Stamm' sott' 'o cielo
È naturale prendere iniziativa per migliorare le cose, ma facendo memoria che stamm' sott' 'o cielo. Non siamo il centro del mondo, apparteniamo a un ordine della realtà che ci precede e ci supera. Non è rassegnazione, ma accettazione attiva. Chi si rassegna smette di prendere iniziativa, chi accetta attivamente agisce fino in fondo, ma senza pretendere che il mondo obbedisca ai propri desideri. Fa tutto ciò che può, sapendo che non tutto dipende da lui.
Oggi questa posizione appare quasi controcorrente. Viviamo immersi in un modello culturale antropocentrico, fondato sull'idea che volere è potere. La forza di volontà sembra poter superare ogni ostacolo. Lo si vede anche nel linguaggio con cui affrontiamo le malattie gravi. Si parla di leoni, guerrieri, battaglie, nemici da sconfiggere. Una retorica che attribuisce alla volontà un potere che spesso non ha. La volontà personale conta, ma conta ancora di più che esistano un medico, un infermiere, una terapia, un ospedale. Dietro ogni guarigione c'è quasi sempre un patrimonio di conoscenze costruito da altri. L'autosufficienza volontaristica, anche qui, è un'illusione.
La consapevolezza dello stare sotto il cielo può sembrare una posizione di nicchia. Qualche vecchio contadino che guarda il cielo prima di seminare, qualche credente che si affida al buon Dio, filosofi in via di estinzione. Ma basta allargare lo sguardo alla storia del pensiero perché questa impressione si capovolga. Lo stoicismo invita a vivere secondo il Logos del cosmo. Il taoismo insegna ad agire senza forzare il corso delle cose. Il buddhismo vede nella pretesa di trattenere ciò che cambia una radice della sofferenza. L'induismo propone l'azione senza attaccamento al risultato. Il cristianesimo mistico parla di abbandono alla volontà di Dio. Il sufismo unisce l'impegno personale all'affidamento. Spinoza invita a comprendere la necessità del reale invece di ribellarsi ad essa. Persino Nietzsche, apparentemente lontanissimo da queste prospettive, con l'amor fati propone di dire sì al proprio destino.
Tradizioni, epoche, continenti diversi. Fondamenti metafisici spesso incompatibili. Eppure convergono su un punto: la volontà umana non è la misura dell'universo. Quando culture così lontane arrivano, per strade indipendenti, a una conclusione simile, vale almeno la pena prenderne atto. Forse non sono queste tradizioni ad avere una concezione insolita dell'esistenza. Forse l'eccezione siamo noi. Abbiamo preso una verità parziale e l'abbiamo trasformata in una verità assoluta. È vero: possiamo modificare molte cose. La medicina, la scienza e la tecnica lo dimostrano ogni giorno. Ma da questa verità siamo passati all'idea che tutto dipenda dalla nostra volontà.
Per legge di natura arriva, per tutti, il momento in cui si vuole ma non si può. Si vuole guarire e non si guarisce. Si vuole trattenere una persona amata e la si perde. Si vuole fermare il tempo e il tempo passa. Si vuole vivere e si muore. È lì che il volere è potere incontra il proprio limite. Finché funziona alimenta entusiasmo. Quando smette di funzionare può lasciare spazio al risentimento verso il reale, come se il mondo fosse colpevole di non essersi conformato ai nostri desideri.
Le grandi tradizioni sapienziali non hanno rinunciato all'azione. Hanno semplicemente descritto un'altra possibilità: agire senza attribuire alla volontà un potere che non possiede. Stamm' sott' 'o cielo.
L'estratto di Dio
Per gli alchimisti medievali la quintessenza era il principio più puro, sottile e incorruttibile presente negli elementi. Il termine derivava dalla quinta essentia aristotelica, il quinto elemento o etere, ma nell'alchimia indicava la parte più nobile e perfetta di una sostanza materiale. Estrarre la quintessenza significava portare alla luce ciò che in quella materia vi era di più autentico e prezioso. Questa concezione sembra presupporre che nella materia esista un elemento privilegiato, più puro e potente del resto, individuabile e isolabile, come quando si estrae l'olio essenziale dalle foglie di menta.
Eppure proprio qui nasce un interrogativo filosofico. Perché l'alchimista, una volta ottenuta l'essenza, continuava a distillarla ancora e poi ancora per raggiungere la quintessenza? Che cosa cercava realmente? Una sostanza sempre più raffinata? Oppure, inconsapevolmente, qualcosa di ancora più radicale: il principio stesso per cui ogni cosa è?
Se così fosse, la ricerca alchemica potrebbe essere riletta come il tentativo di raggiungere non una materia sublime, ma il fondamento stesso della realtà. È una domanda che, con strumenti e linguaggi incomparabili, riaffiora ancora oggi in qualche speculazione spiritualistica della fisica teorica e in alcune interpretazioni neoplatoniche della fisica quantistica: esiste un principio unitario dal quale è emanata la realtà?
Ma se esiste un principio primo, causa immanente delle cose, il tentativo alchemico di isolarlo è destinato al fallimento. Quella causa non può essere un nucleo nascosto dentro le cose. Se fosse individuabile e isolabile, cesserebbe di essere il fondamento dell'essere e diventerebbe anch'essa una cosa tra le cose. Qui la metafisica di Spinoza offre una chiarificazione sorprendente. Dio, la sostanza infinita, non è contenuta nei modi, cioè nelle cose particolari, come un nocciolo nel frutto. I modi sono implicazioni della sostanza. L'acqua dell'onda è l'acqua del mare, ma l'onda non è il mare.
