BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Sabato, 08 Agosto 2026 16:50

Che cosa resterà di me?

Scritto da 
Interno con donna di spalle, Vilhelm Hammershøi Interno con donna di spalle, Vilhelm Hammershøi

Che cosa resterà di me, del transito terrestre?
 Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?
 — Franco Battiato, Mesopotamia

 

Davanti al cadavere di una persona cara diciamo: “È lui”. Ma nello stesso momento sappiamo: “Non è più lui come era prima”. In questa tensione c'è qualcosa di pietrificante, ma anche di produttivo perché ci costringe a pensare ciò che normalmente diamo per scontato: che cosa intendiamo quando diciamo persona? 

Ci vuole fede per credere che una persona sopravviva al proprio cadavere. Ma ci vuole fede anche per credere che, morendo, sprofondi nel nulla. La morte del corpo è un fatto osservabile, la sopravvivenza di una qualche parte della persona, così come il suo annientamento assoluto, sono invece ipotesi metafisiche. Ci troviamo davanti a una soglia oltre la quale non sappiamo. Dire che della persona, dopo la morte, non rimane assolutamente nulla è già un'interpretazione che va oltre l'esperienza. Ma neppure il contrario è dimostrabile: non sapere se tutto finisce non significa sapere che qualcosa continua. Davvero, non lo so.

Vi sono filosofie che affermano l'eternità dell'essere, o della natura di cui siamo parte. In una prospettiva spinoziana, per esempio, siamo modi finiti dell'unica sostanza infinita ed eterna: la Natura. Possiamo immaginarla come un oceano e noi come onde. L'onda nasce, si modifica e scompare; l'oceano permane. Ma questa immagine lascia aperta una domanda essenziale: in quale senso l'onda continua a esistere quando non è più un'onda? Si può dire che nulla di ciò che è viene sottratto alla natura, che ciò che ci costituisce continua ad appartenere alla realtà. Ma questa è una permanenza impersonale. E dal punto di vista esistenziale, che differenza c'è tra essere ancora, ma senza saperlo, e non esserci più? Se non permane la coscienza di sé, la memoria, la percezione della propria individualità, in quale senso posso dire che io continuo a esistere?
Forse il punto più difficile è proprio questo: l'uomo desidera essere eterno come individuo, con il proprio nome, la propria memoria, la propria storia, i propri affetti, la propria coscienza. Ma molte concezioni filosofiche e sapienziali sembrano condurlo nella direzione opposta: più sei qualcuno, più sei perituro; più sei nessuno, più sei immortale. E se l'eterno implica la dissoluzione dell'individuo, resta da chiedersi se abbia ancora senso chiamare quella permanenza "la mia immortalità".

Il teismo offre una risposta molto diversa e, dal punto di vista esistenziale, molto più semplice. Alla domanda: Che ne sarà di me? risponde: Sopravvivi tu. Tu, proprio tu. Non sopravvive soltanto la natura. Non sopravvive soltanto una sostanza impersonale. Non continua soltanto l'essere. Continui tu. È probabilmente questa la componente più profondamente consolatoria del teismo. Ma il fatto che desideriamo l'immortalità individuale non dimostra che l'immortalità personale esista. E, simmetricamente, il fatto che non abbiamo esperienza di una sopravvivenza personale non dimostra che essa non esista. Siamo quindi sospesi tra possibilità diverse. Non abbiamo una conoscenza conclusiva di nessuna di esse. Possiamo costruire metafisiche, formulare argomenti, aderire a una fede, coltivare una speranza. Ma non possiamo trasformare nessuna di queste cose in ciò che non è: conoscenza.

Personalmente, oggi, trovo più plausibile una concezione nella quale la mia individualità sia destinata a cessare, mentre la realtà di cui sono parte continua senza di me. Ma accettare questa possibilità non significa aver risolto il problema. Significa, semmai, cercare di fare i conti con ciò che mi appare più plausibile senza trasformarlo in una certezza. Forse la filosofia, davanti alla morte, non deve necessariamente darci una risposta. Può anche aiutarci a distinguere ciò che sappiamo da ciò che desideriamo, ciò che possiamo pensare da ciò che possiamo conoscere. La posizione più rigorosa potrebbe allora essere anche la più semplice: so ciò che vedo; oltre ciò che vedo posso pensare, sperare, credere. Ma non posso sapere. E forse imparare a morire significa anche imparare, poco alla volta, a vivere senza una risposta definitiva alla domanda: che cosa resterà di me?

