BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Venerdì, 20 Settembre 2013 11:54

“Vita di don Giussani” In evidenza

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Nel redigere di umane vicende le “cose” vengono inevitabilmente a esistere attraverso l’angolazione di chi le scrive. Alberto Savorana autore della biografia «Vita di don Giussani» informa, dunque lealmente e dall’introduzione, dell’amicizia devota al protagonista, nucleo affettivo e punto di vista dal quale svilupperà il saggio biografico:
«A lui i fatti della mia vita - interessi, professione, famiglia - sono strettamente legati. Nel rapporto di lavoro e di amicizia con don Giussani mi sono trovato dentro un flusso esistenziale e storico - “una febbre di vita”, come amava dire -, che non si è mai interrotto.»
Chi cerca una biografia conforme allo “statuto epistemologico storiografico” ha, pertanto, sbagliato posto: a don Giussani l’Autore vuole bene e intende onorarlo celebrandolo. Legittima e libera proposta di patto narrativo che, fatta salva la medesima legittima libertà di critica per il lettore-recensore, abbiamo accettato. Recensore appartenuto nel periodo 1970-1980 a Comunione e Liberazione, momento storico che nella biografia appare cruciale, sia in ambito ecclesiale che sociale. Impegnato a Milano nella prima metà di quel decennio a scansare sprangate di extraparlamentari devoti a Lenin - da quelle parti e in quel periodo era d’uso appartenere a una qualche Chiesa -,  nella seconda metà a frequentare regolarmente Giussani, all’interno del gruppo paramonastico memores domini da lui guidato.

Appare irrefutabile, appurate le premesse, l’incombente rischio di scivolate agiografiche che Savorana, nello svolgersi biografico, riesce in parte a attutire omettendosi: un Piccolo scrivano fiorentino che riporta e raccorda citazioni, scritti di altri, circostanze e testimonianze attinenti al protagonista evitando, perlopiù, di dire “la sua” se non chiarendo passaggi complessi e armonizzando conflittualità all’interno di una visione mitica che interpreta Giussani paladino di verità, bellezza e giustizia.

In un approccio affettivo o fondamentalistico, che accetta come certi e inconfutabili i presupposti narrativi, nella fattispecie l’identificazione della presenza di Cristo-verità-bellezza-giustizia con Giussani e Comunione e Liberazione, l’opera può essere letta come un avvincente e seducente (a chi piace il genere) romanzo amoroso-cavalleresco valoroso per estensione (1350 pagine), ma è sufficiente un minimo di pensiero attivo, di decostruzione nel merito, perché il fascino lasci posto a numerose perplessità. Pur riportando accadimenti conflittuali vissuti da Giussani oltre a sporadici frammenti di testimonianze non entusiastiche sulla sua figura, la biografia risulta, nell'insieme, omissiva per scelta di materiali tendenzialmente conformi - come da programma - alla celebrazione, sovente tanto omogenei da risultare concelebrativi.

Lo stile della biografia affresca i primi anni del giovane prete alLa piccola fiammiferaia di Andersen, con affumicanti stufe a carbone e malattie che incombono e nel riportare stralci estrapolati dai discorsi e dagli scritti più ‘vigorosi’ di don Giussani - a beneficio attenuante del biografo, va riconosciuta la quasi impossibilità di rintracciarne di non vigorosi - evoca, per piressia, I dolori del giovane Werther del primo Goethe. Una realtà passionale dipinta con smisuranza che narra di dolori supremi o di godimenti traboccanti, ostentando - a differenza di Goethe - muscoli ipertrofici gonfi di Teorie con copiosità di toni esclamativi, di aggettivi e avverbi gagliardi oltre a verbi un po’ circensi: “travolgere, rischiare, infiammare, sfidare, abbagliare, bruciare, gridare, sobbalzare, incendiare, percuotere, schiantare, irrompere, stupire, esplodere, stravolgere” favorenti l’esaltazione e inibenti l’inferenza. Narrazione che, attraverso un insolito linguaggio binario di “disgrazia/grazia”, conduce in una atmosfera a tratti asfittica a tratti iperossigenata, in un pianeta abitato da individui col fiato mozzato e gli occhi sbarrati, o per terrore della personale disperata e mortale miseria umana, o perché stupefatti dalla sovrabbondante grazia di un Dio che, fattosi uno di loro, entra traboccante nel tempo-spazio salvandoli dall’orrore.  

La mole di citazioni fa riecheggiare immagini di palazzotti monumentali dell’ex URSS, quelli parallelepipedi con migliaia di finestre allineate, sempre diverse ma sempre uguali, che monotone dicono e ridicono - nel metodo e nel merito - il nucleo filosofico-ecclesiologico giussaniano. L’immedesimazione del biografo con tale quantità di citazioni, del e sul protagonista, è tale da indurci alla illustrazione critica del pensiero di Giussani stesso, restringendo la valutazione della biografia in sé a quanto fin qui esposto. Descrizione critica non introduttiva, che pertanto potrebbe risultare ostica al lettore che si approcci per la prima volta alla tematica e per mia eventuale dappocaggine espositiva e per le oggettive e numerose ambiguità, contorsioni, ridondanze, oltreché ossimori, crampi mentali, doppi legami e tripli salti mortali nei quali sono costrette capacità di intendere e logica nell'affrontare l'architettura giussaniana.
Concezione ecclesiologica giussaniana così sintetizzabile: Dio entra nella storia dei miserabili uomini e presceglie alcuni. Lì prende casa nelle loro viscere «fin nel midollo delle ossa» e attraverso l’unità dei prescelti, a Lui e tra loro incorporati, si fa incontro. Esperienza-presenza annunciata all’umanità tutta per salvarla dal nulla che le incombe addosso; ogni bene nel tutto ricondurre e nel totale appartenere a tale avvenimento, ogni male fuori da lì:
«La gioia più grande della vita dell’uomo è quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore. Il resto è veloce illusione o sterco». (don Giussani p. 51).
Ammesso e non concesso che ogni identità personale sussista sulla differenza da tutti gli altri e pur considerando l’intera storia del cristianesimo con i connessi miliardi di cristiani presenti nel mondo - che peraltro nel riferirsi al messaggio includente di Gesù di Nazareth appaiono, sovente, ben lontani dalla concezione giussaniana - l’affermazione appare imbarazzante nel suo squalificare ogni forma culturale e esistenziale e qualsiasi modalità di essere nel mondo se difformi dalla propria, in quanto tutto “il resto” valutato da Giussani “illusione e sterco” rappresenta e esprime, inequivocabilmente, la stragrande parte dell’intera umanità e di tutta la sua storia. Corrivi di fronte a tanta altezzosità gli sfavillii di consenso trasversale, con rare eccezioni di sobrietà, della stampa nazionale nel presentare la biografia, probabilmente recensita con pregiudizio positivo senza averla integralmente letta o senza averla, forse, intesa (Gianni Riotta, Vincenzo Sansonetti, Francesco Alberoni, Eugenio Mazzarella, Pierluigi Battista, Filippo Ceccarelli)[1]. A ben vedere una sana identità sta agli antipodi da ogni particolarismo e identicità autistica (semper idem); l’identità per definirsi e consolidarsi necessita di continua e movimentata interpretazione-riformulazione dell’ambiente nel rapporto con tutti gli uomini; interazione universale, creativa e costante dell’Io con ciò che lo circonda e viceversa, così la forza dell’identità è misurabile dalla capacità di fluttuare per riformulare-riformularsi e la miseria dalla statica identicità, vale per l’identità della persona, di un gruppo, di un popolo.

Il “sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore” mentre tutto “il restò è veloce illusione o sterco”, proferito da Giussani ventiquattrenne, appare in centinaia di pagine nucleo del programma educativo di tutta la sua esistenza a venire. Urgenza educativa suscitata da una «passione per l’umano» che interpreta la persona, in quanto non causa di sé stessa, costituita da miseria e indicando - in un atto di “fede razionale” - il divino "Altro” come esclusiva e compiuta risposta all'umana strutturale leopardiana insoddisfacibilità. Preoccupazione educativa generata da alienazione per il supposto assedio delle differenti e circostanti culture, declinata in tutte le forme immaginabili: passione educativa, priorità educativa, urgenza educativa, ansia educativa; nelle varianti belliche da sindrome da accerchiamento: difesa educativa e missione educativa. Evidente la contraddizione: se esistesse davvero una verità assoluta, universale, integrale, immodificabile ed unica, sarebbe evidentemente costitutiva[2] non educativa; non avrebbe necessità alcuna d’essere propagandata, inculcata e neppure difesa perché s’imporrebbe per forza propria. Nei numerosissimi stralci di esercizi spirituali pubblicati nella biografia possiamo osservare un collaudato canovaccio immaginativo-narrativo che, a fini educativi, si ripete sistematicamente. Giussani all’inizio diceva la miseria della condizione umana, esponendo un nichilismo estremo e assoluto, quando il bisogno di salvezza dell'ascoltatore raggiungeva l’acme, proprio un momento prima che giudicasse lo spermatozoo un bandito allo stato puro (Cioran) e che si sentisse sparire incenerito nel nulla eterno, faceva 'arrivare i nostri’: Iddio che salva nell’avvenimento della Chiesa cattolica; nella fattispecie Comunione e Liberazione, "Chiesa al quadrato" (Luciano Caimi). Una strumentalizzazione della sofferenza e della ricerca di senso all'umano esistere dove più l’oratore-attore era abile nel rappresentare e affermare un nichilismo devastante e disperato - Giussani era bravissimo - e più lo spettatore, se ingenuo, si disponeva piccolo-piccolo, quanto il due di briscola quando il fante irrompe in tavola, a accogliere l’annuncio di nostrani Allahu akbar, Gott mit uns; presupposto monolitico eminente Avvenimento risolutivo grande-grande e obbedirgli. Va riconosciuto a Giussani il merito di aver enunciato la Rivelazione cristiana evitando di partire dall’alto dei cieli e correlati dogmi curiali, sovente irrazionali quanto opprimenti, ma argomentando con taglio esistenzialistico (senso religioso) “dal basso”, ovvero dal chiedersi e chiedere la ragione ultima, dunque esauriente, del proprio essere ed esistere nel mondo evitando di attardarsi in rarefatti percorsi teoretici ma ponendo l’accento sulla realtà concreta del vivere nel mondo; senso e significato sull'essere e sull'esistere di ciascuna persona nelle specifiche e reali circostanze del quotidiano. Approccio efficace e condivisibile, non per niente i giovani accorrono. Buono l'inizio, problematico lo svolgimento in quanto l’ente “Nulla”, nel quale Giussani vede originariamente infognata l'umanità intera, è teoria che non trova riscontro nella realtà che necessita di un vero e proprio atto di fede glissando sull’evidenza della realtà della Natura, dell’umanità e della storia; dopotutto basta una cane che muove la coda e il nichilismo vacilla. Nichilismo che se estremo conduce a due possibilità: la prima, nota ma di fatto poco diffusa, che si esprime nel rifiuto d’esistere fino anche al suicidio; la seconda più diffusa ma sfuggente, che invece reagisce a tale ipotetico nulla con narrazioni salvifiche sopra le righe, costruzioni in apparenza agli antipodi dal nichilismo grazie ai suoi salvatori di patrie e di anime traboccanti di “valori” e entusiasmo, mentre, a ben osservare, proprio sul nichilismo si radicano e poggiano. Dopotutto in ogni esaltato, sotto, sotto, c’è un disperato.

