per apparire separato dall'universo. Forse è questa la nostra uscita dall'Eden. Il peccato originale, letto fuori dalla teologia, potrebbe allora essere la metafora di una frattura: l'uomo si separa dalla natura e comincia a guardarla dall'esterno. E una volta fuori dal giardino comincia anche a chiedersi che cosa ci sia «dietro» il giardino. Nasce così l'idea della trascendenza.
Non possiamo tornare nell’Eden. Possiamo però esercitarci a ritrovare, dentro il mondo in cui viviamo, la dimensione dell'appartenenza all'universo. È una piccola ascesi, un esercizio quotidiano per allentare la presa dell'io, per ricordarmi che non sono un osservatore collocato fuori dal mondo, ma una parte di ciò che sto osservando. Mi ha dato molto sollievo scoprire negli scritti del Buddha — scrive Chandra Livia Candiani [1] che siamo fatti di terra, acqua, fuoco, aria e spazio. Cinque elementi che, combinandosi e danzando, fanno un corpo che respira, pensa, sogna, ama, nasce e muore. E quando moriamo, dice, il fuoco torna al fuoco, l'acqua all'acqua, l'aria all'aria, la terra alla terra e lo spazio allo spazio.
Forse è questo che cerco quando passeggio nel giardino: non una risposta, ma un luogo interiore nel quale la domanda metafisica si dissolve. Guardo le piante, ascolto il vento, osservo ciò che vive senza di me e insieme a me. Per qualche momento l'io si fa meno ingombrante. Non mi sento più di fronte alla natura, ma dentro di essa. Poi esco. E qualche volta ho la strana sensazione di aver ricevuto notizie rassicuranti. Non so quali siano queste notizie. Nessuno me le ha comunicate. So soltanto che non parlano di un Dio che mi attende, né di una vita che continuerà oltre la mia. Forse dicono semplicemente questo: non sei separato.
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1 "Questo immenso non sapere. Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano“, Einaudi, 2021.