C’è Auschwitz: un dato di fatto che sembra rendere impossibile l’esistenza di un Dio-persona, infinitamente buono e onnipotente. Il dilemma classico della teodicea — come conciliare il male estremo con una divinità che vuole e può il bene — non è un esercizio astratto. Lo ritroviamo quotidianamente nelle oncologie pediatriche, nella sofferenza inflitta e subita oltre ogni misura.
Tuttavia, forse Auschwitz, le malattie dei bambini e le guerre non dimostrano necessariamente l’inesistenza di Dio. Sono, piuttosto, l'indizio che ciò che chiamiamo "Dio" non sia una persona morale, bensì un funzionamento necessario e impersonale della realtà, situato strutturalmente al di là del bene e del male. Il bene e il male, dunque, non riguardano l’essere in quanto tale, ma il mondo degli uomini. Per questo è essenziale mantenere distinti — e al contempo abitabili — due diversi registri [1].
Il registro umano, storico e personale: qui il bene e il male esistono concretamente. Esistono perché esistono esseri capaci di soffrire, di agire, di scegliere e di rispondere delle proprie azioni. Auschwitz appartiene interamente a questo registro: non come "evento metafisico", ma come crimine umano assoluto. Poi abbiamo il registro della realtà impersonale: la dimensione naturale dell'essere che segue leggi proprie, indifferenti alle categorie morali umane.
Confondere questi due piani può generare due errori simmetrici e altrettanto distruttivi: se si assume l'amoralità della realtà per cancellare le categorie umane, si finisce per pensare che Auschwitz, in fondo, "non sia un problema", derubricandolo a semplice fatto naturale. Viceversa se si elimina la dimensione impersonale proiettando la nostra giustizia umana a livello assoluto, si rischia di pretendere di sapere, senza alcun dubbio, verso quale fine debba tendere il mondo. Anche in questo caso, paradossalmente, Auschwitz potrebbe smettere di essere un problema, venendo giustificato in nome di un presunto "bene assoluto" o di un piano provvidenziale. Voglio dire che un conto è prodigarsi per il bene comune, proteggendo il debole e risarcendo l'ingiustizia per quanto umanamente possibile; altra cosa è l’esaltazione che presume di agire in nome di una etica assoluta e risolutiva.
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1 Cfr. Orlando Franceschelli, In nome del bene e del male, Donzelli editore. Segnavia: due formule imprescindibili. Al di là del bene e del male (soprannaturali e naturali), pag. 35.