Giussani evidenziava la natura oggettiva, storica ed esperienziale del cristianesimo, espressa da Comunione e Liberazione, utilizzando le parole “avvenimento”, “realtà”, “esperienza”, “incontro”, “compagnia”, per rimarcarne l’antitetica natura e struttura rispetto a teorie e idee, in tale prospettiva sovente utilizzava il più moderno e scientifico termine “fatto”. Un estemporaneo positivismo affermante l’autorità immediata e incorruttibile del fenomeno in sé, nel caso di specie il fenomeno storico di un gruppo particolare d’individui come prova valida e veritiera della presenza di Dio nel tempo tramite i da Lui prescelti, per la bruta evidenza che tale gruppo c’è. Interpretazione che oltre al glissare sull'evidenza che «un Dio che ha dei favoriti non è Dio ma un idolo» (Kierkegaard, Aut Aut), trascura di considerare la ragionevole possibilità che tale aggregato umano possa costituirsi e sussistere pur sprovvisto di regia soprannaturale per mera accettazione degli appartenenti della medesima, accomunante, teoria. Senza la necessità di tirare in ballo la fisica quantistica nel suo sentenziare quanto un fenomeno sia plasmato da chi lo osserva, l’ermeneutica filosofica spiega quanto concepire il “fatto” dogma inconfutabile possa rivelarsi via sdrucciolevole, non perché il fatto non esista, ma perché intimamente legato a interpretazioni, teorie, idee: «I fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni» (Nietzsche); «I fatti sono carichi di teoria» (Popper); «Così come un popolo sceglie i propri governanti, la teoria conferisce autorità all’osservazione, affinché governi la giustificazione delle teorie» (P. Kosso).

Significato e prassi dell'obbedienza alla e nella "Compagnia sacramentale" di CL sono espressi da Giussani su binari doppi, tripli, plurimi: all’interno del gruppo l'obbedienza è regolarmente intesa totale, assoluta, pragmatica, diretta e precisissima: autorità cielline anfibi terro-celesti con una zampa nella finitudine e l’altra nell’eterno, uomini che per processo “analogico” (analogia entis) rappresentano Iddio stesso per i subalterni: «Mai possiamo aderire di più alla misericordia di Dio che nell’ubbedire alle persone, alle pietre dove Dio ci ha collocati» (p. 446). Annotiamo che la stereotipia e l'automatismo del moto rettilineo come pure dell’oscillazione ripetitiva sono tutto sommato forme d’inerzia, perché accada movimento è necessario, al contrario delle inorganiche pietre, originale e imprevedibile fluttuare, pertanto più una teologia è apofatica e più rendiconta un Soggetto vivo, mentre più celebra ferme e rigorose sistematizzazioni più somiglia alla tanatologia forense. Struttura gerarchica dove l'appartenente alla comunità obbedisce ad univoco superiore, sacra autorità concatenata al sottoposto per diretta prossimità, capo che all'interno del gruppo a sua volta obbedisce, senza deviazioni, ad un suo superiore. Nel rapporto di CL nei confronti del Magistero il coincidere dell'autorità Istituzione-Cristo tende invece a stemperarsi e a chi indicava l’autentificazione della autorità ecclesiastica come segno e garanzia di verità per CL, Giussani replicava: «Non sono d’accordo […] perché uno in coscienza deve essere perfettamente certo, anche se la Chiesa non si è ancora pronunciata. Perché quando la Chiesa si pronuncia su una cosa… obbedisco. E lì cessa il mio carisma.» (p. 445) Emerge, dunque, una analogia con Cristo autoreferenziale, una sorta di Prelatura personale de facto che - due pesi due misure - esige obbedienza nel condurre, ma reclama autonomia se guidato; proclamazione d'indipendenza dal mondo, dallo Stato e dall'incardinamento alle autorità della Chiesa cattolica romana (quest'ultima argomentata e legittimata, con un doppio salto mortale, dalla assoluta obbedienza al Magistero) ma esigendo, nel contempo, completa costrizione e totale sottomissione all'interno del gruppo. Ritornando alla concezione giussaniana di dipendenza all'interno di CL - “dipendenza” è lemma squisitamente giussaniano -, va precisato che al dipendente è chiesto di fare proprie le ragioni dell’autorità, individuando e accogliendo l'informazione di fondo che esprime il "Superiore" per farla diventare intimamente propria sentendone il valore, in quanto l’autorità è ritenuta Cristo presente, individuo di per sé effimero eppure veicolante l'Assoluto. Per il subalterno urge, dunque, che indifferente al grado di sensibilità, onestà e verità del Superiore, lo interiorizzi per presupposta sacramentalità da lui espressa e significata. Arbitraria e assoluta obbedienza - che manco il Concilio Vaticano Primo (1870) riconosceva al papa - a Giussani dai suoi diretti subalterni, che a loro volta chiedono ai propri sottoposti, che replicano ai loro, i quali reiterano. Gerarchica piramidale (clericalismo) giustificata dalla teoria di Dio nel mondo attraverso Cristo, quindi di Dio nella storia attraverso Cristo nella Chiesa, pertanto di Dio presente nel pezzo di Chiesa di Comunione e Liberazione e, dunque, albergante nei suoi responsabili. Presupposta presenza divina che si manifesterebbe nelle autorità del gruppo - tutte sistematicamente operanti ex cathedra 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 - per nulla motivata, né logicamente, né teologicamente, grottesco connubio di deus ex machina e meme: il dio che magicamente appare nella macchina ciellina auto-propagantesi al suo interno. Va specificato che, a differenza del Concilio Vaticano Primo, Giussani poneva l’accento sull’alterità dell’autorità piuttosto che sull’infallibilità, alterità che proteggerebbe dai rischi derivanti dalla personale propensione alla spiritualità per i possibili equivoci di attrazione fatale per i territori del sacro attivate da soggettive dinamiche endogene, da forze archetipiche, da inconsce fantasie individuali, da puerili innamoramenti prodotti da voragini psichiche o da narcisistiche auto contemplazioni proiettate sulla  - e, dunque, riflesse dalla - figura del Cristo, della Madonna o di qualche santo. Equivoci prodotti da misticheggianti affascinamenti che l’obbedienza all’avvenimento altro della Chiesa cattolica - la religione più materialista al mondo - smantellerebbe alla radice, in quanto obbedienza a realtà storica tutta poggiata sulla “verità” della Rivelazione e sulla oggettività della tradizione: certi della presenza del Dio vivo nei responsabili di Comunione e Liberazione l’obbedienza alle loro indicazioni salverebbe il subalterno sottoposto dall’egoica mortale individualità emancipandolo dal nulla che lo costituisce, salvezza indipendente dalla veridicità e ragionevolezza delle indicazioni del capo, anzi più aumenta lo scostamento tra l’indicazione dell’autorità e l’opinione del sottoposto e più l’indicazione risulterebbe, in tale ottica, redentiva: in CL ben oltre il formale militaresco yes-sir-così-sia, replicato a oltranza finalizzato all’efficiente coeso funzionamento del gruppo - groupthink (William H. Whyte, Irving Janis) -, si obbedisce, dunque, per essere e diventare sé stessi in quanto la personale identità sarebbe costituita dalla divina alterità espressa dal superiore: «Dopo averli in un primo tempo istupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste placide creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo descrivono ad esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole. Ora, tale pericolo non è poi così grande, poiché, a prezzo di qualche caduta, essi alla fine imparerebbero a camminare: ma un esempio di questo tipo provoca comunque spavento e, di solito, distoglie da ogni ulteriore tentativo. E' dunque difficile per il singolo uomo tirarsi fuori dalla minorità, che per lui è diventata come una seconda natura. E' giunto perfino ad amarla, e di fatto è realmente incapace di servirsi della propria intelligenza, non essendogli mai stato consentito di metterla alla prova. Precetti e formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale, o piuttosto di un abuso, delle sue disposizioni naturali, sono i ceppi di una permanente minorità. Se pure qualcuno riuscisse a liberarsi, non farebbe che un salto malsicuro anche sopra il fossato più stretto, non essendo allenato a camminare in libertà. Quindi solo pochi sono riusciti, lavorando sul proprio spirito a districarsi dalla minorità camminando, al contempo, con passo sicuro.» (Kant, Beantwortung der Frage: Was is Aufklaerung? in "Berlinische Monatsschrift"). Per fortuna, forse per grazia, tale concezione della permanenza di Cristo nel rapporto con l’autorità ha sì prodotto sparsi ed episodici scompensi psichici ma rare devastazioni complete, grazie a quei ciellini che, O felix culpa, l’hanno ottemperata in modo intermittente e grado relativo invece che continuo e assoluto come Giussani voleva. Al riguardo ricordava Santa Teresa del Bambin Gesù che, a suo dire, grazie all'obbedienza a una perfida badessa realizzava una totale emancipazione salvifica da se stessa, redenzione direttamente proporzionale alla perfidia del capo: più è altro (differente) e più funziona nel raddrizzare il legno storto. Un processo di infantilizzazione e sottomissione - "pedagogia nera" (Rutschky, Schatzman, Miller) - evidentemente devastante e patogeno sia per il sottoposto, sia per il superiore, che Giussani lenisce nel merito ricordando quanto la compagnia di CL si sia rivelata per lui stesso autorità grazie a interventi di ragazzini, di persone semplici, che l’avevano «percosso» (espressione singolare che indica una speculare continuità simmetrica nel metodo) riattivandogli energie e ragioni per riprendere con rinnovato vigore il percorso. Estemporaneo annota: «Io sono autorità nella misura in cui valorizzo questo e non cerco di piegare e di rattrappire questa vita per un mio dominio clericale. Noi non siamo un’istituzione ecclesiastica, noi siamo un movimento di vita, è come un fenomeno artistico, è una genialità di vita». (p. 485) La visione sacramentale della compagnia in sé viene ulteriormente attenuata, con motivazioni differenti, nel Capitolo 29: «Ma non vi accorgete […] che umanamente parlando è proprio orribile identificare la compagnia come l’ambito che meccanicamente ti assicura il gusto di vivere?» (p. 900)