Ultima modifica il Sabato, 08 Agosto 2026 21:15

4 commenti

  • Link al commento Pietro Spalla Sabato, 08 Agosto 2026 17:17 inviato da Pietro Spalla

    L'onestà intellettuale che muove la tua ricerca è rara e ammirevole. Ti stimo Bruno!

    Rapporto
  • Link al commento Bruno Vergani Domenica, 09 Agosto 2026 08:37 inviato da Bruno Vergani

    Commento da Armando M. Giulio Caccamo

    Caro Bruno, apprezzo molto ciò che hai scritto e ribadendo i tuoi concetti li sommo ai miei:
    La possibilità viene prima di ogni certezza.
    Ciò che non sappiamo non per questo è impossibile; ma anche ciò che crediamo di sapere non è necessariamente sottratto alla possibilità di essere altrimenti. La conoscenza delimita ciò che possiamo affermare, non necessariamente ciò che può esistere.
    Per questo, anche l’idea di un Oltre dopo la vita non può essere semplicemente liquidata come impossibile. Possiamo non avere alcuna conoscenza che ne dimostri l’esistenza, ma l’assenza di conoscenza non coincide con la dimostrazione della sua inesistenza.
    Ma, ammessa almeno come possibilità questa eventualità, nasce una domanda ancora più profonda: che cosa significa sopravvivere?
    Se dopo la morte qualcosa di noi permane, in che senso possiamo chiamarlo ancora “noi”? È sufficiente che continui a esistere una qualche forma di individualità, oppure perché l’individuo rimanga tale è necessario che conservi la memoria del proprio vissuto?
    La nostra identità, infatti, non sembra consistere soltanto nell’essere una determinata entità, ma anche nel riconoscersi come continuità di un’esistenza: sono colui che è stato, che ricorda ciò che ha vissuto e che, attraverso quella memoria, si riconosce nel proprio passato.
    Se invece ogni memoria venisse cancellata, che cosa resterebbe dell’individuo? Resterebbe forse una coscienza, un’identità, una forma di esistenza; ma sarebbe ancora la mia coscienza, la mia identità, la mia esistenza?
    Forse la questione non è dunque soltanto se esista un “Oltre”, ma quale continuità debba esserci tra il me che muore e ciò che eventualmente sopravvive perché si possa parlare ancora di me.
    Un individuo senza memoria del proprio vissuto potrebbe essere, ontologicamente, lo stesso individuo; ma sarebbe ancora lo stesso io?
    E allora la domanda diventa ancora più vertiginosa: se l’identità personale è in parte costituita dalla memoria, che cosa sopravvive davvero quando la memoria non sopravvive?
    Forse l’Oltre, se esiste, non dovrebbe essere pensato semplicemente come la prosecuzione dell’individuo, ma come il problema stesso di stabilire quale continuità renda possibile chiamare “io” ciò che viene dopo.
    Ti abbraccio
    Armando

    Rapporto
  • Link al commento Pietro Spalla Domenica, 09 Agosto 2026 09:56 inviato da Pietro Spalla

    Caro Armando, quando ti chiedi " Un individuo senza memoria del proprio vissuto potrebbe essere, ontologicamente, lo stesso individuo; ma sarebbe ancora lo stesso io? " ti poni una domanda che vale anche per la nostra vita terrena. Dato che quando invecchiamo molti ricordi si dileguano e cominciamo a dimenticare anche eventi importanti del nostro passato, possiamo chiamare ancora "io" quel che rimane dopo il nostro inevitabile decadimento cognitivo?
    ( piuttosto Armando, mi ricordi dove ci siamo conosciuti? Eri mio compagno di scuola?)

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  • Link al commento Augusto Cavadi Domenica, 09 Agosto 2026 21:06 inviato da Augusto Cavadi

    Sempre più lucido, il mio grande amico Bruno! Probabilmente di lui, come di ognuno di noi, non resterà nulla dopo la morte. Ma se fosse così, il miracolo del suo essere-così-in-vita sarebbe ancora più enigmatico: come fa un grumo di cellule a pensarle tante come Bruno?

    Rapporto

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