Quello che segue è uno dei punti più difficili dell'intera filosofia di Spinoza. Dietro una speculazione apparentemente astratta si nasconde una domanda che riguarda il nostro modo di concepire la coscienza.
Per inquadrare la tematica premettiamo che per Spinoza esiste una sola realtà infinita ed eterna: la sostanza, che identifica con Dio, cioè con la Natura. Possiamo immaginarla come l'oceano: le onde sono tutte le cose particolari dell'universo, che nascono, si trasformano e dissolvono; l'oceano invece permane. Le cose singole sono ciò che Spinoza chiama modi, manifestazioni finite della sostanza infinita.
A questo punto entra in scena un concetto difficile: quello di attributo. Gli attributi sono le modalità attraverso cui la sostanza esprime la propria essenza. Sono infiniti, ma noi ne conosciamo soltanto due: pensiero ed estensione, cioè mente e materia. Spinoza li definisce così: «Per attributo intendo ciò che l'intelletto percepisce della sostanza come costituente la sua essenza.» (Etica, I, Definizione 4)
Ma di quale intelletto parla? Se si riferisce all'intelletto umano, gli attributi sono il modo in cui comprendiamo la Natura. Se invece si riferisce all'intelletto infinito della sostanza, la questione diventa molto più complessa. Il Dio di Spinoza non è una persona: non decide, non vuole, non progetta. La Natura opera secondo una necessità impersonale. In questa lettura, anche il pensiero, se è attributo della sostanza, è impersonale. L’impersonalità non crea particolari difficoltà quando parliamo dell’attributo dell'estensione: nessuno pensa che una montagna debba avere coscienza di sé e del mondo. Più difficile è immaginare un pensiero che non appartenga a un soggetto, ma esista come attributo della realtà.
Ma è qui che emerge il problema più profondo. Oggi la filosofia della mente parla del "problema difficile della coscienza": non si tratta di spiegare come funzioni il cervello, ma come da processi impersonali possa nascere l'esperienza soggettiva, cioè il fatto che esista un "io" che prova dolore, piacere, e sa di essere proprio lui e non un altro. È bene ricordare che questa formulazione è moderna: nel Seicento, ai tempi di Spinoza, il problema non era ancora stato posto in questi termini. Eppure la sua ontologia sembra sfiorarlo.
Se la sostanza è impersonale, come può comparire nei modi una soggettività? Dire semplicemente che la coscienza "emerge" rischia di descrivere il fenomeno senza spiegarlo. Se la soggettività non appartiene in alcun modo alla sostanza, sembra comparire qualcosa che prima non esisteva. Se invece appartiene già alla sostanza, si reintroduce quella soggettività divina che Spinoza rifiuta con decisione. Forse il nodo nasce dal fatto che identifichiamo il pensiero con l'autocoscienza. Forse può esistere un pensiero impersonale e l'Io è soltanto una modalità particolare attraverso cui esso si manifesta nei modi finiti.
L'Etica spiega con straordinario rigore perché esistano idee e menti finite. Rimane però, almeno ai miei occhi, una domanda aperta: come può un pensiero impersonale diventare l'esperienza vissuta di un soggetto? Si potrebbe essere tentati di rispondere che la coscienza è una proprietà fondamentale della realtà, come sostiene il panpsichismo contemporaneo. Ma questa non è la posizione di Spinoza, che attribuisce alla sostanza il pensiero, non una coscienza universale. Forse è proprio qui che la filosofia di Spinoza continua ancora oggi a interrogarci: non perché offra una risposta definitiva, ma perché ci costringe a formulare una delle domande più profonde sulla natura della coscienza.