Ogni ideologia totalizzante contrae il reale: restringe e costringe il mondo a un'idea. Anche le ideologie, tuttavia, appartengono alla natura: senza la lunga storia evolutiva che ha prodotto il cervello umano non vi sarebbero né religioni, né filosofie, né costruzioni politiche. La storia del Novecento ha mostrato con tragica evidenza che la violenza estrema non nasce solo da una particolare inclinazione personale al male, ma prende corpo quando un'idea assolutizzata occupa il posto del reale.
Una concezione naturalistica e cosmologica opera nella direzione opposta: relativizza la posizione dell'uomo nell'universo. L'essere umano è un episodio dell'evoluzione, una manifestazione di un ordine infinitamente più vasto che lo precede, lo genera e lo eccede. Questo decentramento non produce automaticamente la virtù. Anche la natura può essere ideologizzata e la crudeltà simbolica di cui gli esseri umani sono capaci può sovrapporsi ad essa. Ricerche antropologiche documentano società che vivevano in strettissimo rapporto con il mondo naturale e praticavano torture protratte per giorni o il rimpicciolimento rituale delle teste dei nemici (tsantsa).
Non penso che una consapevolezza cosmologica fondi un'etica samaritana, ma può educare al senso della misura. Non è la semplice vicinanza alla natura a generare solidarietà, bensì una disciplina dello sguardo: la capacità di sostare al cospetto del mondo senza ridurlo alle nostre proiezioni. Non è certo la contemplazione di un fiore a rendere impossibile la violenza, ma la comprensione, attraverso di esso, della sproporzione tra l'incommensurabile ordine del cosmo e le vicende della storia umana. Chi abbia realmente maturato questa consapevolezza difficilmente considererà un'idea politica, una confessione religiosa o un'appartenenza identitaria tanto assolute da valere più della vita concreta di un altro essere umano.