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Giovedì, 22 Ottobre 2026 20:44

Sternbergia lutea

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Hans Simon Holtzbecker, XVII secolo - Sternbergia lutea Hans Simon Holtzbecker, XVII secolo - Sternbergia lutea

Si è perlopiù indifferenti all’improvviso spuntare della Sternbergia, ma talvolta a qualcuno procura stupore. Se succede a chi ha un’indole poetica, la meraviglia lo accoglie e lui ci abita dentro; da lì la comunica. Chi ha invece una disposizione filosofica trasforma quello stupore in quesiti ontologici, metafisici, naturalistici. Domande che numerosi filosofi si sono posti da sempre, prima di lui, offrendo risposte enormemente più articolate e precise di quelle che di solito riesce a darsi da solo.

Ma tra il poeta e il filosofo non c’è una frontiera così netta. Leopardi, per esempio, è poeta e filosofo insieme: la ginestra che contempla non è né soltanto una pianta né soltanto uno spunto per una teoria. È una ginestra vista da uno sguardo in cui esperienza, poesia e pensiero sono ormai inseparabili. Del resto, non esiste una sola Ginestra. C’è quella di Linneo, che diventa specie, classificazione, nome; quella di Goethe, osservata nel suo divenire e nella metamorfosi delle forme; quella di Leopardi, che diventa interlocutrice della condizione umana; e quella di Darwin, osservata dentro la storia della vita, dell'adattamento e della trasformazione delle specie. Potremmo aggiungere Humboldt, per il quale la pianta entra nella trama più vasta del clima, della geografia e delle relazioni che costituiscono un paesaggio. La pianta è la stessa. Cambia lo sguardo.

Strana situazione. Il sapere ereditato ci allontana dall’esperienza immediata e, nello stesso tempo, ci permette di vedere cose che senza quel sapere non avremmo mai visto. Nani sulle spalle dei giganti vediamo più lontano, ma questo vedere implica le lenti delle categorie, delle tassonomie, delle interpretazioni: insomma, dei pre-giudizi. La poesia sembra invece sospendere le categorie concettuali e guardare il mondo con uno sguardo più vergine. Ma questa sospensione non significa affatto assenza di sapere, come nell’animismo primitivo o infantile. Può essere, al contrario, il risultato di una lunghissima sedimentazione culturale. Forse è proprio questo il paradosso: per tornare a guardare le cose quasi come se fossero nuove bisogna aver percorso molta strada.

Anche il poeta, non appena scrive “Sternbergia”, ha già compiuto un’operazione enorme: ha sostituito la cosa con una parola, anzi con dei segni. Cerca di emanciparsi dai significati già depositati nelle parole, ma deve farlo attraverso le parole stesse. Il miracolo è che qualcuno, talvolta, ci riesce. È raro, ma ci riesce.

Il punto allora è: è possibile vedere il mondo prima di averlo interpretato? Forse no. Probabilmente anche i grilli interpretano il mondo a modo loro. Per noi, però, forse è possibile accorgerci dell’interpretazione mentre accade e tentare di arretrare di un passo rispetto ad essa.

A me lo stupore per la Sternbergia che spunta produce all’istante concetti. Nel vederla mi torna alla mente un caro amico filosofo naturalista, che mi spiegava che il termine greco phýsis (φύσις) è legato a phýō (φύω), “crescere”, “spuntare”, “germogliare”, “venire alla luce”. Phýsis, dunque, non indica originariamente soltanto la Natura come insieme delle cose che stanno là, come la collina dietro casa, ma ciò che nasce, cresce, viene fuori: il sorgere delle cose. Non posso fare finta di non sapere queste cose. E se cancellassi tutto dalla mente per osservare la Sternbergia come se fosse la prima volta, non so se sarebbe una conquista o una perdita. Il sapere è ormai dentro il nostro modo di vedere.

Non è che il poeta riesca a vedere il mondo in presa diretta perché spara a vista sui concetti che stanno per agglutinarglisi dentro. Forse può avvicinarsi all’inedito, all’inaudito, perché per un momento riesce a non riconoscerli, come il bambino che prende inconsapevolmente la serpe per la coda. Il filosofo, invece, appena incontra qualcosa di nuovo prova a radiografarlo e comincia a chiedersi se qualcuno l’abbia già indagato prima di lui. E tuttavia il poeta non è necessariamente più vicino alla realtà. Anche il suo “sguardo immediato” è fatto di lingua, cultura, memoria, letture, immagini sedimentate. E il filosofo non è necessariamente più lontano, perché quelle stesse sedimentazioni possono permettergli di vedere ciò che altrimenti resterebbe invisibile. Forse non esiste uno sguardo puro sulla realtà, ma soltanto diversi modi di starle davanti. La Sternbergia rimane lì, identica e diversa a seconda di chi la guarda.

Non possiamo tornare a prima del sapere finché siamo individui vivi, in questi corpi e menti, poi si vedrà.

Ultima modifica il Giovedì, 22 Ottobre 2026 21:34
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