BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Lunedì, 09 Febbraio 2026 18:07

Sfasamenti

Scritto da 
Venere dormiente, Giorgione e Tiziano Venere dormiente, Giorgione e Tiziano

La gatta che sonnecchia vive spontaneamente in presa diretta e coincide perfettamente con la sua natura. Anche noi, nel sonno profondo, coincidiamo col nostro essere. Ma non appena iniziamo a sognare, ci svegliamo e viviamo nel mondo: allora ci risulta più complicato coincidere con noi stessi, perché, per struttura, ci rappresentiamo e filtriamo l’esperienza attraverso idee, concetti e enunciati.

Quasi tutte le discipline umane operano in questo registro di rappresentazione. L’essere immediato è quasi sempre assente e, spesso, non viene nemmeno considerato. Affiora soltanto in parte nell’arte, in certa psicologia, in qualche esperienza mistica.

Il paradosso è chiaro: conosciamo ciò che ci rappresentiamo e, nel frattempo, rischiamo di dimenticare ciò che realmente siamo.

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3 commenti

  • Link al commento Salvatore Porrovecchio Martedì, 10 Febbraio 2026 06:57 inviato da Salvatore Porrovecchio

    Caro Bruno,
    ho letto le tue parole più volte, come faccio ormai con tutto ciò che merita di sedimentare. Dopo quarant’anni passati tra corsie e ambulatori, credimi, il tuo scritto risuona profondamente con qualcosa che ho visto ripetersi infinite volte, ma che raramente ho saputo nominare con tale chiarezza.
    Quella gatta che sonnecchia… quante volte ho invidiato quella stessa spontaneità nei neonati che tenevo tra le mani in sala parto. Esistevano e basta, senza il peso della rappresentazione. Poi, anno dopo anno, li vedevo tornare: prima bambini, poi adolescenti inquieti, infine adulti frammentati tra ciò che sono e ciò che credono di dover essere.
    Sai cosa ho imparato? Che la medicina moderna, con tutta la sua magnificenza tecnologica, ha quasi completamente dimenticato quella coincidenza con l’essere di cui parli. Osserviamo parametri, leggiamo analisi, interpretiamo sintomi - tutto filtrato, rappresentato, categorizzato. E nel frattempo, spesso, non vediamo più la persona. Non la tocchiamo veramente.
    Ricordo una signora anziana, tanti anni fa. Arrivava sempre con mille domande sui suoi esami, terrorizzata dai numeri fuori range. Un giorno le presi semplicemente la mano e restammo in silenzio. Respirava. Io respiravo. Per un attimo eravamo solo due esseri viventi, non un medico e una paziente. Mi guardò e disse: “È la prima volta in mesi che mi sento davvero qui.”
    Quel “qui” era esattamente il tuo essere immediato.
    Il paradosso che evidenzi è forse il dramma della condizione umana - e noi medici ne siamo testimoni privilegiati. Veniamo addestrati a pensare, classificare, diagnosticare. Tutta rappresentazione. E così rischiamo di curare malattie dimenticando i malati, di leggere radiografie senza vedere il tremore nelle mani di chi le consegna.
    Eppure, nei momenti più veri della medicina - quando tieni la mano a qualcuno che sta morendo, quando accogli il primo respiro di una nuova vita, quando semplicemente stai presente al dolore senza poterlo risolvere - in quei momenti cade ogni rappresentazione. Torna l’immediatezza. Torni a coincidere con te stesso. Forse è per questo che l’arte guarisce a volte più dei farmaci. E che certa psicologia riesce a raggiungere zone dove la nostra scienza si perde nei suoi stessi concetti.
    Mi hai fatto pensare che invecchiare, in fondo, potrebbe essere una lenta riconquista di quella spontaneità della gatta. Dopo aver passato una vita a rappresentarci, forse possiamo permetterci di nuovo di semplicemente essere. Il mio corpo me lo ricorda ogni giorno: non è più una macchina da analizzare, è semplicemente vita che scorre.
    Grazie, Bruno. Continua a scrivere così. Ce n’è bisogno.
    Con affetto, un anziano medico che sta imparando di nuovo a sonnecchiare

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  • Link al commento Pietro Martedì, 10 Febbraio 2026 08:10 inviato da Pietro

    Paradossalmente siamo più “svegli” quando sogniamo

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  • Link al commento Bruno Vergani Martedì, 10 Febbraio 2026 09:57 inviato da Bruno Vergani

    Caro Salvatore, e Pietro, anche a me l'invecchiare invita a una lenta riconquista della primigenia presa diretta.

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