Arriviamo tardi e il treno è partito. I fatti si succedono, le cose si spostano da qui a lì. Questo è il nostro mondo.
Ma forse, sub specie aeternitatis – e per eternità non si intende una durata infinita, ma la negazione stessa della durata – la realtà, nella sua totalità, segue altri funzionamenti. Forse tutto è compresente in un eterno presente.
Il linguaggio qui arranca. È nato, giustamente, dentro il tempo e porta con sé il tempo: successione, divenire, prima e dopo. Eppure si può tentare. Forse, a livello assoluto, ogni cosa non accade, ma è. Simultaneamente nasce, vive, muore. I treni sono tutti partiti e insieme arrivati. E tuttavia, nulla è “già” e nulla è “non ancora”. Queste sono espressioni del nostro linguaggio e forme della nostra esperienza. Servono per non perdere il treno, non per dire l’essere.
I due livelli non si escludono. Si attraversano. Nel primo viviamo, scegliamo, arriviamo in orario o in ritardo. Nel secondo, tutto è così come è. Confonderli è errore. Separarli è illusione. Questa metafisica di un immanente onnipresente, dove eterno e divenire si attraversano si può pensare. Forse, a tratti, anche vedere. Ci sono istanti in cui il fluire si sospende. Non perché il tempo si fermi, ma perché smette di essere il nostro unico sguardo. A me talvolta accade osservando la quercia dietro casa. Non va da nessuna parte, eppure è. Perfetta. E ciò che accade, semplicemente, è.