Concettualizzare un’emozione significa collocarla in un luogo altro da sé. Non è, naturalmente, un luogo fisico, ma uno spazio rappresentazionale. L’esperienza può essere portata nel concetto, nella narrazione, nella riflessione, nell’immagine, nel suono, nel rito. Anche nella meditazione si osserva l’accadere dell’emozione, senza identificarsi completamente con essa. In fondo, anche la psicoanalisi utilizza la parola e la riflessione per rendere ciò che si prova più riconoscibile e abitabile.
Consideriamo la tristezza. Basta nominarla perché qualcosa cambi. “Sono triste” e “provo tristezza” non sono la stessa cosa: l’emozione è un po’ migrata da ciò che proviamo a ciò che osserviamo. È come passare dalla prima alla terza persona, non affogo più nell’emozione: posso guardarla, almeno in parte, come dall’esterno. E lì si depotenzia. Se poi, riflettendo, concludo che la tristezza è un’esperienza comune, compio un altro distanziamento; se ne parlo con altri, ne compio ancora un altro. A ogni passaggio si allenta la morsa del coincidere con l’emozione che provo. Pensare il fuoco permette di occuparsene senza scottarsi.
Ma che cosa accade davvero a un’emozione quando da esperienza diretta diventa pensiero riflessivo? Viene elaborata o rimossa? Posso costruire una teoria geometrica della combustione e, così facendo, evitare accuratamente di avvicinarmi alla fiamma. Il pensiero può essere una forma di libertà, ma anche una fuga.[1]
Non tutti gli approcci, però, cercano di allontanarsi dall’emozione. Alcune forme di psicoterapia fanno qualcosa di apparentemente opposto: invitano a rivivere un’emozione in condizioni differenti, non per subirla nuovamente, ma per poterla attraversare senza esserne travolti. 'In condizioni differenti' significa creando, anche qui, una distanza protettiva: imparare ad avvicinarsi al fuoco senza bruciarsi. Anche la poesia percorre una strada particolare, torna sì all’emozione, ma la sottrae alla sua dimensione esclusivamente personale e la universalizza, pensiamo a Leopardi.
Sono strade differenti, ma sembrano rispondere a una stessa esigenza: creare uno spazio fra noi e ciò che proviamo. A volte ci allontaniamo dall’emozione per poterla osservare; altre volte torniamo verso di essa per poterla attraversare. In entrambi i casi cerchiamo una posizione nella quale l’emozione possa essere sentita senza dominarci. È possibile che una parte della nostra libertà consista proprio in questo fragile intervallo: non essere completamente dentro il fuoco, ma nemmeno così lontani da dimenticare che stiamo bruciando.
___________________________________________________________
1 Riporto passaggi estrapolati da A. G. Biuso, Nietzsche e Spinoza, «Archivio di Storia della Cultura», a proposito del giudizio di Nietzsche sulla filosofia di Spinoza, che rende evidente questa possibile ambivalenza della razionalizzazione. Nietzsche interpreta il ricorso spinoziano al metodo geometrico come una forma di difesa:
«La razionalità lucida e imperturbabile sarebbe un «giuoco di prestigio in forma matematica» con cui Spinoza «fasciava come di una bronzea corazza e mascherava la sua filosofia». Dietro questa costruzione Nietzsche vede «la mascherata di un infermo solitario», una corazza che tradirebbe timidezza e vulnerabilità. Secondo questa lettura, lo scopo della ragione non sarebbe tanto garantire la felicità quanto proteggersi dall'incertezza e dalla durezza dell'esistenza: «Il fondamento di quell'etica e di quella teologia sembra così da individuare in una paura e in un desiderio intrecciati. La paura della vita, delle cose della vita, delle sue incertezze e pericoli, violenze e menzogne. Paura della relazionalità interumana».
Non assumo qui il giudizio di Nietzsche su Spinoza, mi interessa piuttosto, fuori dal caso di specie, ciò che questa interpretazione rende visibile: la possibilità che anche il concetto, la razionalità e persino una rigorosissima costruzione filosofica possano diventare una distanza protettiva dalla vita.