La biografia accenna al protagonismo disinvolto e autoreferenziale di alcuni esponenti di Comunione e Liberazione che vede don Giussani richiamarli, schernirli, prendere distanza siderale da quel tipo di compagnia: «Della vostra compagnia io me ne infischio.» (p. 899) Testimonianza che separa nettamente la concezione etica del fondatore e guida del Movimento, da quella di qualche ciellino un po’ narcisista e anche un po’ mariuolo perché scheggia impazzita. Nell’affermare l’onestà del fondatore e della stragrande maggioranza degli appartenenti a CL, riteniamo che la biografia ometta di individuare e affrontare storicamente dalla fonte alla foce - senza, dunque, moralismo, bensì con approccio eziologico - le origini e le ragioni dei numerosi e recidivi accadimenti di illegalità, nell’universo cattolico squisitamente ciellini, a nostro avviso già presenti in nuce seppure in buonafede nella imperiosa e tragica esaltazione (hýbris) religiosa di Giussani, che hanno progenerato e poi caratterizzato - prevedibile "eterogenesi dei fini" - parte della cronaca giudiziaria lombarda, e non solo, nell’ultimo decennio.
Al riguardo il giudice della settima sezione penale del tribunale di Milano, riferendosi a una condanna in primo grado inflitta a un memor domini - per dichiarazioni mendaci al P.M. sulla titolarità di conti correnti esteri - aveva ben focalizzato la problematica, scrivendo:
«Desolante l’atteggiamento menzognero adottato nei confronti della pubblica autorità da persone appartenenti ad ambiti sociali portatori di elevati ideali […] permanente nebulosità circa i reali motivi che ne hanno determinato la condotta».
A compensazione della biografia - invito all’integrazione esplicitamente richiesto dall’Autore a tutti coloro che hanno conosciuto don Giussani - tentiamo di rispondere al puntuale e ragionevole interrogativo del giudice di Milano, basandoci su quanto abbiamo personalmente visto e udito.   
Scorgiamo due motivi di correlazione, sinistramente sinergici, tra l’onesta baldanza religiosa di Giussani e la tracotanza narcisistica di qualche suo seguace:

Emulazione stilistica del leader.
Giussani allargava smisurato, urgente, irresistibile, pirotecnico, impellente e a oltranza, il personale giudizio di valore a asserzione di realtà universale costipando, come uno schiacciasassi, ciò che incontrava in tale prospettiva. Alcuni a lui prossimi, non curanti dei contenuti veicolati in tanta foga, ne hanno appreso il metodo imitando il piglio fiero, ma sostituendo con fini propri il merito. Fatto ("Avvenimento") e patto (unitario) etimologicamente poggiano su atto (āctus), nella fattispecie atteggiamento che non determina né garantisce, di per sé, il sano ordinamento personale, così religionari e gangster, in missione per conto di un qualche dio, pur dissimili nei fini possono anche somigliarsi nello stile e determinazione per raggiungerli.

Deriva assiologica tribale.
La comunione tra gli appartenenti a Comunione e Liberazione era definita da Giussani con l’affermazione: «Io sono Tu che mi fai», con quel “Tu” intendeva Dio e nel contempo, riferendosi al mistero dell’incarnazione cristiana, ogni aderente al gruppo. In questa concezione il nome di ogni ciellino è ritenuto sacramentalmente unificato all’origine con quelli degli aderenti al gruppo; annegamento soteriologico dell'Io nel corpo comunitario. Comunità giudicata da Giussani incontro-avvenimento-presenza salvifica segno sacramentale di Dio stesso, “ontologicamente” - qui da intendersi non come criterio di pensiero che inventaria gli enti (che cosa c'è) ma, con accezione metafisica (che cos'è, come è, perché è), che li fa essere ex nihilo (Giussani tende a identificare l'ontologia con la metafisica) - costitutiva l’“Io” di ogni singolo componente. Il singolo uomo è in sé insignificante, è nulla. Per "essere"[3], deve diventare cellula appartenente e obbediente alla corporazione, come le api e le formiche sono nulla senza il loro gruppo organizzato, consorziato, congregato, endogamo. Anzi di più: attraverso un processo d’ipostatizzazione del gruppo a verità assoluta e universale per l’appartenente la dipendenza diventa incondizionata ed esistenzialmente totalizzante, “ontologica” come i buchi nel formaggio che fuori da lì non esistono più. Nella concezione assiologica giussaniana la morale non poggia, dunque, sul comportamento umano in rapporto all'idea condivisa che si ha del bene e del male relata all'imputabilità del soggetto - concezione bollata da Giussani moralistica -, ma su una singolare teoria etico-assiologica di appartenenza al gruppo sacramentale: più fai parte più sei nel giusto, più fai parte e più vali, più appartieni e più sei redento, prescindendo dal personale agire. Giussani affermando - nel solco di Matthew Fox - che non sono le cose in sé da abbandonare ma gli atteggiamenti di possesso per le cose, implementa un dualismo tra morale e prassi in un mix gnostico e paolino dove, giudicando il gruppo di riferimento il valore assoluto e i beni materiali un nonnulla, invita ad un atteggiamento di possesso “come se” non avessimo, di godimento come se non godessimo, di utilizzo come se non usassimo, pur anche di fatto possedendo, godendo e usando. Blues Brothers che «in missione per conto di Dio» passano col rosso per salvare il mondo, giudizio di valore dove ogni nome è fuso e confuso nell'incorporazione al gruppo; un “Noi” Alpha-Omega super-Ente dove «l’individuo ha rapporto con Dio solo attraverso il suo popolo, la sua tribù, la sua casta, attraverso appunto la sua appartenenza ad un collettività. Da un punto di vista psicologico si tratta qui di uno stadio iniziale dell’evoluzione umana o religiosa, cioè di una religiosità del noi, di impronta primitiva, in cui il singolo non esiste ancora affatto come individuo autonomo. Questo stadio evolutivo viene definito da C.G. Jung, con l’impiego di un termine dello studioso delle religioni Lévy-Bruhl, come quello della "participation mystique". Ciò significa che si tratta di una partecipazione pre-personale e pre-individuale di ciascuno al tutto.» (Hanna Wolff , «Vino nuovo - Otri vecchi» Il problema d'identità del cristianesimo alla luce della psicologia del profondo, Queriniana, pag.146.) Singolare consorteria metafisica salvifica, corpo mistico coincidente la presenza di Dio nella storia e strutturante-giustificante alla radice ogni partecipante al gruppo. Una sovrastima del gruppo, della sua moralità e del suo potere, che produce illusione di invulnerabilità ed esaltato ottimismo favorendo l’azzardo morale nell'assunzione di rischi, al riguardo Giovanni Fornero ricorda nell’analisi di Weber la precisa contrapposizione dell’etica della responsabilità (Verantwortungsethik) rispetto all’etica della convinzione (Gesinungsethik), dove: «l’etica della convinzione corrisponde all’ “agire rispetto al valore” ed è tipica di chi si vota in modo intransigente ad un determinato ideale (elevato a meta assoluta, cui tutto deve essere sacrificato), senza preoccuparsi né dei mezzi, né delle conseguenze connesse al proprio agire. L’etica della responsabilità corrisponde [viceversa] all’ “agire razionale rispetto allo scopo” ed è tipica di chi si preoccupa sia dei mezzi atti ad ottenere determinati scopi, sia degli effetti connessi al proprio operare.» (Nicola Abbagnano Dizionario di filosofia, UTET, terza edizione, p. 930). All'interno di questa presupposta assoluta evidenza del Dio nascosto, misterioso e incommensurabile, che si manifesterebbe al mondo nella corporazione ciellina, in questo entusiamo collettivo (enthusiasmòs: "indiamento") di suggestione e acrisia a tale presupposto sacro fondamento unitario che redimerebbe, di questo sciovinistico imperativo collegiale, di questo familismo su base religiosa, di questo provinciale noi totalitario-salvifico, l’operato dei membri evidentemente obbedisce - indifferente alle generali e universali misure e norme dell'umano diritto costituite, istituite, e socialmente condivise - a regole proprie. L’impianto teoretico di don Giussani dettante la prassi politica dei cattolici nella società era, in sintesi, il seguente: «La posizione nell’impegno culturale è quella di un popolo [cattolicesimo, nella fattispecie Comunione e Liberazione] che approfondisce la coscienza di portare in se stesso il principio risolutivo della crisi per tutti; noi portiamo la salvezza.» (Giussani “Dall’utopia alla presenza”, “L’Equipe”), da qui l'impeto missionario di CL nel mondo. Dopo decenni d’impegno, abnegazione, lotte, finalmente il programma salvifico planetario teorizzato da Giussani veniva realizzato dal gruppo dei prescelti - attraverso il PDL col sostegno della Lega Nord, entrambi paladini dei valori cattolici non negoziabili - e la salvezza universale irrompeva in Lombardia, solo là, però in tutta la sua gloria, così: arresto del consigliere Gianluca Rinaldin per truffa, Nicole Minetti indagata per induzione alla prostituzione minorile e Daniele Bellotti per tifo violento, Monica Rizzi per dossieraggio, arresto di Franco Nicoli Cristiani per corruzione e tangenti, Massimo Ponzoni per corruzione, concussione e bancarotta, indagati Angelo Giammario per corruzione e finanziamento illecito dei partiti, Renzo Bossi per appropriazione indebita, Davide Boni per corruzione, arrestato Domenico Zambetti per voto di scambio e concorso esterno in associazione mafiosa per aver acquistato voti dalla 'ndrangheta, indagati per peculato e truffa Franco Nicoli Cristiani, Massimo Buscemi, Davide Boni, per corruzione Marcello Raimondi. Presidente Formigoni rinviato più volte a giudizio, nel processo di primo grado attualmente in corso per la vicenda Maugeri - procedimento che vede coimputati altri esponenti storici di CL - richiesta dai P.M. una condanna a nove anni di detenzione perché "capo di un gruppo criminale" responsabile per 10 anni, sempre secondo l’accusa, di un sistema di corruzione con sperpero di decine di milioni di denaro pubblico, oltre a benefit di circa otto milioni di euro. Tutti assolutamente innocenti fino all’ultima sentenza definitiva. Nel frattempo, nell’attendere l’iter della Giustizia, consapevoli che «ogni volta che ci si presenta la scelta tra far salva la teoria e far salvo il fenomeno, la storia del pensiero insegna che è più proficuo parteggiare per il fenomeno» (James Hillmann), un minimo d’indagine sul divario tra l’universale salvezza teorizzata da Giussani e il provinciale sfacelo di fatto realizzato è da farsi; Chiesa italiana in primis - non dimentichiamo che, seppur con radicali prese di distanza dal formigonismo di numerosi cattolici, l'impegno politico di CL era in quel periodo sostenuto da gran parte del Magistero, Giovanni Paolo II incluso. Come sopraesposto l’indagine è più semplice di quel che sembra perché il divario non c’è proprio: il proclamare al mondo «noi portiamo la salvezza» è già, e di per sé, promozione e costituzione di associazione a delinquere, o perlomeno puntuale apologia. In tale iperbolica etica dell'appartenenza e conseguente impeto politico-missionario scorgiamo una palese ambiguità all'interno del gruppo: quando l'intervento dell'esponente ciellino nella società appare valoroso, viene interpretato come diretta espressione dell'agire di Dio nella storia attraverso il gruppo dei prescelti, viceversa se l'azione risulta misera, delinquenziale o oscena, è vista come mera espressione autorale-individuale della quale risponde la specifica persona. In tal modo l'entità CL, mai imputabile al pari di Dio, della Vergine Maria, degli angeli e degli incapaci d'intendere e volere, permane illibata.

