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“ Commento da Armando M. Giulio Caccamo

Caro Bruno, apprezzo molto ciò che hai scritto e ribadendo i tuoi concetti li sommo ai miei:
La possibilità viene prima di ogni certezza.
Ciò che non sappiamo non per questo è impossibile; ma anche ciò che crediamo di sapere non è necessariamente sottratto alla possibilità di essere altrimenti. La conoscenza delimita ciò che possiamo affermare, non necessariamente ciò che può esistere.
Per questo, anche l’idea di un Oltre dopo la vita non può essere semplicemente liquidata come impossibile. Possiamo non avere alcuna conoscenza che ne dimostri l’esistenza, ma l’assenza di conoscenza non coincide con la dimostrazione della sua inesistenza.
Ma, ammessa almeno come possibilità questa eventualità, nasce una domanda ancora più profonda: che cosa significa sopravvivere?
Se dopo la morte qualcosa di noi permane, in che senso possiamo chiamarlo ancora “noi”? È sufficiente che continui a esistere una qualche forma di individualità, oppure perché l’individuo rimanga tale è necessario che conservi la memoria del proprio vissuto?
La nostra identità, infatti, non sembra consistere soltanto nell’essere una determinata entità, ma anche nel riconoscersi come continuità di un’esistenza: sono colui che è stato, che ricorda ciò che ha vissuto e che, attraverso quella memoria, si riconosce nel proprio passato.
Se invece ogni memoria venisse cancellata, che cosa resterebbe dell’individuo? Resterebbe forse una coscienza, un’identità, una forma di esistenza; ma sarebbe ancora la mia coscienza, la mia identità, la mia esistenza?
Forse la questione non è dunque soltanto se esista un “Oltre”, ma quale continuità debba esserci tra il me che muore e ciò che eventualmente sopravvive perché si possa parlare ancora di me.
Un individuo senza memoria del proprio vissuto potrebbe essere, ontologicamente, lo stesso individuo; ma sarebbe ancora lo stesso io?
E allora la domanda diventa ancora più vertiginosa: se l’identità personale è in parte costituita dalla memoria, che cosa sopravvive davvero quando la memoria non sopravvive?
Forse l’Oltre, se esiste, non dovrebbe essere pensato semplicemente come la prosecuzione dell’individuo, ma come il problema stesso di stabilire quale continuità renda possibile chiamare “io” ciò che viene dopo.
Ti abbraccio
Armando
”