“Per ogni cosa deve esserci una causa o ragione, sia del suo esistere sia del suo non esistere.” (Baruch Spinoza, Etica, Parte I, Proposizione 11, scolio e passaggi correlati).
Imperversa la metafora del “sognare” come desiderare, aspirare, progettare. Ai giovani, soprattutto, viene ripetuta come un imperativo — “sogna, ragazzo, sogna” —: tira dritto e, noncurante della situazione di fatto, insegui ciò che ti piacerebbe essere nel mondo che preferisci immaginare.
La concezione è così diffusa da apparire ovvia e universale; è invece circoscritta e recente. L’equivalenza tra sogno e desiderio prende forma quando l’interiorità diventa criterio e l’Io si pone al centro. Prima della fine del Settecento non struttura il lessico occidentale; altrove — in Oriente e nelle culture indigene — non diventa mai principio normativo.
Il problema non è solo che questo invito moltiplica la probabilità dell’urto con il reale; è che il fantasticare di “diventare altro” può oscurare una competenza elementare e decisiva: riconoscere dove si è, e se quel luogo — relazionale, simbolico, concreto — è abitabile. Il sogno, elevato a programma, introduce una distanza sistematica tra vita e aspettativa.
E tuttavia il reale non è soltanto attrito. Anche dentro contraddizioni, storture e difficoltà, vi sono baluginii che sfuggono a uno sguardo interamente proiettato altrove. La natura, in particolare, non viene meno: resta nella sua immanente evidenza. Un cielo che c’è, un fiore di Veronica persica tra le mattonelle del marciapiede. Guardarli richiede un’attenzione che il sognare a occhi aperti spesso sottrae. Forse, più che insegnare a inseguire sogni, avrebbe senso indicare un’altra direzione: riconoscere dove si è a casa.