Sappiamo che la cultura occidentale è caratterizzata, e in gran parte strutturata, da una miscela di sacro e profano, una mescola di paganesimo, illuminismo, tecnica, tradizione giudaico-cristiana, ecc. ecc. . Utile al riguardo, e per certi versi inaspettata, l’analisi del cardinale e teologo francese Yves Marie-Joseph Congar (1904 –1995), espressa nel terzo capitolo del saggio teologico ecclesiologico «Per una teologia del laicato» scritto nel 1956. Congar, fedele al credo cattolico, analizza il piano di Dio dettato nella rivelazione, dal «facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» all’ultimo capitolo dell’Apocalisse, dove Dio «assumendo lui stesso la carne della nostra umanità» vuole costruire il suo tempio di comunione attraverso Gesù Cristo «capo della Chiesa, ma anche di tutta la creazione»; Regno di Dio universale nel quale Congar dettaglia differenti e complessi aspetti, tra questi quello escatologico dell’ultimo giorno e quello «dinamico o progressivo» del tempo della Chiesa, tempo intermedio del già, dove «Gesù stesso è, in un certo senso, il Regno di Dio» e il non ancora della Parusia, dove Cristo alla fine del piano salvifico ritornerà sulla terra. Dunque due tappe e in mezzo un tempo intermedio. A che scopo tale tempo? Iddio onnipotente senza indugiare avrebbe potuto terminare il suo piano con l’Ascensione concludendo con la Pentecoste. Congar vede in tale indugio uno scopo preciso: Dio o il Cristo o la Chiesa non sono i soli artefici di tale piano, per giungere a meta è necessario il libero agire degli uomini nella storia perché senza tale cooperazione il Regno di Dio rimarrebbe incompiuto. In tale interpretazione «La regalità di Cristo resta, di diritto, universale» mentre la Chiesa sarebbe un regno spirituale della fede distinto dal «mondo naturale degli uomini e della storia», entrambi differenti coprotagonisti della realizzazione del Regno, «Rendete a Cesare quel che è di Cesare…». Nel piano unitario di Dio la Chiesa e il mondo sono entrambi finalisticamente ordinati al Regno di Dio, «ma per vie e titoli differenti», così «la regalità universale di Cristo non corrisponde a quella di una regalità ugualmente universale della Chiesa». Ne consegue per il cristiano che il profano sviluppo umano storico non è un processo antagonista e nemico - il giussaniano giudicare il mondo "illusione e sterco" con paradigma medievale che entra a gamba tesa nel post moderno -, o nella più misericordiosa interpretazione mero accadimento subalterno da tollerare, ma in quanto forza indispensabile all’accadimento del Regno evento da valorizzare e col quale allearsi. Sacro non contrapposto al profano, quindi non «Resistenza del Mondo ma Resistenza nel Mondo». Tralasciando il possibile effluvio di concezioni hegeliane, riguardo un supremo Principio regolatore della storia avvertibile in Congar, quello che qui ci sembra puntuale è l’intelligente sintesi, dal punto di vista cattolico, della complessa realtà in una concezione aperta che agli antipodi del dualismo gnostico ricapitola universalmente il soggetto in sé medesimo, l'Altro e il mondo.

Con esposizione meccanica la biografia di Savorana dettaglia tutto il preoccupato impegno di Giussani - assillo espresso in centinaia di pagine, letteralmente e fino alla noia - atto a riscontrare la corrispondenza tra l’io nelle sue insite necessità primarie e la realtà che Giussani impersona con l’accadimento cristiano esplicitato da CL, richiamando gli appartenenti a Cristo nella esperienza dell’origine del Movimento, dove la realtà è giudicata - CL in primis - presenza e segno di “Altro”; elativa compagnia umana prescelta da Dio che pur nella storia la trascende e giudica non per pensiero, valore, competenza, merito e iniziativa degli appartenenti, ma per ontologica ineffabile vigoria infusa dall'"Alto"; una imputazione di giustizia infusa dai meriti di Cristo e dalla sua grazia, ibridamente prossima alla visione protestante - Sola Fide e Sola gratia dove Solus Christus e Soli Deo Gloria coincidono con taglio cattolico all'istituzione CL -, sulla quale si fonda, indipendentemente dal proprio operato, la totale giustificazione personale. Nel contempo Giussani rimedia rischi di omissione idealistica del soggetto e di deresponsabilizzazione, impliciti in tale fissa prospettiva di "ratto salvifico" per mera appartenenza alla compagnia sacramentale nell'"eterno ritorno dell'uguale", invitando a un creativo, libero e originale, impegno personale nel sociale, da lui valutato indizio di fede matura che dal singolo pervade l'ambiente. In questa “immanenza escatologica”, in questo “magismo” che espande oltremisura il soggetto esautorandolo, in questa concezione che interpreta la persona segno di un soprannaturale "Altro" tramite sé stessa e sé stessa mediante un trascendente "Altro", Giussani nel rilevare all'interno di CL penuria di iniziativa personale nel sociale vede immaturità e intimismo e nel constatarne l’abbondanza scorge riduzioni pietistiche e derive associazionistiche o personalistiche. Il resoconto biografico nell'ostentare l'esuberanza di Giussani nell'interminabile esagitato richiamarsi e richiamare il Movimento all'ideale, certifica quanto lui stesso e la "compagnia divinizzata" annaspino nel tentativo di ricapitolare a sé la realtà, l'immediatezza della vita, gli accadimenti, la complessità delle cose, le soggettive sensibilità. Emerge una qualifica (deificazione) della persona (il ciellino prescelto) che la squalifica (reificazione), una divisione, una ambiguità, un doppio legame, un coitus interruptus tra l’opera di Dio e quella dell’ “Io” che non trova pacificazione e come Sisifo non raggiunge meta. Un conflitto tra realtà e ideale originato dal supporre che ci sia sempre un misterioso, e misterico, Quid infinitamente più "grande" sempre più in qua, o più in là, del soggetto che pensa e fa. Il perseguire tale asintonica, arzigogolata, fessa, inattuabile, identità - costituita da una presupposta sacra Alterità espressa dalla personale soggettività e viceversa - ingenera un limbo surriscaldato, un "come la fai la sbagli" speculare alla giustificazione infusa da Dio per l'appartenente alla comunità dei prescelti, un film malfermo con l’audio fuori sincrono che dice con precisione quanto l’ideale annunciato non sia realtà costitutiva ma narrazione mitica sovrapposta forzosamente alla vita che nel tortuoso, replicato, ossesso, tentativo di inglobarla produce labirinti di insoddisfazione. Tutto sommato una esperienza più necessita di essere sistematicamente rispiegata, ri-supportata, ri-giustificata, riprodotta, ripetuta, ricelebrata, richiamata e - fedele alla linea - espansa, meno è credibile, in quanto il fondato sta in piedi e si afferma da sé, mentre l’infondato necessità di essere tenuto artificiosamente e forsennatamente su. Labirinto non strettamente giussaniano ma ecclesiologico, quando la dottrina trinitaria si codifica autoritativamente e normativamente nei secoli IV-V con i concili di Nicea e di Calcedonia, il primo in reazione alla dottrina di Ario che interpretava Gesù, in quanto figlio generato dal Padre, non esistente da sempre bensì avente un inizio, entità seppur divina subordinata  - subordinazionismo dicono i teologi - al Padre, quindi ciò che si era incarnato in Gesù non era totalmente Iddio non originato ma una sorta di sottoprodotto. Nicea risolve la problematica proclamando che il Figlio è fatto della stessa sostanza di cui è fatto il Padre. In seguito la dottrina di Calcedonia, stimolata da Cirillo di Alessandria e Nestorio, definisce un punto cruciale rimasto in sospeso: quanto esterna e quanto interna al Padre l’entità cristica? Come divina e come umana l’ipostasi di Gesù Cristo? E specialmente quanto divina e quanto umana?  Cirillo propendeva per quella divina detto monofisismo, mentre Nestorio concentrò l’attenzione sulla figura storica di Gesù, però se Iddio s’incarna - immanenza alla materia - difficile preservarne la trascendenza (soprannaturale) e dunque l’efficacia salvifica (soteriologica). Le dispute sull’identità metafisica di Gesù fu complessa e prolungata con condanne e riconciliazioni, risolvendosi con un compromesso riguardo l’interazione tra Gesù e Dio così formulato: Gesù Cristo una ipostasi divina con due nature una umana e una divina. Vero Dio e vero uomo, nell'unità della sua Persona divina, ora Iddio puoi anche dipingerlo per venerarne l’immagine, ma occhio a ben comprendere la differenza tra ipostasi e natura, equivocarle unificandole è eresia (modalismo).

Sintomatico di tale titanismo, di questo enfiare l'individuo fino a farlo scoppiare dissolvendolo, di questa coatta esaltazione pantocratrice del soggetto che lo esautora da sé medesimo svilendo le personali potenzialità, l'inabilità di CL al partorire, sull'universale pubblica piazza - nonostante l’espressione di migliaia di appartenenti in mezzo secolo di esistenza e l'imperversare, all'interno del gruppo, di autorità di ogni ordine e grado - eminenti personalità d'ingegno e talento per ingrigliamento autoritativo inibente l'autorale pensiero. Di Giovanni Testori e William Congdon, vicini - seppur in modo differente - al Movimento e ampiamente citati nella biografia, evidenziamo, prendendo distanza dagli intenti strumentali di concelebrazione giussaniana dell'Autore, l'intrinseco genio personale: straordinari, poggiando sulle proprie gambe, lo erano prima, e da prima, prescindendo da ogni dipendenza e appartenenza. Con motivazione distinta - nel caso precedente per fagocitazione e sfoggio nella architettura biografica di personalità significative, qui per omissione di rappresentanza - ricordiamo Giacomo B. Contri, psicoanalista e ancor prima filosofo, peraltro valoroso biografo di Giussani[4], che Savorana, censurandone il pensiero, relega a inespressiva comparsa.

