Nel Vangelo secondo Matteo (5,45) troviamo una delle immagini più semplici e forti del Discorso della Montagna. Gesù di Nazareth invita ad amare i nemici a imitazione di Dio, che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». La tradizione cristiana legge in questa scena un segno dell’amore universale di Dio: i beni fondamentali della vita non sono distribuiti secondo il merito.
Ma proviamo per un momento a guardare soltanto ciò che accade, senza interpretarlo. Il sole sorge. La pioggia cade. E accade per tutti. Non per premiare qualcuno o punire qualcun altro. Semplicemente accade. La natura funziona così, secondo regolarità che non distinguono tra buoni e cattivi. Molto più tardi Baruch Spinoza riassumerà questa idea con una formula famosa: Deus sive Natura, Dio cioè la natura.
Qui emerge un punto interessante: lo stesso accadimento — il sole e la pioggia che raggiungono tutti — può sostenere due metafisiche opposte. Nel Vangelo questa universalità diventa il segno dell’amore di Dio. In Spinoza diventa il segno dell’ordine impersonale della natura, indifferente alle nostre vicende e ai nostri giudizi morali. Lo stesso fenomeno, due modi diversi di comprenderlo.
Forse questo accade perché mescoliamo osservazione e interpretazione. Il fatto è semplice: il sole sorge e la pioggia cade. Dire che Dio fa sorgere il sole è già un passo oltre il fenomeno. Ma a ben vedere anche dire “Dio cioè la natura” è un passo ulteriore: significa dare un nome e un fondamento all’ordine che osserviamo. In entrambi i casi facciamo qualcosa di più che descrivere ciò che accade. Il punto è che per abitare il mondo dobbiamo pur interpretarlo.
Alla fine, forse, quello che conta non è solo ciò che osserviamo, ma da dove osserviamo.