Chi nasce povero, chi ricco, di solito lo svantaggiato cerca di migliorare la propria condizione, il privilegiato di conservarla. Ma al giovane privilegiato può accadere qualcosa di strano: a un certo punto sente di dover essere altro: non puoi essere come sei; devi prendere le distanze dalla tua famiglia e dalla tua storia. Fatti povero, rivoluzionario, sovversivo.
Da dove viene questo imperativo? Non lo so. E' un'idea, un ideale. E qui la cosa si fa interessante, perché un conto è cambiare davvero, un altro è avere una certa idea di sé mentre, per natura, si è e si fa tutt'altro, come provano i cortocircuiti esistenziali di certe biografie. Wittgenstein, nato ricchissimo, aveva rinunciato alla sua eredità ed era andato a insegnare in poveri villaggi di montagna; eppure arrivò a colpire alla testa un suo allievo fino a fargli perdere i sensi. Non è detto che ci sia malafede. Semplicemente può restare uno scarto fra l'idea di sé e ciò che realmente si è e si fa. Se l'idea del cambiamento nasce come reazione a ciò che si è in partenza, anziché da un movimento spontaneo, forse quella scissione è destinata a rimanere e la persona rimane divisa: da una parte ciò che di fatto è, dall'altra ciò che crede di dover essere.
L'uomo, però, può cambiare davvero. San Francesco nasce ricco e sceglie la povertà, Siddharta abbandona il mondo privilegiato nel quale è nato, e non è giunta notizia che arrivarono a colpire alla testa i confratelli fino a fargli perdere i sensi. Forse alcune trasformazioni riescono perché non sono una guerra contro la propria origine.
E non è detto che l'idea di dover essere migliori sia sempre una cattiva idea. Un ideale di virtù può spingere una persona a vivere meglio. E poi può capitare che il cammello passi per la cruna dell’ago, si può essere ricchi e privilegiati e, nondimeno, persone eccellenti. Montaigne ne è un buon esempio: non ebbe bisogno di rinnegare la propria condizione per diventare ciò che era. Il problema nasce quando l'ideale pauperistico sovversivo diventa un'immagine ideologica di sé: non più uno spontaneo miglioramento, ma la necessità ideologica di essere qualcuno che non siamo. E allora torno alla domanda iniziale: da dove viene l'idea di essere un altro? Non lo so. Ma mi sembra una cattiva idea.