Se la volpe si prende le galline nel pollaio obbedisce alla sua natura, se se le prende un umano è invece un trasgressore. Come i girasoli seguono il sole, le pietre rotolano a valle e i camaleonti cambiano colore, le volpi rubano le galline nei pollai. Viceversa, si dice in giro, i ladri di galline scelgono di rubare: potrebbero non rubare, invece rubano.
Se le cose stanno davvero così, i ladri di galline sono entità davvero strane: come se fossero causa ultima di se stessi, eccedono dall’ordine della Natura. Come possono? Democrito, Spinoza, Schopenhauer e altri ancora negano che l’uomo costituisca un’eccezione. Al pari degli altri esseri naturali, anche noi siamo ciò che siamo per una storia che non abbiamo scelto. La filogenesi, la storia della specie; l’ontogenesi, la storia dell’individuo; lo sviluppo, l’ambiente, le relazioni, gli incontri, le esperienze. Tutto concorre a farci diventare quello che siamo. Anche la volontà è dentro questa storia, non fuori. Nessuno si è fatto da sé. Non conoscere tutte le cause che ci determinano non significa che non ci siano cause. E l’idea che, nonostante tutto questo, nell’uomo esista una facoltà capace di sottrarsi al funzionamento naturale è indimostrabile. Lo sarebbe soltanto ammettendo un’origine diversa: un Dio creatore che ci abbia fatti a propria immagine, dotandoci di una libertà estranea al resto della natura. Ma se l’uomo è natura, come tutto ciò che vive, anche ciò che chiamiamo scelta appartiene al suo funzionamento. Non significa che tutto sia già scritto: in natura esistono possibilità diverse. Ma quando una persona è diventata quella persona, date quelle condizioni e quella storia, non poteva essere che così. Se la sua storia fosse stata diversa, sarebbe stata diversa anche lei.
Qui non stiamo parlando di etica o di diritto, ma di come stanno le cose. La natura non conosce il bene e il male come principi assoluti: siamo noi a valutare ciò che accade in rapporto ai nostri bisogni, alla nostra costituzione e alla convivenza. Questi giudizi sono necessari alla vita umana. Se il ladro di galline non può fare altrimenti, io però chiudo il pollaio e, se non faccio in tempo, vedo di farmi pagare il danno. Il determinismo non dice di stare fermi. Anche il mio agire è una causa. Posso oppormi a ciò che accade, proteggermi, cambiare le condizioni, proprio perché faccio parte del loro funzionamento. Non siamo spettatori della necessità: ne siamo parte. Ma questo non fa di chi agisce la causa assoluta di se stesso.
E questa visione cambia il modo di stare al mondo. Chi si allontana dalla credenza in un libero arbitrio assoluto può smettere, almeno in parte, di rodersi il fegato per ciò che gli altri fanno, pensando che avrebbero potuto essere diversi. Può contrastare ciò che lo ferisce senza aggiungere al dolore il risentimento per il fatto che sia accaduto, a maggiore ragione quando le cattive notizie ci sovrastano. Viene meno la pretesa che gli altri siano diversi da quelli che sono, che le cose siano andate diversamente, che la realtà debba obbedire alle nostre aspettative.
Certo, non saremo liberi dal risentimento come lo sono i gigli del campo. Ma qualcosa che gli somiglia, forse, sì.