Nel saggio biografico viene dettagliata l’evidente preferenza e prossimità, libera, truistica e legittima, del protagonista nei confronti di Comunione e Liberazione, ma inopinata compare una affermazione di Giussani stesso vagamente quietistica, proferita nell’ultima parte del suo percorso: «Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta» (p. 1138), che risulta storicamente falsa e un po' umoristica: forse un piccolissimo mirato contributo personale a CL lo ha dato anche lui. Contraddizione veniale smentita dalle 1137 pagine precedenti della biografia stessa, che dettagliano tutto il fibrillare di Giussani nell’implementare e imporre metodologie atte a generare, conservare, espandere e difendere il “suo” Movimento e peculiare carisma, con tanto di conflittualità, specialmente nella seconda metà del primo periodo, all’interno delle Chiesa stessa.

Nei resoconti di rapporti epistolari e con i prossimi emerge quanto Giussani era tollerante e amichevole, sempre stimando e valorizzando chi incontrava personalmente. Concezione che muta nei suoi libri e discorsi pubblici, dove l’individuo è invece tendenzialmente interpretato con implicita disistima e diffidenza, visto sotto la sistematica minaccia di culture dominanti o infognato in concezioni massificanti che dal di fuori e dal proprio intimo gli incombono addosso. Un porsi-opporsi che interpreta “Mondo” e Dio blocchi contrapposti - «illusione e sterco» VS «Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore» - superpotenze antagoniste in perenne guerra fredda o rovente senza prospettiva di distensione e disarmo, senza possibilità di sinergia e di proficua contaminazione sociale-storica (filosofia greca, diritto romano, princìpi dell’illuminismo con la tradizione cristiana), “Enti” nemici fagocitanti l’individuo a prescindere dalla soggettiva personalità; interpretazione che preclude al soggetto la realizzazione suscitata e operata dal personale pensiero sovrano.

La biografia nell’affermare il pensiero sorgivo (Scola) del protagonista illustra, nel contempo, gli autori che Giussani ha frequentato e citato, da Giacomo Leopardi a Romano Guardini, da Jacques Maritain a Pier Paolo Pasolini fino a Søren Kierkegaard. Visioni e prospettive esistenziali, concettuali ed artistiche di autori che se approfondite nel loro complesso oltre ad una fuggevole contiguità col pensiero e il metodo di Giussani non di rado si rivelano affatto distanti. Osserviamo un prepotente, rapsodico, attingere, qua e là, materiale atto ad avvalorare inflessibili teorie predefinite, invece di un confronto completo, approfondito e dialogico con l’Altro. Evidente la contiguità tra il pensiero di Giussani e quello Kierkegaard, nel vedere l’umana primigenia angoscia di piombare nel baratro del nulla risolta dall’inserzione dell'eternità nel tempo operata da Cristo, con la differenza che per Kierkegaard tale dinamica si attua in un quadro esistenzialistico personale, mentre per Giussani secolare corporativo. Per non cadere in puntualizzazioni pleonastiche glissiamo sul notorio scostamento tra Pasolini e Giussani, preferendo accennare al guardiniano concepire la totalità del reale, tanto preso e ripreso da Giussani intendendolo, sciaguratamente, come una granitica e fissa interpretazione della realtà caratterizzante il gruppo dei prescelti, invece che universale dinamica sempre nuova nel moto costante; fluttuante opposizione polare che Guardini con esemplare finezza e rigore di pensiero aveva colto come fondamento ontologico e antropologico del concreto-vivente. Un “pericopizzare” - tagliare tutt’intorno - poco accurato e piuttosto strumentale, al pari degli operai edili che nell’eseguire movimenti terra trovando valorosi reperti li triturano e amalgamano col rullo compressore per realizzare, secondo progetto, la massicciata del nuovo edificio. Andamento che con Leopardi raggiunge livelli imbarazzanti: la rivista culturale “Cenobio” (LII [2003], 4), nell’articolo “Il Leopardi cristianissimo di don Luigi Giussani” pone l’attenzione sull’ultima strofa della poesia “Alla sua donna” dove Giussani si attarda in « una parafrasi esplicativa del senso letterale, seguita da un momento ermeneutico in cui si afferma il valore di annuncio cristiano di tali versi; valore, testimonia don Giussani, da lui scoperto con intensa emozione quando, quindicenne, frequentava la prima liceo presso il seminario.»

Se dell’eterne idee
l’una sei tu, cui di sensibil forma
sdegni l’eterno senno esser vestita,
e fra caduche spoglie
provar gli affanni di funerea vita;
o s’altra terra ne’ superni giri
fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
e più vaga del Sol prossima stella
t’irraggia, e più benigno etere spiri;
di qua dove son gli anni infausti e brevi,
questo d’ignoto amante inno ricevi.

Giussani commenta: «Questa è stata la strofa che mi ha travolto – lo posso dire – la vita. Perché dice: se tu, bellezza, che, quand’ero ragazzo, credevo di trovare per le strade – ma non c’è in terra cosa che ti somigli! -; se tu bellezza sei un’idea di Platone che vive nell’iperuranio, in qualche mondo astrale, oppure vivi in qualche altro pianeta più felice della terra, perché “di sensibil forma / sdegni l’eterno senno esser vestita”, perché sdegni di rivestirti di carne e “fra caduche spoglie / portar [sic] gli affanni di funerea vita”, in un corpo carnale portare i dolori e la morte? Se tu questo sdegni perché sei una delle realtà eterne, “di qua dove son gli anni infausti e brevi / questo d’ignoto amante inno ricevi”. Quando lessi questa strofa la prima volta – mi ricordo come se fosse oggi, la giornata di inizio dell’anno scolastico del mio seminario, in prima liceo a 15 anni, - dissi: ma come, che cos’è il messaggio, l’annuncio cristiano se non questo? È l’annuncio che la bellezza, con la “B” maiuscola, non solo non ha sdegnato di rivestire “l’eterno senno di sensibil forma”, non solo non ha sdegnato di “provar gli affanni di funerea vita”, ma è morto [sic] per l’uomo. »
Gli addetti ai lavori di “Cenobio” proseguono chirurgici:
«Vediamo ora uno per uno i marchiani errori [...], con l’avvertenza che sono tutti concentrati nelle dieci parole che costituiscono la proposizione relativa e l’infinitiva che ne dipende: “cui di sensibil forma / sdegni l’eterno senno esser vestita” (s’intende che poi tali errori si proiettano, per così dire, sull’infinitiva coordinata). Premettiamo per confronto l’interpretazione  corretta, che è all’incirca la seguente: “[Se tu sei una delle idee eterne] che la sapienza divina non permette si rivesta di forma corporea” (Dio cioè non consente che l’idea di donna sognata dal poeta si incarni in una donna reale. Superfluo ricordare che l’eterno senno non designa affatto il Dio cristiano, ma qualcosa che sta tra un principio impersonale e il demiurgo platonico).
Nella parafrasi sono presenti quattro errori di tipo morfosintattico:
1) la relativa introdotta da cui diventa, senza alcuna ragione, addirittura un’interrogativa diretta (e pertanto una principale) introdotta da perché;
2) e 3) sdegni, che è terza persona del congiuntivo, diventa seconda persona dell’indicativo;
4) l’eterno senno, che è il soggetto della relativa già arbitrariamente trasformata in interrogativa, nella parafrasi scompare letteralmente senza lasciar traccia, sicché soggetto dell’interrogativa stessa diviene il tu della proposizione condizionale, riferentesi alla donna, ovvero alla sua “idea”.
Nel commento poi, che vorrebbe fornire l’interpretazione autentica della strofa:
5) vediamo che sdegni si trasforma addirittura in non ha sdegnato, ossia nel suo opposto (!);
6) ritroviamo l’eterno senno, che è però diventato complemento oggetto di rivestire, da soggetto che era di sdegni; mentre dal canto suo esser vestita (passivo, riferito all’idea platonica) diventa attivo (rivestire), pur avendo per soggetto quella medesima idea (col bizzarro risultato che, letteralmente, la bellezza riveste Dio);
7) infine scopriamo che tale idea è addirittura Cristo stesso in quanto “bellezza, con la ‘B’ maiuscola”. Il che, a parte la distorsione estetizzante (senza dubbio quanto meno discutibile sotto il profilo teologico), è anche filologicamente scorretto, poiché l’idea che agita i sogni del giovane poeta non è la bellezza, bensì la donna ideale; il che è, al tempo stesso, molto di meno e molto di più. »
Spietati concludono: «Circa la parafrasi: quel che è ora di moda snobbare come esercizio scolastico tale da ottundere quasi la mente, rendendola sorda ai valori poetici del testo, si conferma in realtà operazione preliminare indispensabile per ogni successivo intervento ermeneutico. È velleitario sciorinare pretesi tesori nascosti di un testo poetico di cui a livello letterale non si è capito nulla.»
Scivolata riteniamo procurata più da esaltazione fagocitante che da consapevole slealtà per la quale emergono conseguenze tragicomiche nel considerare tutte le volte che la bislacca interpretazione è transitata per decenni all’interno della bolla culturale ciellina e non solo, da bocca a bocca, da scritto a scritto, da meeting a meeting, da professore ciellino a studente, indenne dal minimo sospetto che Leopardi cantasse tutt’altro. Quando poggiandosi su Kierkegaard si afferma che l’essenza del cristianesimo consiste nell’inserzione salvifica dell'eternità nel tempo operata da Cristo, o stravaccandosi su Guardini quando rincarava che non è la comprensione di Dio l’estremo del cristianesimo ma quella di Incarnazione, si dice in apparenza molto ma di fatto niente se ci si ferma lì, dato che tale concezione sprovvista di fattispecie può produrre di tutto, da san Francesco a l’Inquisizione. Tutto, dunque, da rivedere affrontando con serietà i testi originali per ciò che dicono, da Maritain a Pasolini, da Teilhard de Chardin a Bulgakov, da Solov’ëv a Dostoevskji, da Claudel a Péguy a Kierkegaard ecc. ecc., Gesù di Nazareth incluso.

