Si può avvertire sé stessi e il mondo come incompiuti, e da questa mancanza trarre la spinta a trasformarli: è la postura tipica dell’Occidente, dove il desiderio è tensione, direzione, progresso. All’opposto, si può percepire che nulla manchi davvero, che ogni cosa sia già al suo posto, inscritta in un ordine compiuto, e che il desiderio personale sia una distorsione: un’intuizione che attraversa molte tradizioni orientali.
Schopenhauer, guardando a Oriente, formula una diagnosi radicale: ogni desiderio esaudito somiglia a un’elemosina — placa per un momento, ma prepara il ritorno della fame. Anche la psicoanalisi, da Sigmund Freud a Jacques Lacan, mostra che il desiderio non si esaurisce mai nel suo oggetto: si sposta, si trasforma, si riaccende. Non desideriamo semplicemente qualcosa: desideriamo continuare a desiderare. È un loop che non raggiunge meta: nella forma erotica è l’“ancora, ancora!”; in quella tragica è la voce di Rockaby di Samuel Beckett — una vecchietta che, dondolando, ripete ancora, ancora: consumata, ma non disposta a smettere di esserci.
Su un piano diverso, Friedrich Nietzsche e Baruch Spinoza portano questa intuizione a chiarezza filosofica: il desiderio non è un problema morale, ma la forza che ci costituisce. Non è attesa di questo o quell’oggetto, ma impulso originario a perseverare nell’essere. In termini psicologici, Alfred Adler ne coglierà un’eco nella sua idea di tensione all’affermazione e al superamento, più temperata ma affine alla volontà di potenza nietzscheana.
Non desideriamo perché ci manca qualcosa, ma perché esistiamo. Il desiderio non è la risposta a un vuoto: è l’espressione della vita stessa. Se questo è vero, allora la questione non è eliminare il desiderio — cosa impossibile — né soddisfarlo definitivamente — cosa altrettanto impossibile. Il desiderio è biologico: è la vita che insiste. Finché esistiamo, desideriamo. Il problema è credere che il desiderio abbia una fine, ma Il desiderio non ha una meta finale. Ha una natura. E coincide con la nostra.