BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Sabato, 15 Agosto 2026 10:07

Spinti a continuare, destinati a finire

Scritto da 
Louis Titz, Sunny Garden Louis Titz, Sunny Garden

Ogni cosa tende per natura a perseverare nel proprio essere e, sempre per natura, è destinata a cessare nella specifica forma che la costituisce. In termini spinoziani, ogni modo finito della Natura ha un conatus: tende a durare a oltranza, a conservarsi, a essere ciò che è. Ma nessun modo finito è eterno. Dal ‘punto di vista’ della Natura -non è che ne abbia uno, ma è giusto per capirci- non c'è contraddizione. La Natura è eterna e infinita proprio perché non coincide con nessuno dei suoi modi particolari: procede attraverso nascite, trasformazioni e cessazioni. «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto». Gli individui cominciano e finiscono e la Natura continua.

La contraddizione nasce dal nostro punto di vista, perché siamo Natura, ma siamo anche qualcuno. La condizione umana comincia forse proprio nel peccato originale, e mortale, di essere qualcuno. Nell'Eden, il luogo mitico dell'immortalità, l'essere umano non conosce ancora la propria finitezza. Uscirne può essere letto allora come l'ingresso nella condizione di chi è separato, individuale, mortale. Se ci percepiamo meno come individui separati e più come parti della Natura, possiamo vedere la nostra nascita e la nostra morte dentro un processo che ci precede e ci eccede.

Il decentramento personale non avviene soltanto davanti a un albero o nel silenzio del giardino; avviene anche nell'incontro con gli altri. Anche l'altro ci decentra: ci costringe a riconoscere che non siamo il solo centro dell'esistenza. Ma la società umana può, nello stesso tempo, allontanarci dalla percezione della nostra appartenenza alla Natura. Da qui, forse, la lunga tradizione dell'ascesi e dell'eremitaggio. Non per questo l'altro è superfluo: la relazione ci è costitutiva. Il problema non è scegliere tra l'altro e la natura, ma non perdere l'una nell'incontro con l'altro. 
Anche il rapporto con il giardino non va inteso come un alternarsi tra due dimensioni, quasi un on e un off: dentro il giardino sentiamo di appartenere alla Natura, fuori torniamo a sentirci individui separati. La Natura non viene e non va. La dimensione dell'eterna e infinita Natura rimane come un sottofondo stabile della nostra esistenza, anche quando nella vita sociale l'io torna inevitabilmente in primo piano. Il giardino può renderla più percepibile, ma non è il luogo in cui entriamo nella Natura: siamo già dentro. Forse il suo effetto più profondo è proprio questo: riportare in primo piano, per qualche momento, ciò che normalmente rimane sullo sfondo. E quella consapevolezza, anche quando torniamo alla vita quotidiana, può continuare a lavorare in noi, arginando derive ipertrofiche dell’io, quindi rendendoci più capaci di abitare serenamente la nostra finitezza.

Ma questo omettersi da sé ha un limite: possiamo ridimensionare l'identificazione con l'io, non cancellarlo. Non possiamo passare dall'essere qualcuno all'essere nessuno. Alcune tradizioni non-duali hanno indicato la possibilità di un ulteriore passo: dissolvere l'illusione dell'io separato nella consapevolezza di essere l'Assoluto. Non ho motivo di negare che esperienze contemplative di questo genere possano essere reali. Ma non so se possano diventare una condizione stabile dell'esistenza ordinaria, né se possano davvero cancellare la spinta del vivente a perseverare. Constato che, finché siamo quel particolare modo psicosomatico che siamo, la frizione tra l'impulso naturale a continuare a essere e la necessità naturale di cessare è ineliminabile. Forse deve esserlo. Non va risolta, ma abitata.
 

Ultima modifica il Sabato, 15 Agosto 2026 13:28
Altro in questa categoria: « Notizie rassicuranti Ginestre »

2 commenti

  • Link al commento Augusto Cavadi Domenica, 16 Agosto 2026 07:10 inviato da Augusto Cavadi

    Sempre più penetrante e chirurgico il mio amico bruno!

    Rapporto
  • Link al commento Bruno Vergani Domenica, 16 Agosto 2026 10:41 inviato da Bruno Vergani

    Caro Augusto, stando sul pezzo prevedo che, alle imminenti Vacanze filosofiche di Sestola, Gianfranco Bertagni, nell’affrontare come previsto dal programma, —ecco il link: https://vacanzefilosofiche.salvofricano.it/2026/08/02/sestola-2026-calendario-dettagliato/ — il tema della gioia come stato d’essere dal punto di vista della filosofia indiana, presenterà una delle tesi centrali di alcune sapienze tradizionali: la sofferenza nasce dalla falsa identificazione con l’io personale, falsa perché, in ultima istanza, noi non siamo quell’io, ma l’Assoluto. Naturalmente è soltanto una mia ipotesi su ciò che Bertagni dirà. Lo considero un filosofo serio e preparato e non vorrei attribuirgli una posizione prima di averlo ascoltato. La mia previsione, tuttavia, mi sembra fondata sulla sua conoscenza delle tradizioni non-duali. Immagino quindi che, per indicare una via alla gioia, possa emergere una sorta di “omissione del soggetto”, cioè il superamento dell’identificazione con l’io individuale. Ma a questo punto mi si presenta una domanda che, da tempo, non riesco a eludere: chi sperimenterà quella beatitudine, se viene meno proprio il soggetto individuale che dovrebbe sperimentarla?

    Rapporto

Lascia un commento

Copyright ©2012 brunovergani.it • Tutti i diritti riservati