Le citazioni biografiche, gli aneddoti, le testimonianze, le annotazioni, rendicontano precise l’idiosincrasia per qualsiasi filosofeggiare e teologizzare da parte di Giussani, un poggiarsi «non su una sintesi di idee ma su una certezza di vita». La metafisica di Giussani vede la struttura della materia costituita da Cristo stesso, mistica oggettiva (Adrienne von Speyr, Hans Urs von Balthasar) dove l’ascesi personale consiste nel raggiungere e permanere in tale concezione interpretativa della realtà. Teoria che vede l’entità Dio-Cristo-Chiesa-CL costitutiva di tutti gli enti, una sorta di essenza onnipervadente che gli farebbe girare gli elettroni dentro, glorificando così la realtà (acosmismo). Pensiero che rigetta idealismi - ma anche lo studio approfondito delle discipline filosofiche e teologiche - per fondarsi sull’esperienza empirica dell’ “Avvenimento”, al riguardo negli ultimi anni del suo operato Giussani vira dall'incitare all'«Avvenimento-Presenza VS Mondo» verso l'aut aut di «Essere VS Nulla», enti, questi ultimi, a ben vedere, più alleati che nemici, in quanto specularmente apparentati come se generati da identica matrice: coppia gemella Nulla & Dio associazione metafisica a delinquere tipica dei fondamentalismi religiosi, "Teoria della mancanza" che esautora l'esistente implementando un Dio tutto poggiante su un presupposto e artificioso “Ente Nulla” di fatto inesistente - se del nulla può essere dato, ciò non avviene né prima né dopo l'essere, né, in senso generale, al di fuori dell'essere, ma nel seno stesso dell'essere, nel suo nocciolo (Jean-Paul Sartre) - e per nulla vuoto in quanto evidentemente ricolmo da Io-Altro-Natura, che per essere implementato necessita di aspirazione a oltranza (kenosis) dell'esistente per immaginare un indiscriminato artificiale annichilimento, sottovuoto spinto poi imbottito da un onnipervadente dio -. Supposto esclusivo e smisurato evento e incontro tangibile che irromperebbe nella storia per rispondere e risolvere l’inconditionnel de la demande d’amour (J. Lacan) spaccandola in prima e dopo: Cristo presente nella Chiesa, più precisamente nella concretezza e attualità del pezzo di Chiesa espresso da Comunione e Liberazione. Che il lettore si approcci alla biografia considerando il Cristo mai esistito se non attraverso chi ha scritto di Lui, oppure lo identifichi col Gesù di Nazareth uomo, oppure Dio, o nel contempo entrambi, a ogni pagina sorgerà urgente una domanda, La domanda:

come e perché, attraverso quale inferenza, episteme, esperire, poggiandosi su cosa, Giussani assimila, come dato di fatto, il Cristo Verità assoluta, Giustizia compiuta, somma Bellezza, realizzazione e compimento storico dell'umanità tutta, con il pezzo di Chiesa denominato Comunione e Liberazione indipendentemente dal pensiero valoroso o micragnoso dei suoi appartenenti? Identificazione così certa da metafisicare:

 «Se non c’è risposta a quel che sei, sei un disgraziato! […] Immaginate di andare in piazza Duomo a Milano alle sei di sera, d’estate, o in primavera, o d’autunno, d’autunno presto. Piazza Duomo è quasi piena, gente che va di qui, gente che va di là; ma osservate che c’è qualcosa che non va: sono tutti senza testa! Immaginate di essere lì: sono tutti senza testa, solo voi avete la testa! [sic] La vita è così, il mondo è così». (Conversazione di Giussani ad un gruppo di memores domini 1 ottobre 1995). «Quando ci si mette insieme, perché lo facciamo? Per strappare agli amici – e se fosse possibile a tutto il mondo – il nulla in cui ogni uomo si trova». (Incipit del messaggio di Giussani per il XXV Pellegrinaggio a Loreto). «Amici miei, che compito, che responsabilità! Perché gli altri nel mondo dipendono dalla nostra [sic] vita.» (Giussani ritiro di memores domini, p. 728). Riguardo il merito di tali asserzioni, di questo svilire all'estremo il mondo intero, di questo valutarlo poco cristianamente non-prossimo, evitiamo il giudizio derivante dal preciso ricordo della nostra remota obbedienza, all'interno dei memores domini come a Cristo in terra, a un tale condannato in primo grado per dichiarazioni mendaci al P.M. e in differente procedimento rinviato a giudizio per corruzione - olocausto provinciale affatto scevro di nostra imputabilità seppur peccato di gioventù, implementato da Giussani con intento di universalizzarlo - preferendo affidare al raziocinio del lettore eventuali valutazioni di una possibile contiguità col ridicolo - "du sublime au ridicule il n'y a qu'un pas" - o colla delirante follia.

L'entusiasmo apologetico per la coincidenza assoluta Dio-Cristo-Chiesa-CL contrapposta al mondo appare, talvolta, vagamente mitigato da Giussani: «Il bene sta al fondo di ogni essere» (p. 905); e sistematicamente esercitato:

riferendosi ai duemila anni di tradizione cattolica senza soluzione di continuità, prova certa di espressione divina, della quale la «fraternità sacramentale» di Comunione e Liberazione risulta parte integrante. Prova evidentemente debole appurato che la storia della Chiesa è stata caratterizzata, fin dall’origine, da numerosi scismi dove ogni parte - anche il cattolicesimo risulta mera parte in causa, al pari delle altre - rivendicava e rivendica ortodossia e primato. Istituzione peraltro planetaria dove al suo interno, nonostante univoci enunziati normativi, abbondano copiose pluralità di espressione della fede, delle quali Comunione e Liberazione rappresenta, tra le innumerevoli, circoscritta parte esigua.

Altra dimostrazione probante la troviamo nella proposta evangelica, ripresa spesso da Giussani, del “vieni e vedi”. Noi siamo andati e abbiamo veduto soggetti valorosi, persone ordinarie e individui meschini, come dappertutto. Per interpretarli in blocco “straordinari” prescindendo dalla fattispecie di ognuno, causa di “stupore”, per rimanerne “affascinati”, per esaltarli singoli e aggruppati a “Mistero” e “Destino” di tutta la storia e dell’umanità intera - nomi e dinamiche care a Giussani -, avremmo dovuto cedere al malsano invito di addossare ai ciellini, un tempo amici di percorso, occulti funzionamenti di arcane entità, narrazione fantastica che poggiandosi sul nulla esiste solo nei pantani di pensiero di quelli che ci credono. Qui concludiamo consapevoli della rudezza con la quale abbiamo onorato don Luigi Giussani, ma dopotutto risulta inattendibile un’amicizia indifferente al pensiero dell’amico meglio un avversario che lo contesti con cura.

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Le recensioni della stampa nazionale appaiono nell'insieme, noncuranti della complessità della tematica, parata di spot promozionali.

L’ho appreso da Giacomo B. Contri, Educazione VS Costituzione.

«Essere è essere agli ordini», Cfr. Jacques Lacan, Seminario Encore, p. 34.

Luigi Giussani e il profitto di Cristo, Giacomo B. Contri, Studium Cartello.

 

Alberto Savorana
Vita di don Giussani
Rizzoli editore

Ultima modifica il Domenica, 01 Ottobre 2017 17:29

31 commenti

  • Link al commento Bruno Vergani Martedì, 19 Settembre 2017 08:35 inviato da Bruno Vergani

    Piacevole la cena in compagnia col bianco fresco peccato che mi fa acidità e nel dormiveglia appaiono caotici flash di mie idiozie giovanili e gesta di qualche pirla indegne di nota, come quando lo zio aveva insistito per provare l’auto nuova di pacca di papà riportandola incidentata di brutto. Però questa notte all’acme d'un reflusso gastrico finalmente una visione meritevole.

    Anni ’70 giornata formativa dei novizi dei memores domini, pausa pranzo. Non c’era il ristorante e si mangiava al sacco, mi piazzavo in disparte da tutti e osservavo don Giussani in piedi in mezzo al piazzale che scartava il suo panino. Intorno a lui duecento futuri memores ma nessuno gli si avvicinava, anzi spinti da una misteriosa forza centrifuga si allontanavano sempre più dalla sua persona per appiccicarsi tra loro come amorfe aggregazioni colloidali. Mentre si agglutinavano decentrati crocchi di novizi sparsi mi chiedevo: «Ma perché è rimasto lì solo in mezzo al piazzale col panino in mano? Mica si fa così col padre…» Trascorsi manco cinque minuti intorno a lui si era creato un cerchio completamente vuoto, area inviolabile del diametro di oltre due metri (letteralmente), come se un’invisibile riga gialla a tutela della incolumità dei presenti, a mo’ di quella pittata intorno ai macchinari pericolosi, vietasse di avvicinarlo.

    Nella totale incoscienza generale ci eravamo accorti della tragicomica situazione in due, io e - più di me - Giussani. Incrociando una sua occhiata mi ero detto: «Adesso mi avvicino io», ma una sorta di timore tremore paralizzante (non quello di Kierkegaard, ma quello dettagliato da Kant[1]) m'aveva precluso il movimento.

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    1 «Dopo averli in un primo tempo istupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste placide creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo descrivono ad esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole. Ora, tale pericolo non è poi così grande, poiché, a prezzo di qualche caduta, essi alla fine imparerebbero a camminare: ma un esempio di questo tipo provoca comunque spavento e, di solito, distoglie da ogni ulteriore tentativo. E' dunque difficile per il singolo uomo tirarsi fuori dalla minorità, che per lui è diventata come una seconda natura. E' giunto perfino ad amarla, e di fatto è realmente incapace di servirsi della propria intelligenza, non essendogli mai stato consentito di metterla alla prova. Precetti e formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale, o piuttosto di un abuso, delle sue disposizioni naturali, sono i ceppi di una permanente minorità. Se pure qualcuno riuscisse a liberarsi, non farebbe che un salto malsicuro anche sopra il fossato più stretto, non essendo allenato a camminare in libertà. Quindi solo pochi sono riusciti, lavorando sul proprio spirito a districarsi dalla minorità camminando, al contempo, con passo sicuro. (Kant, Beantwortung der Frage: Was is Aufklaerung? in "Berlinische Monatsschrift").

