La stragrande maggioranza delle persone non medita e vive lo stesso. Quei pochi che meditano perché lo fanno? E come lo fanno?
Il buddhista tiene l’attenzione sul respiro: sente l’aria entrare dalle narici, il torace che si dilata, l’aria che esce. Se si distrae dall'esperienza diretta, se ne accorge e torna al respiro, così stabilizza la mente. Se compare una sensazione di noia o un dolore a una gamba, non li trattiene e non li respinge: li lascia sorgere e passare, osservandone l’impermanenza. Lo yogin può ripetere mentalmente un mantra, oppure concentrare progressivamente l’attenzione, riducendo la dispersione dei sensi. Il sufi può ripetere ritmicamente il nome di Dio, ancora e ancora, fino a farne una pratica di raccoglimento e di presenza. Il cristiano si rivolge a un Tu. I diversi modi di meditare non sono compartimenti stagni: idee e pratiche sono passate da una tradizione all’altra.
Nella tradizione cristiana la meditazione ha assunto una caratteristica peculiare: il ritorno all’interiorità. Agostino ne è uno dei grandi riferimenti. “Non andare fuori di te, ritorna in te stesso, la verità abita nell’uomo interiore” (Agostino, De vera religione; 39,72). Il proprio cuore diventa il luogo nel quale l’uomo può incontrare Dio e riconoscere se stesso. In Agostino questo movimento verso l’interno raggiunge una delle sue espressioni più compiute, raccogliendo e trasformando filoni sapienziali precedenti. La sua influenza si estende ben oltre la spiritualità cristiana. Una parte della modernità ne ha proseguito il movimento in forma secolare: dove prima si cercava Dio, si è cominciato a cercare il proprio io profondo, la propria autenticità, il proprio inconscio. Ma che nell’inconscio ci sia molto di noi non significa che lì ci sia un “vero sé” che ci aspetta. Anche ciò che scopriamo dentro di noi può essere qualcosa da comprendere, non qualcuno da trovare.
Che cosa significa, precisamente, “guardarsi dentro”? A pensarci, è un’espressione piuttosto strana. Immaginiamo un essere umano vissuto migliaia e migliaia di anni fa: un cacciatore, uno sciamano, un raccoglitore. Il suo sguardo era rivolto al cielo, alla terra, agli animali, alle stagioni, al fuoco, al raccolto, alla comunità, alla morte. Il cosmo era fuori di lui e insieme lo comprendeva. Non gli sarebbe probabilmente venuto in mente di cercare la verità “entrando in se stesso”. Suppongo che neppure ai cavalli venga in mente. L’idea dell’interiorità come luogo privilegiato nel quale cercare il vero sé non è un’evidenza naturale: è una concezione che si è formata e trasformata nel corso della storia.
Esiste anche una meditazione laica. Il filosofo si ferma a riflettere su ciò che gli accade: osserva le proprie percezioni e le proprie emozioni, ripercorre i propri pensieri, li confronta, li mette alla prova, cerca di comprenderne le ragioni e le conseguenze. Non si limita a osservare: interpreta ed elabora. Anche il percorso artistico può essere una forma di meditazione. L’artista non si limita a riprodurre ciò che vede o sente: cerca di cogliere qualcosa che nella prima impressione sfuggiva e di portarlo alla luce in una forma espressiva.
Alla fine, non è decisivo da dove si comincia, ma dove si arriva. A un certo punto può accadere qualcosa di comune a pratiche diverse. Può arrivare un momento nel quale non c’è più un delimitabile “da dove” si guarda, un “dove” si guarda e neppure un circoscrivibile “cosa” si vede, perché ci si distacca, almeno per un momento, dal nostro punto di vista e dai consueti codici che adoperiamo per interpretare la realtà.