Una potenza naturale ci spinge a perdurare nella nostra persona. Spinge tutti quanti, non fa distinzione tra bambini, adulti e vecchi. Il giovane vive naturalmente nell’orizzonte dell’infinito, ed è necessario che sia così: se un ragazzo percepisse continuamente la propria morte, probabilmente non riuscirebbe a investire nella vita con la forza necessaria. Non gli serve dunque il distacco da sé: gli serve, al contrario, una forte adesione a sé e al proprio futuro. Per i vecchi è invece diverso, perché si trovano nel cortocircuito d’essere spinti a durare proprio mentre decadono. Così “non possiamo vivere il pomeriggio della vita come abbiamo vissuto il mattino; perché ciò che al mattino era grande la sera sarà piccolo, e ciò che era vero al mattino la sera sarà diventato una menzogna. (Carl Jung, Gli stadi della vita).
Per ripristinare l’equilibrio è giunto per loro il momento di staccarsi un po’ da quella spinta: distacco, non dalla vita ma da sé. La tradizione indiana lo aveva intuito nella dottrina degli āśrama: dopo il tempo dell’apprendimento e quello della vita attiva e familiare, veniva il tempo del progressivo ritiro (vānaprastha) e infine quello della rinuncia (sanyāsa).
Questo cessare di lottare con le unghie e con i denti per conservare un determinato io, questa progressiva de-identificazione, questa distanza riflessiva da sé per riconoscersi nella natura, sono una rinuncia a qualcosa di molto tenace, costruito con notevole e prolungato impegno. L’operazione è piuttosto scocciante, non è proprio come smettere di fumare o liberarsi dalla dipendenza dal gioco d’azzardo o dal bere troppo, però gli somiglia.
Noi, che indiani non siamo, senza stare a dividere l’esistenza in cicli temporali, possiamo semplicemente annotare che la vecchiaia non è una giovinezza venuta male, ma il tempo di lasciare un po' andare l’urgenza di essere qualcuno.