Non ci vuole molto per capire che senza un io consapevole andremmo a sbattere. Agiamo naturalmente come soggetti con un centro e una responsabilità.
Non ci vuole molto per capire anche il contrario: non ci siamo fatti da soli, ci batte il cuore senza chiederci il permesso e siamo impermanenti.
Ci sono quindi due modi di guardare le cose:
Sub specie temporis: viviamo come individui protagonisti con sussistenza propria, inseriti in relazioni sociali, regole, doveri;
Sub specie aeternitatis: dove invece l’io perde sussistenza e diventa parte della necessità impersonale della natura.
Il punto è che questi due registri coesistono. È un paradosso da tenere aperto agendo come soggetti, ma consapevoli che il nostro nascere, vivere, morire, accade in un funzionamento che ci supera. Questa consapevolezza non annulla l’esistenza personale, ma la rende meno assoluta.
Ed è forse in questa convivenza instabile, mai del tutto pacificata, che si gioca la libertà più sobria e onesta. Innanzitutto la libertà da sé.