Non so se è possibile una mistica dell’immanenza, ma al cospetto dei frattali tridimensionali del cavolfiore romano può accadere qualcosa che le somiglia. Forse abbiamo chiamato “trascendenza” l’esperienza di una realtà immanente che il nostro modo consueto di percepire il mondo fatica a vedere. Abbiamo pensato a un mondo sopra-naturale, aldilà, e quando abbiamo smesso di crederci abbiamo considerato la materia vivente il residuo di un mistero più grande.
Ma forse è esattamente il contrario. La materia, organica o inorganica che sia, non è ciò che resta quando viene meno l’idea di un Dio creatore, ma è Dio stesso, se vogliamo ancora usare questa parola, quando smettiamo di proiettarlo al di là del mondo. Non è più la mistica religiosa del soggetto che, rapito da un supposto Lassù, esce da sé, ma una sorta di epifania dell’oggetto che finalmente si sottrae alla riduzione con cui di solito lo guardiamo. Cosa significa, in fondo, guardare qualcosa? Significa quasi sempre riconoscerla attraverso ciò che già sappiamo di essa. La memoria si mette fra noi e il mondo: non vediamo soltanto ciò che abbiamo davanti, ma ciò che ricordiamo che quella cosa è. Il cavolfiore è un cavolfiore prima ancora di averlo guardato. Un albero è un albero, una pietra è una pietra e anche l’altro essere umano, il mio simile, spesso non è più lui: è la configurazione che ci siamo costruiti di lui. Il ricordo e il concetto arrivano prima della cosa o della persona e le circoscrivono, ed è così anche nel rapporto con noi stessi.
La memoria, come pre-giudizio interpretativo, è un enorme vantaggio per vivere, ma forse è anche una delle nostre principali ostruzioni al vedere. Il cavolfiore con le sue figure non “mi comunica” qualcosa, non nasconde un’anima, non è un simbolo. È esso stesso che, per un momento, si svincola dalla mia interpretazione di esso. Che, per un momento, smette di essere soltanto l’oggetto che la mia mente aveva costruito e le sue forme emergono in presa diretta con un’evidenza quasi stupefacente. Non è comparso nulla di nuovo, ma è caduto, per un istante, qualcosa che si frapponeva fra me e la cosa. Accade una sorta di disostruzione dell’immanenza e, lì, il cavolfiore si glorifica.