Ogni cosa tende per natura a perseverare nel proprio essere e, sempre per natura, è destinata a cessare nella specifica forma che la costituisce. In termini spinoziani, ogni modo finito della Natura ha un conatus: tende a durare a oltranza, a conservarsi, a essere ciò che è. Ma nessun modo finito è eterno. Dal ‘punto di vista’ della Natura -non è che ne abbia uno, ma è giusto per capirci- non c'è contraddizione. La Natura è eterna e infinita proprio perché non coincide con nessuno dei suoi modi particolari: procede attraverso nascite, trasformazioni e cessazioni. «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto». Gli individui cominciano e finiscono e la Natura continua.
La contraddizione nasce dal nostro punto di vista, perché siamo Natura, ma siamo anche qualcuno. La condizione umana comincia forse proprio nel peccato originale, e mortale, di essere qualcuno. Nell'Eden, il luogo mitico dell'immortalità, l'essere umano non conosce ancora la propria finitezza. Uscirne può essere letto allora come l'ingresso nella condizione di chi è separato, individuale, mortale. Se ci percepiamo meno come individui separati e più come parti della Natura, possiamo vedere la nostra nascita e la nostra morte dentro un processo che ci precede e ci eccede.
Il decentramento personale non avviene soltanto davanti a un albero o nel silenzio del giardino; avviene anche nell'incontro con gli altri. Anche l'altro ci decentra: ci costringe a riconoscere che non siamo il solo centro dell'esistenza. Ma la società umana può, nello stesso tempo, allontanarci dalla percezione della nostra appartenenza alla Natura. Da qui, forse, la lunga tradizione dell'ascesi e dell'eremitaggio. Non per questo l'altro è superfluo: la relazione ci è costitutiva. Il problema non è scegliere tra l'altro e la natura, ma non perdere l'una nell'incontro con l'altro.
Anche il rapporto con il giardino non va inteso come un alternarsi tra due dimensioni, quasi un on e un off: dentro il giardino sentiamo di appartenere alla Natura, fuori torniamo a sentirci individui separati. La Natura non viene e non va. La dimensione dell'eterna e infinita Natura rimane come un sottofondo stabile della nostra esistenza, anche quando nella vita sociale l'io torna inevitabilmente in primo piano. Il giardino può renderla più percepibile, ma non è il luogo in cui entriamo nella Natura: siamo già dentro. Forse il suo effetto più profondo è proprio questo: riportare in primo piano, per qualche momento, ciò che normalmente rimane sullo sfondo. E quella consapevolezza, anche quando torniamo alla vita quotidiana, può continuare a lavorare in noi, arginando derive ipertrofiche dell’io, quindi rendendoci più capaci di abitare serenamente la nostra finitezza.
Ma questo omettersi da sé ha un limite: possiamo ridimensionare l'identificazione con l'io, non cancellarlo. Non possiamo passare dall'essere qualcuno all'essere nessuno. Alcune tradizioni non-duali hanno indicato la possibilità di un ulteriore passo: dissolvere l'illusione dell'io separato nella consapevolezza di essere l'Assoluto. Non ho motivo di negare che esperienze contemplative di questo genere possano essere reali. Ma non so se possano diventare una condizione stabile dell'esistenza ordinaria, né se possano davvero cancellare la spinta del vivente a perseverare. Constato che, finché siamo quel particolare modo psicosomatico che siamo, la frizione tra l'impulso naturale a continuare a essere e la necessità naturale di cessare è ineliminabile. Forse deve esserlo. Non va risolta, ma abitata.