    Rapporto
  • Link al commento Bruno Vergani Martedì, 11 Luglio 2017 08:48 inviato da Bruno Vergani

    Ho letto la sentenza integrale del processo Formigoni e c., primo grado, che motiva la condanna dell’ex Presidente di Regione Lombardia per corruzione, più di 700 tristi pagine dettaglianti l’inferenza che da testimonianze, documenti di flussi di denaro e utilizzo di beni, deduce gli ingenti benefit, anche in denaro, che il Presidente avrebbe ottenuto da lobbisti della sanità lombarda da lui favoriti. La sentenza spiega e dimostra il potere del Presidente di determinare i contenuti delle delibere; perché, come, quando, quanto e in favore di chi siano state nel merito pilotate; l’abnormità dei benefit ottenuti da Formigoni calcolati per difetto in euro 6.626.961,96, pertanto non equiparabili a qualsiasi scambio di lecite cortesie tra normali amici - aggiungerei: e tra amici normali; la specificità dei corruttori ciellini amici del Presidente, lobbisti non d’infrastrutture stradali lucane in un tempo che fu ma della sanità lombarda nel periodo dei fatti contestati; la coeva elargizione di benefit al Presidente a cura dei faccendieri tempestiva ai periodi della emanazione delle delibere in favore degli istituti che "curavano" e, dunque, in loro favore. Non ha retto la tesi della difesa, riguardo il reato di corruzione, che spiegava coperture e favoritismi da parte di Formigoni non plausibili per il semplice motivo che un presidente di regione valendo operativamente meno del due di picche nel determinare delibere, non avrebbe potuto favorire chicchessìa e che pertanto nessuna corruzione si sarebbe consumata ma un mero scambio casuale di cortesie tra amici, forse inopportuno ma comunque lecito. Nel futuro iter processuale sarà necessario che l’imputato dimostri la sua innocenza con motivazioni più congrue, non dico al diritto, ma perlomeno al semplice buon senso, nel rispetto di tutti i pensanti. Invito non facile da ottemperare, mica è immediato emanciparsi dalla “sindrome del prescelto”, pirotecnica arroganza sulla quale ho articolato recensendo la biografia di Savorana e del conseguente effetto Dunning-Kruger (un giro su Wikipedia per i dettagli di tale distorsione cognitiva).

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  • Link al commento Bruno Vergani Mercoledì, 10 Maggio 2017 08:30 inviato da Bruno Vergani

    Alla notizia che un ex membro di un gruppo tradizionalista cattolico aveva intentato causa giudiziaria, per supposta subita perdita dovuta ad assoggettamento, contro i responsabili della comunità religiosa alla quale apparteneva, avevo avvertito una stonatura. Vero che quando un’esperienza viene valutata, a priori, giusta e utile, ma poi, vivendola, si riveli errata e severamente dannosa, è cosa buona, giusta e legittima, esprimere la personale motivata critica, anche pubblica, dimodoché se un qualche sprovveduto si trovasse all’ascolto non vada, per equivoco - sbagliare significa scambiare una cosa per un’altra - a infognarsi da quelle parti. La dinamica assomiglia al modello matematico validato con una fase di verifica attraverso un numero adeguato di dati sperimentali pubblicati. Nondimeno alla larga da cause giudiziarie contigue al “soddisfatti o rimborsati”, è cosa altrettanto buona, giusta e sana, l’imputabilità[1] di chi si era infognato, beninteso se soggetto libero, capace di intendere e volere[2]. Onorare ossessivamente il primo fronte glissando completamente sul secondo[3] è ostentare al mondo la propria imperdonabile sciocchezza, e passata, e presente.
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    1 Lacan nei colloqui preliminari all’analisi, dava cruciale importanza a ciò che definiva “rettificazione soggettiva": se un soggetto non riconosce preliminarmente che c’è una sua possibile responsabilità nella sofferenza che lo affligge, riconoscendosi, dunque, soggetto invece che oggetto, sarà precluso un percorso di guarigione. Così spiega Massimo Recalcati: « Occorre, dunque, il riconoscimento che nella sofferenza di cui si lamenta, che egli non è solo la vittima di qualcosa che lo affligge o che lo opprime, ma che in questo essere afflitto e oppresso egli riconosce una qualche sua implicazione, una sua qualche responsabilità ».
    2 Spero di essermi spiegato, ma a scanso di equivoci ricordo che nel caso di specie d’innocenti minorenni è cosa buona, giusta, oltreché sana, che si auto-imputino i genitori. Nel caso di palese costrizione e violenza, di minori o di adulti, è evidentemente imputabile sempre e solo il carnefice.
    3 Quando una relazione termina, il dire peste e corna dell’ex partner è in fin dei conti affermare la propria sprovvedutezza, se si insiste feroci e a oltranza è sottolineare la propria totale deficienza: legge direttamente proporzionale dato che, proprio quello, o quella, si era scelto tra mille.

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  • Link al commento Bruno Vergani Sabato, 29 Aprile 2017 10:13 inviato da Bruno Vergani

    Il titolo del Meeting di Rimini 2017 «Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo» - estrapolato dal Faust di Goethe - apre e stimola articolate riflessioni e il correlato scritto di presentazione esprime una variazione di prospettiva dal passato di Comunione e Liberazione, svolta semioticamente testimoniata da una ventina di punti interrogativi vergati nello stringato documento. Nell’affrontare le sfide dell’oggi si propongono domande invece che risposte in un aperto «dialogo reale dove condividere la ricchezza e la bellezza di cui ognuno è portatore con la sua storia e la sua esperienza, perché si possano intravvedere insieme percorsi possibili di costruzione condivisa». Netto, dunque, lo scostamento dall’esaltata ecclesiologia giussaniana che invece di domandare al mondo per rispondere insieme entrava a gamba tesa con paradigma medievale nel post moderno proclamando: «La gioia più grande della vita dell’uomo è quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore. Il resto è veloce illusione o sterco». Concezione identitaria che nel porsi si oppone alla stragrande parte dell’intera umanità e di tutta la sua storia. Svolta all’interno di CL tutta da chiarire ed elaborare visto che da una parte si prende obliqua distanza dalle esaltate concezioni di Giussani e nel contempo lo si vuole fare santo[1]. Alla larga da criptici parricidi e pirotecnici proclami di santificazione forse opportuna una rispettosa quanto pubblica e puntuale pars destruens del pensiero del fondatore. Senza una parresia che infranga il tabù della sacralità del padre si erediterà, riguadagnerà e possederà ben poco.
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    1 Non possiamo escludere che le due posizioni, in apparenza opposte, siano generate da una medesima matrice, visto che sublimazione e rimozione sono processi limitrofi che nascondono “spostando”.

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  • Link al commento Bruno Vergani Sabato, 27 Agosto 2016 14:01 inviato da Bruno Vergani

    Leggo che al Meeting di Rimini CL sta cambiando: bel titolo in sintonia con Papa Francesco, non c’è più formigonismo e neppure Lottomatica che sponsorizza. Per valutare il presunto miglioramento opportuno lasciar perdere il gossip e sentire per davvero il polso del paziente tastando la vena nel punto giusto: l’incontro su "Romano Guardini e Luigi Giussani in dialogo con la modernità" con Massimo Borghesi, Johannes Modesto e Monica Scholz-Zappa, introdotto da Alberto Savorana.

    Johannes Modesto, postulatore della causa di beatificazione di Guardini, ne rendiconta l'opera accennando a estemporanei aspetti che lo accomunano a Giussani; Monica Scholz-Zappa si attarda in una prevedibile concelebrazione Guardini-Giussani piuttosto romantica, fragile e confusa perché forzata; Massimo Borghesi centra invece il bersaglio, non solo per l’erudizione riguardo la biografia e il pensiero di Guardini, ma per il coraggio e la lealtà intellettuale di esporli puntualmente evitando sincretismi concelebrativi. Chi ha orecchie per intendere intenda, per chi sa ascoltare oltre ai punti che accomunano Giussani a Guardini emergono chiare, a mio avviso incolmabili, differenze.

    Borghesi inizia ricordando il valore d’ineguagliata profondità del modello sacrale medievale ripresi dalla Neoscolastica ma anche gli evidenti limiti: romantica nostalgia per un passato precritico, totalizzante, inabile nell’essere stimolata dalle valide e legittime istanze del moderno. Accenna alla concezione filosofica de “L'opposizione polare” elaborata da Guardini - purtroppo non sufficientemente sviluppata nella conferenza - cruciale questione degli opposti della quale, considero, che se Giussani avesse compreso e accolto l’uno per cento sarebbe collassato il novanta per cento della sua integralistica esaltazione e correlato metodo educativo. Notevole il passaggio di Borghesi quando annota i danni procurati da un soprannaturalismo che bypassa la natura, in primis la natura umana ontologicamente non oltrepassabile in quanto personale e libera. Ricorda criticamente il dr. Carl Sonnenschein, assistente spirituale che, negli anni '20 del Novecento, affermava «Siamo in una città assediata; perciò non ci sono problemi, bensì soltanto parole d'ordine» e a me torna alla mente il Giussani degli anni ’70 che mi latrava: «La casa brucia», la Chiesa brucia obbedisci non c’è tempo per riflettere - nella personale fattispecie obbedire a tale oggi rinviato a giudizio in due differenti procedimenti penali per gravi reati.

    Ho offerto una chiave di lettura e rimando al video della conferenza. Chi ha orecchie intenda. Il cammino di revisione sarà difficoltoso, forse impossibile: Giussani non è Guardini, Guardini non è Giussani.

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  • Link al commento Bruno Vergani Giovedì, 18 Febbraio 2016 08:48 inviato da Bruno Vergani

    Ho letto l’omelia del 16.02.2016 dell’Arcivescovo Scola a CL imperniata sul paradosso dell’intreccio, a suo dire salvifico e missionario, di libertà e obbedienza. Nella recensione ho provato spiegare come tale intreccio produca un cappio che se espanso (missione) diverrebbe planetario, mentre nel discorso di Scola l’asserzione mi sembra gratuita, solennemente enunciata ma non dimostrata.

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  • Link al commento Bruno Vergani Sabato, 19 Dicembre 2015 12:24 inviato da Bruno Vergani

    Sappiamo che l’articolato movimento filosofico e religioso dello gnosticismo separava nettamente lo spirito dalla materia, l’anima dal corpo; notorio che diffusosi specialmente nel contesto cristiano dei primi secoli esaltava spirito e anima disprezzando materia e corpo, un dualismo che portava all’ascetismo estremo ma anche a furiose dissolutezze derivanti dalla relativizzazione di corpo e materia: è quel nonnulla di corpo che pecca e l’insignificante materia che si contaminano quaggiù, mentre la personale sublime anima eterna immortale e il supremo spirito divino permangono indenni lassù.

