«Colla verità è impossibile vivere. Per poter vivere si ha bisogno di illusioni, non solo di illusioni esterne come quelle che ci offrono l'arte, la religione, la filosofia, la scienza e l'amore, ma prima di tutto di illusioni interne». —Otto Rank, Truth and Reality, citazione riportata in Ernest Becker, Il rifiuto della morte.
Osservando l’essere umano nella natura sono arrivato alla soglia oltre la quale la persona cessa d’esistere. Questo genera inquietudine, non per egocentrismo, ma perché il desiderio che l'individuo perduri è espressione di una forza naturale che tutto pervade e ci spinge a perseverare nel nostro esserci. Per questo non riscuote successo di pubblico il racconto che finisce con la morte dell'eroe protagonista. Becker, nel suo saggio Il rifiuto della morte, afferma che l’essere umano tende a costruire una forma di permanenza che oltrepassi la personale finitezza. Cerca qualcosa di “più alto” che giustifichi la propria esistenza, una dimensione trascendente capace di sottrarlo alla precarietà. La propria unicità tende così a trasformarsi in aspirazione all'immortalità personale.
Per soddisfare l’umano desiderio, invece che affermare la morte certa dell’individuo e porre un punto, si potrebbe continuare narrando la possibilità di un happy end metafisico. Il pensiero constata: “siamo mortali”, ma l'immaginazione aggiunge: “però potremmo anche essere immortali”. Ma qui occorre una distinzione: la possibilità dell'immortalità non è necessariamente il prodotto di un desiderio che si serve dell'immaginazione. Può anche essere la conclusione di un percorso razionale serio e onesto. Il problema nasce quando una possibilità argomentata viene trasformata, attraverso la narrazione e la retorica, in una promessa implicita. Spesso è proprio quel «potremmo» a essere accolto dalla psiche come promessa affidabile. Se la natura non garantisce la permanenza dell'individuo, possiamo sempre immaginarcela: un'anima che sopravvive, una coscienza che continua, una qualche forma di ricongiungimento con l'essere.
Comprendo questo bisogno. È anche il mio. Ma proprio qui comincia il sospetto. Potrei lasciare aperto qualche spiraglio, qualche strizzatina d’occhio al Mistero, scritto con la maiuscola, così da non escludere la possibilità di perdurare per sempre e costruire un finale che lasci, comunque, intravedere un lieto fine. Non posso farlo. Non perché sappia che oltre la morte non vi sia nulla. Non lo so. Ma perché non voglio trasformare il desiderio in conoscenza, né la consolazione in verità.
Il “non so” non è dunque una conclusione negativa. È il punto in cui il pensiero si arresta senza immaginare e dire, attraverso narrazioni e retoriche, ciò che desidera ma non conosce. Forse è proprio questo l'incompiuto che ci è dato abitare. E forse il problema nasce quando si confonde il livello filosofico con quello dell'immaginazione narrante. Nel racconto vogliamo sapere che cosa accade al nostro eroe (Io); nella filosofia possiamo invece essere costretti ad ammettere che non lo sappiamo. Un finale aperto, dunque: non una promessa di immortalità, non la sua negazione. Soltanto la libertà, emotivamente deludente, di lasciare aperto ciò che non sappiamo.