Non saprei dire esattamente quando questa percezione abbia preso forma, ma negli ultimi anni si è fatta sempre più chiara: pensando alle molte persone che ho conosciuto e che non sono più, non le avverto, a un certo livello, realmente diverse da quelle che sono ancora vive. Certo, con le une posso ancora incontrarmi, con le altre no. E tuttavia vi è un livello di osservazione in cui questa distinzione perde il suo carattere assoluto.
Una considerazione analoga può essere sviluppata riguardo alla nascita. Se si prova a individuare il momento preciso in cui possiamo dire “prima non ero, ora sono”, ci si accorge rapidamente della difficoltà — se non dell’impossibilità — di indicarlo. Ogni candidato appare arbitrario: la fecondazione, lo sviluppo embrionale, la comparsa di attività cerebrale, la nascita biologica o il primo respiro. In ciascun caso, ciò che troviamo non è un inizio assoluto, ma una fase all’interno di un processo continuo.
Ma vi è un’ulteriore via di indagine, più interna. Quando si indaga seriamente per individuare la nostra prima percezione di essere, emerge la strana sensazione che tale inizio non vi sia stato — non perché nulla sia accaduto, ma perché ogni accadere è già inscritto in una dimensione in cui l’esistere è già dato.
Apparteniamo alla natura, di cui gli enti che appaiono e scompaiono sono configurazioni di un funzionamento che li precede, li contiene e li eccede.