Spinoza, Freud e Nisargadatta, maestro spirituale indiano del Novecento, sono miei riferimenti. Tutti e tre ebbero a che fare con il fumo fino alla fine della vita. Spinoza, gravemente malato di tisi, fumò la pipa il giorno prima di morire. Freud continuò a fumare sigari per anni dopo che gli era stato diagnosticato un tumore alla bocca, nonostante i numerosi interventi chirurgici. Nisargadatta continuò a fumare anche dopo la diagnosi del cancro alla gola, fino a quando i medici riuscirono a farlo smettere. Io invece ho smesso di fumare.
Uomini che considero straordinariamente saggi non hanno necessariamente vinto le proprie inclinazioni. E allora mi domando se non abbiamo un'idea troppo ascetica della saggezza, come se il migliorare comportasse una strada obbligatoriamente in salita: più consapevolezza, più igiene, più dominio di sé, più rinunce, più sforzo, fino a diventare finalmente padroni della propria vita che crediamo eterna.
Non l'ho mai pensata così. Ho sempre avuto l'impressione che la realizzazione umana fosse qualcosa di semplice e spontaneo. In fondo basta rendersi conto che siamo un modo provvisorio della Natura che ci costituisce, ci precede e ci comprende per realizzarci. Facile capirlo: è un po' come imparare ad andare in bicicletta, dopo le prime due pedalate viene spontaneo, diventa un'abitudine dello sguardo, una postura di fondo.