L'invenzione del Nulla
«Quando ci si mette insieme, perché lo facciamo? Per strappare agli amici – e, se fosse possibile, a tutto il mondo – il nulla in cui ogni uomo si trova». (Incipit del messaggio di Luigi Giussani per il XXV Pellegrinaggio a Loreto). La frase colpisce per la radicalità del presupposto: «il nulla in cui ogni uomo si trova». Ma viene spontaneo chiedersi: quando mai l'umanità intera si sarebbe trovata nel nulla? Da quale esperienza universale dell'esistenza si deduce che l'uomo, prima della fede, sia ontologicamente immerso nel nulla?
Alcuni cattolici fondamentalisti, ma talvolta anche credenti più aperti, accusano di nichilismo chi non crede nel Dio personale e creatore. A ben vedere, però, questo giudizio può essere interpretato come una proiezione. Provo a spiegarmi. Alcuni credenti hanno introiettato esistenzialmente la creatio ex nihilo fino a vivere il rapporto tra Dio e il mondo come un aut-aut radicale: o Dio o il Nulla. Non è la dottrina della creazione in sé a implicarlo, ma una sua particolare interpretazione esistenziale, nella quale la natura, l'umanità e la storia non sono più percepite come realtà dotate di una propria consistenza e capaci di generare senso e valori. Così se viene meno Dio, sembra non restare altro che il nulla.
Da questa premessa segue, quasi inevitabilmente, che chi non riconosce il Dio persona e creatore come fondamento sia destinato al nichilismo. Ma questa è una deduzione interna, circoscritta a quel sistema di pensiero, non una conseguenza necessaria della posizione dell'interlocutore. Il nichilismo ontologico ed etico, che alcuni credenti vedono incombere dappertutto, è anzitutto un rischio implicito della loro concezione teistica, che viene poi proiettato all'esterno. Non si può dire che il teismo detenga il copyright del nichilismo; si può però sostenere che abbia fatto del Nulla il principale antagonista dell'essere e il rischio incombente dell'esistenza.
Non è un caso che questo modo di pensare sia estraneo alla filosofia greca delle origini. Per i filosofi greci che precedettero Socrate, il punto di partenza non è il Nulla, ma la physis: una natura eterna, ordinata e generativa, dalla quale tutto nasce e nella quale tutto trova il proprio posto. Il Nulla non costituisce il grande antagonista dell'essere. È specialmente con la concezione biblica della creazione che il rapporto fondamentale tende a configurarsi come Dio e il Nulla: il mondo esiste perché continuamente fondato da Dio e, senza di Lui, non è più.
È significativo che questa struttura concettuale sia in parte migrata anche nella cultura secolare. Una parte dell'esistenzialismo moderno conserva infatti l'idea che il Nulla incomba sull'esistenza e l'angoscia che ne deriva: un'eredità secolarizzata della concezione teologica giudaico-cristiana. Cambiano le risposte, ma resta la stessa domanda fondamentale: che cosa impedisce all'essere di sprofondare nel nulla? È forse questo il destino paradossale di una parte dell'esistenzialismo novecentesco: ha respinto Dio persona e creatore, ma ha conservato il Nulla, che è un suo derivato, come problema fondamentale.
L'evento dell'intuizione
«Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa.» (Vangelo secondo Marco 4,26-27)
Raro che un'idea originale nasca dallo sforzo della concentrazione, spesso le intuizioni più feconde si presentano quando smettiamo di cercarle: l'attenzione si allenta, l'intelligenza smette di forzare e qualcosa affiora. L'atto creativo ha una temporalità singolare. L'idea compare all'improvviso, quasi completa. La sua giustezza si riconosce prima ancora di poterla dimostrare.
Che cos'è una disciplina? Un sapere codificato che, una volta appreso, può essere trasmesso. È memoria organizzata. La creatività non appartiene a un altro mondo, ma a un'altra temporalità. La disciplina accumula, ordina, sedimenta; la creatività è l'istante in cui quella sedimentazione trova una forma nuova. Non la nega: la attraversa e la trasforma.
Le idee migliori non sono il risultato di un metodo, ma neppure un dono misterioso. Nascono da un lento deposito di letture, esperienze, immagini, percezioni e pensieri che continuano a lavorare sotto la soglia della coscienza. L'intuizione è istantanea; la sua maturazione no. Per questo le idee arrivano spesso mentre si cammina, si osserva un giardino o ci si lascia assorbire da un gesto semplice. Il pensiero continua a operare anche quando l'io smette di dirigere ogni cosa.
Forse pensiamo molto meno volontariamente di quanto immaginiamo. Possiamo decidere di studiare, esercitarci, osservare. Non possiamo decidere di avere un'intuizione; possiamo soltanto prepararne il terreno. L'atto creativo non è una costruzione, ma nemmeno un miracolo. È un evento: l'emersione improvvisa di una forma che si preparava da tempo, invisibile, nella profondità dell'esperienza.
“Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.” C'è un tempo per apprendere e un tempo per creare. Il secondo non esisterebbe senza il primo, ma non vi si lascia ridurre.