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Venerdì, 28 Agosto 2026 22:29

I cani e le tartarughe

Scritto da 
Maria Sibylla Merian, Metamorphosis insectorum Surinamensium Maria Sibylla Merian, Metamorphosis insectorum Surinamensium

C'è una pagina di Schopenhauer che mi s'è incistata nella memoria. Per mostrare la crudeltà della natura e l'insensatezza della volontà di vivere, racconta di ciò che il naturalista Karl Friedrich von Martens avrebbe osservato a Giava. Una distesa di scheletri aveva fatto pensare a un campo di battaglia. Non era così. Erano i resti di enormi tartarughe marine che, giunte sulla spiaggia per deporre le uova, venivano assalite da branchi di cani selvatici. Le rovesciavano sul dorso, ne strappavano la parte inferiore del guscio e le divoravano ancora vive. Talvolta, poi, una tigre si avventava sui cani, smembrandoli. La scena si ripeteva, anno dopo anno, innumerevoli volte. E Schopenhauer concludeva con la domanda: «A tal fine nascono dunque queste tartarughe?». Nietzsche, per una strada molto diversa, compie un'operazione che presenta una qualche analogia. La vita viene pensata attraverso la volontà di potenza. In un celebre passo dello Zarathustra scrive: «Solo dove è vita, è anche volontà: ma non volontà di vita, bensì [...] volontà di potenza». Anche qui la natura biologica diventa il luogo nel quale viene riconosciuto un principio generale: la vita come accrescimento, espansione, superamento, affermazione della potenza.

Ma la volontà, cieca o consapevole che sia, come anche la moralità e l'immoralità, sono dimensioni umane. Un fatto naturale non contiene in sé né volontà né etica, siamo noi che possiamo aggiungervele. La natura semplicemente accade. E che cosa accade? Sì, predazione, competizione, sopraffazione, ma anche simbiosi, mutualismo, cooperazione, interdipendenza. Non ho strumenti per stilare graduatorie tra lotta e cooperazione, anche se, guardando il mondo nel suo insieme, sembra che la cooperazione sia assai più diffusa di quanto suggerisca l'immagine della natura come teatro della lotta. So che, guardandomi intorno, vedo entrambe e in ciò scorgo il procedere di un funzionamento ordinato. Non un ordine morale. Non un ordine voluto da qualcuno. Un ordine naturale. Vedo il gatto che mangia la lucertola e la metastasi che uccide l'amico. Vedo una pianta che costruisce la propria forma, il seme che germina, un organismo che ripara continuamente le proprie strutture. Vedo continuità nella trasformazione.

E in questo processo vedo me stesso. Io non mi sono fatto. Non ho costruito il mio corpo, non ho stabilito le leggi che fanno battere il mio cuore, non ho inventato il metabolismo, la respirazione, la circolazione. Sono dentro un ordine che mi precede. Non sono io a tenere in vita me stesso. Posso intervenire sulla mia vita, nutrirmi, curarmi e, magari, guardare a destra e sinistra prima di attraversare la strada. Ma il lavoro fondamentale che mi permette di esistere avviene senza di me. Ogni mattina mi ritrovo già vivo. È qui che mi torna alla mente l'espressione logos physikos, nella lettura naturalistica di Karl Löwith. Non intendo con questo un Logos personale, una ragione che abbia progettato il mondo dall'esterno, e neppure una provvidenza nascosta che garantisca un fine alla storia.

Forse allora la domanda di Schopenhauer -«A tal fine nascono dunque queste tartarughe?»- contiene già un presupposto che la natura non ci autorizza a fare. Presuppone che ogni essere debba avere un «fine». Ma la tartaruga non deve avere un fine per esistere. Esiste. Come esiste il cane che la divora. Come esiste la tigre. Come esiste la pianta che germina, l'organismo che si ammala o che si ripara. Come esiste l'intera trama di relazioni che rende possibile tutto questo. Noi siamo una delle forme attraverso cui la potenza della natura persevera. Non so dove conduca questo processo. So che mi ha preceduto, mi contiene e continuerà oltre di me. E forse, alla fine, è questo che conta: non sapere dove va la natura, ma sapere di essere parte e modo del suo procedere.

Ultima modifica il Sabato, 29 Agosto 2026 08:26

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