Se bene/male e giusto/ingiusto sono categorie umane, ogni attribuzione etica alla natura è una nostra proiezione. Il problema è che questa proiezione non è neutra: se portiamo nel cosmo la categoria del bene, portiamo per implicazione anche quella del male. Non appena nobilitiamo la natura, la drammatizziamo.
“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” non è, in senso stretto, una dichiarazione di corrispondenza tra cosmo e morale. In quella formula si affiancano due ordini distinti: la necessità della natura e la libertà della legge morale. Eppure, nel modo in cui la percepiamo, quella frase suggerisce facilmente un’armonia, una consonanza, quasi che le meccaniche celesti partecipino della nostra esigenza di bene e di giustizia.
Ma bene e male, giusto e ingiusto, per quanto reali, consolatori o laceranti, sono solo roba nostra: circoscritta e passeggera. Fuori dal paradigma umano non esistono. La natura non conosce tribunali: non assolve, non condanna. E questo ridimensiona — senza negarlo — il nostro dramma. Homo sapiens è un episodio minimo. Il sole si spegnerà, la Terra finirà, e con essa le nostre categorie etiche. Per un istante, su un frammento di materia, degli animali hanno chiamato “ingiusto” qualcosa che accadeva. Poi il corso naturale delle cose.