    Nel suo saggio sulla spiritualità filosofica «Mosaici di saggezze» Augusto Cavadi a metà libro affrontando il tema del «Distacco dalle cose proprie» gli gnostici li tira in ballo con pertinenza. Sappiamo che la tematica del distacco è cruciale in numerose confessioni religiose e non di rado valutata così portante da essere, ad esempio in ambienti monastici cristiani, codificata e istituzionalizzata attraverso l’obbligatorio voto di rinuncia volontaria al diritto di proprietà od al suo uso.
    Qui Cavadi prendendo distanza da pauperismi masochistici approfondisce psicologicamente la tematica citando Matthew Fox, teologo ex domenicano statunitense. Da una parte accetta la tesi di Fox quando valuta illusorio che «la profondità della spiritualità consista nell’abbandonare le cose», in quanto «la conversione spirituale richiede di abbandonare l’atteggiamento di dipendenza» e che dunque: «il “lasciare andare” (letting go), o abbandono, diventa davvero importante quando ci rendiamo conto che non sono le cose che dobbiamo abbandonare, ma gli atteggiamenti nei confronti delle cose, […] In questo si trova la libertà». Osservo che l’aveva già detto, prima di Fox, Paolo ai Corinzi, invitandoli a vivere “come se” non avessero, come se non godessero, come se non possedessero, come se non ne usassero, pur anche di fatto avendo, godendo, possedendo e usando, ma qui Cavadi pone alla puntuale e condivisibile asserzione di Fox un vigoroso “tuttavia”, scorgendo in tale verità l’evidente rischio di gnostiche derive e spiritualistici equivoci. Cavadi precisa: «Sono abbastanza distaccato, nell’intimo dal lusso? Allora non ho alcuna necessità di rinunziare a tutte le occasioni di vacanze nel corso dell’anno o dell’acquisto all’acquisto di una automobile più potente ogni due anni […]: tanto, dentro di me, sono immune da ogni avidità!» e continua risolvendo: «Una simile scappatoia gnostica la si evita solo contemperando l’essenziale (la distanza interiore) con l’accidentale (la rinunzia esteriore). E sarà l’indigenza media intorno a noi - indigenza provocata dalle ingiustizie sistemiche nel pianeta - a stabilire il criterio di equilibrio della nostra sobrietà.»

    Non escludo che sia fissato all'argomento, ma fulminea mi torna alla mente la recente dichiarazione [1] di una ciellina sottoposta ad esame nel processo Maugeri, quello relativo alla sanitopoli lombarda con più ciellini imputati di associazione a delinquere e illeciti arricchimenti, compresi memores domini che hanno fatto promessa di povertà. La signora riferiva che come regalo di compleanno i suoi amici le avevano regalato un pellegrinaggio a Lourdes con volo privato.
    Avevo già analizzato nel merito tale deriva assiologia tribale e triviale, deriva con - devo ammettere, omaggiando i protagonisti - risvolti comici seppur da avanspettacolo ragguardevoli. Avevo spaccato il capello in quattro indagando i paradossali motivi di quel bizzarro distacco da un possesso individuale del denaro e delle cose, ma non dall’utilizzo personale nel possesso di gruppo. Avevo spiegato questa fattispecie di deriva dove la morale non poggia sul comportamento umano in rapporto all'idea condivisa che si ha del bene e del male relata all'imputabilità del soggetto - concezione bollata da quelle parti moralistica -, ma su una singolare teoria etica di appartenenza al gruppo sacramentale: più fai parte più sei nel giusto, più fai parte e più vali, più appartieni e più sei redento, prescindendo dal personale agire. Mi ero attardato a inquisire, enucleare, spiegare, precisare ed esporre ritengo puntualmente alcune bislacche concezioni etiche dei protagonisti, ma l'intero quadro gnostico mi era proprio sfuggito.
    [1]  Carla Vites, Processo a Roberto Formigoni ed altri per associazione a delinquere e corruzione nel caso Maugeri, qui: http://www.radioradicale.it/argomenti/maugeri

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  • Link al commento Bruno Vergani Domenica, 12 Luglio 2015 08:34 inviato da Bruno Vergani

    Goffredo Buccini nell’intervistare Formigoni mi cita in piazza [Governatori, Così le Regioni hanno devastato l'Italia. Marsilio, 2015]:
    « Bruno Vergani era uno dei primi Memores della casa di Concorezzo, il cui priore era Alberto Perego, che nel giro di alcuni anni diventerà il fedele compagno di Formigoni e si intesterà conti e società estere (Paiolo, Candonly, Memalfa) sempre proteggendo il segreto della titolarità con la sua professione di commercialista. Crollerà presto, il giovane Vergani, il cimento è troppo arduo per lui. Però ne trarrà una interpretazione sul senso della cassa comune:

    “I Memores fanno voto di povertà. Ma questo non significa proibizione di utilizzare i soldi e i beni del gruppo. In questa concezione, il confine di imputabilità di ogni Memor in relazione al patrimonio dei Memores (e viceversa) diviene nebuloso: i nomi e i cognomi si confondono, si unificano indistinti in quel noi umano che diventa sovrumano e divino, in cui tutto si ricompone e viene inglobato, coperto, giustificato, salvato… questa concezione del possesso e dell’utilizzo mette in moto, a mio avviso, meccanismi ambigui e derive tribali nella gestione dei soldi e dei beni”.

    Formigoni è sprezzante. Ride in falsetto. “Non siamo gli Hare Krishna, questa è la descrizione degli Hare Krishna, su! Non potete prendere per vangelo le caricature di un povero signore”. »    

    Applicazione puntuale e compiuta della notoria strategia retorica de l’argumentum ad hominem subito rafforzato da argumentum ad personam (un giro su Wikipedia per i dettagli).
    Siccome mi piace ascoltare, dialogare e argomentare nel merito, così da apprendere e migliorare, le strategie difensive o offensive della retorica non mi hanno mai eccitato, però bravo.

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  • Link al commento Bruno Vergani Martedì, 24 Febbraio 2015 09:56 inviato da Bruno Vergani

    Luigi Amicone nell’articolo «don Giussani e il cristianesimo che incendia» (Settimanale “Tempi” 21-2- 2015) riporta di un medico tedesco che visitò Giussani prescrivendogli di tacere, e lui “Tacere? «Ma la mitraglia non la mollo»”.
    Amicone interpreta tale “mitraglia” come atto affettivo.
    Vedo due incongruenze,
    la prima comica:
    due pesi e due misure in chi rifiuta il silenzio dopo averlo imposto sistematicamente come regola a numerosi altri,
    la seconda tragica:
    «Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l'uomo!». Siccome quello che esce sono le parole risulta un po' aggressivo e paranoico far uscire proiettili a raffica.

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  • Link al commento Bruno Vergani Giovedì, 25 Dicembre 2014 18:33 inviato da Bruno Vergani

    Leggo con piacere che papa Francesco nella recente diagnosi delle «malattie» della Curia ha enucleato tra le patologie il «complesso degli Eletti» direttamente correlato al narcisismo.
    Annoto conformità d'Ordinamento tra le 15 ammonizioni di Francesco alla Curia e i 21 capi di imputazione del Pubblico Ministero al “Processo Maugeri”, quello che vede tra i 17 rinviati a giudizio per corruzione e associazione a delinquere i memores domini Formigoni e Perego oltre a altri ciellini.
    Lo stile di Francesco è differente da quello dei P.M. come pure il merito: il Papa sentenzia mentre lo Stato processa, nel caso di specie, presunti innocenti. Eppure l’analogia tra i due ordinamenti è tale da considerarsi al limite del plagio per usurpazione della paternità dell'opera al punto da meritare parallela estrapolazione:

    FRANCESCO: la malattia del ricco stolto del Vangelo che pensava di vivere eternamente, e anche di coloro che si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al servizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti”, dal narcisismo che guarda appassionatamente la propria immagine e non vede l’immagine di Dio impressa sul volto degli altri, specialmente dei più deboli e bisognosi.
    P.M.: si accordavano […] affinché corrispondessero negli anni ingenti somme di denaro, per un complessivo importo di oltre 61 milioni di Euro, agli intermediari Simone e Daccò e, per il loro tramite, a Formigoni per il compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio ed in particolare per l’adozione, in violazione della legge, di provvedimenti amministrativi della Giunta della Regione Lombardia, presieduta da Formigoni, diretti a trasferire ingenti risorse pubbliche e […] a procurare alla Fondazione Salvatore Maugeri indebiti vantaggi.

    FRANCESCO: è pericoloso perdere la sensibilità umana necessaria per farci piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono! È la malattia di coloro che perdono “i sentimenti di Gesu” perché il loro cuore, con il passare del tempo, si indurisce e diventa incapace di amare incondizionatamente il Padre e il prossimo. Essere cristiano, infatti, significa avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, sentimenti di umiltà e di donazione, di distacco e di generosità». […] La malattia della rivalità e della vanagloria: quando l’apparenza, i colori delle vesti e le insegne di onorificenza diventano l’obiettivo primario della vita, dimenticando le parole di San Paolo: «non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri». […] La malattia di divinizzare i capi: è la malattia di coloro che corteggiano i Superiori, sperando di ottenere la loro benevolenza. Sono vittime del carrierismo e dell’opportunismo, onorano le persone e non Dio. Sono persone che vivono il servizio pensando unicamente a ciò che devono ottenere e non a quello che devono dare. Persone meschine, infelici e ispirate solo dal proprio fatale egoismo.
    P.M.: Perego Alberto, persona di fiducia di Formigoni e convivente dello stesso nell’ambito della associazione religiosa dei memores domini, teneva rapporti con Daccò anche nell’interesse di Formigoni e si prestava a sottoscrivere fittizi contratti di noleggio di imbarcazioni e a comparire quale acquirente di una villa in Sardegna, al fine di occultare parte delle utilità procurate a sé e a Formigoni, e riceveva inoltre in diverse occasioni, nell’interesse proprio e di Formigoni, somme di denaro in contante da parte di Daccò.

    FRANCESCO : la malattia dell’indifferenza verso gli altri: quando ognuno pensa solo a se stesso e perde la sincerità e il calore dei rapporti umani. Quando il più esperto non mette la sua conoscenza al servizio dei colleghi meno esperti. Quando si viene a conoscenza di qualcosa e la si tiene per sé invece di condividerla positivamente con gli altri […] La malattia dell’accumulare: quando l’apostolo cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro. In realtà, nulla di materiale potremo portare con noi perché “il sudario non ha tasche” e tutti i nostri tesori terreni - anche se sono regali - non potranno mai riempire quel vuoto, anzi lo renderanno sempre più esigente e più profondo. A queste persone il Signore ripete: “Tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo ... Sii dunque zelante e convertiti”. […] La malattia dei circoli chiusi: dove l’appartenenza al gruppetto diventa più forte di quella al Corpo e, in alcune situazioni, a Cristo stesso.
    P.M.: Si associavano tra loro […] al fine di commettere plurimi delitti di corruzione di pubblici ufficiali per atti contrari ai doveri di ufficio , frode fiscale, trasferimento fraudolento di valori, appropriazione indebita pluriaggravata […] riciclaggio e reimpiego di denari di provenienza illecita, attraverso una collaudata e stabile organizzazione interna.

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