BLOG DI BRUNO VERGANI

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Sabato, 22 Agosto 2026 17:35

Il vizio di durare

Scritto da 
Head of an Old Woman, Orazio Borgianni Head of an Old Woman, Orazio Borgianni

Una potenza naturale ci spinge a perdurare nella nostra persona. Spinge tutti quanti, non fa distinzione tra bambini, adulti e vecchi. Il giovane vive naturalmente nell’orizzonte dell’infinito, ed è necessario che sia così: se un ragazzo percepisse continuamente la propria morte, probabilmente non riuscirebbe a investire nella vita con la forza necessaria. Non gli serve dunque il distacco da sé: gli serve, al contrario, una forte adesione a sé e al proprio futuro. Per i vecchi è invece diverso, perché si trovano nel cortocircuito d’essere spinti a durare proprio mentre decadono. Così “non possiamo vivere il pomeriggio della vita come abbiamo vissuto il mattino; perché ciò che al mattino era grande la sera sarà piccolo, e ciò che era vero al mattino la sera sarà diventato una menzogna. (Carl Jung, Gli stadi della vita).

Per ripristinare l’equilibrio è giunto per loro il momento di staccarsi un po’ da quella spinta: distacco, non dalla vita ma da sé. La tradizione indiana lo aveva intuito nella dottrina degli āśrama: dopo il tempo dell’apprendimento e quello della vita attiva e familiare, veniva il tempo del progressivo ritiro (vānaprastha) e infine quello della rinuncia (sanyāsa).

Questo cessare di lottare con le unghie e con i denti per conservare un determinato io, questa progressiva de-identificazione, questa distanza riflessiva da sé per riconoscersi nella natura, sono una rinuncia a qualcosa di molto tenace, costruito con notevole e prolungato impegno. L’operazione è piuttosto scocciante, non è proprio come smettere di fumare o liberarsi dalla dipendenza dal gioco d’azzardo o dal bere troppo, però gli somiglia.

Noi, che indiani non siamo, senza stare a dividere l’esistenza in cicli temporali, possiamo semplicemente annotare che la vecchiaia non è una giovinezza venuta male, ma il tempo di lasciare un po' andare l’urgenza di essere qualcuno.

Ultima modifica il Giovedì, 27 Agosto 2026 09:19

2 commenti

  • Link al commento Bruno Vergani Domenica, 23 Agosto 2026 10:17 inviato da Bruno Vergani

    Il distacco da sé è l'opposto del distacco dalla vita. L’analisi di Schopenhauer sul suicidio aiuta a chiarire ciò che intendo per distacco da sé:
    «Lungi dall'essere una negazione della volontà, il suicidio è un fenomeno di forte affermazione della volontà. Il suicida vuole la vita ed è soltanto insoddisfatto delle condizioni nelle quali essa gli si è presentata. Egli non rinuncia quindi affatto alla volontà di vivere, ma soltanto alla vita, distruggendone la manifestazione individuale.» (Il mondo come volontà e rappresentazione, Libro IV, § 69).
    In questo senso, il suicidio è quasi l'opposto del distacco da sé: non si rinuncia alla propria volontà di essere, ma alla vita quando non corrisponde più a ciò che si vorrebbe essere. Il distacco da sé di cui parlo consiste invece nell'allentare la presa sulla propria identità, senza per questo rinunciare alla vita. Questo, naturalmente, non significa giudicare chi si suicida, né affermare una sacralità della vita o giustificare l'accanimento terapeutico. Vi sono condizioni nelle quali lo scarto tra ciò che si desidera dalla vita e ciò che la vita è diventata, per sofferenza o degradazione, può essere così radicale da rendere comprensibile, e persino ragionevole, il desiderio di cessare di vivere. La mia riflessione riguarda un'altra cosa: non la rinuncia alla vita, ma la rinuncia alla necessità di essere ancora e sempre quel determinato io.

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  • Link al commento Augusto Cavadi Martedì, 01 Settembre 2026 15:52 inviato da Augusto Cavadi

    Grazie, Bruno. Alla vigilia di miei primi, e ultimi, 76 anni, le tue righe mi risultano illuminanti.

    Rapporto

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