Alla fine, ciò che ci determina è il posizionamento ontologico che abitiamo: quanto, cioè, l’Io è centrato o decentrato in noi. Centrato su di sé è, per esempio, il leader populista, che si costruisce come centro emotivo e narrativo di una comunità. Decentrato da sé è invece il ricercatore appassionato, che studia non per affermarsi, ma per capire, defilato da sé.
Qual è oggi il posizionamento dominante?
La psicoanalisi ci ha insegnato da tempo che l’Io cosciente è solo la punta di un iceberg, mosso da forze inconsce. La cosmologia ha ridimensionato l’essere umano a particella cosmica, un granello in un universo senza centro. La filosofia postmoderna ha smontato l’idea di un soggetto solido e universale, parlando di identità fluide, plurali, instabili.
Eppure, paradossalmente, più l’io è ferito nel suo narcisismo e più imperversa come non mai. Nella vita quotidiana, nei comportamenti sociali, nella prassi politica.
È comprensibile: per vivere bisogna pur essere qualcuno, con altri qualcuno. L’Io è una funzione simbolica indispensabile, un centro narrativo che conferisce senso all’esperienza. Ma perché si esagera fino all’ipertrofia?
Una prima spiegazione è forse culturale: il neoliberismo è una macchina produttrice di Io, ne pompa a ciclo continuo e li impianta nelle coscienze, a potenziamento identitario. Un’altra causa è probabilmente simbolica: demolito Dio, dissolto il cosmo come ordine intelligibile, l’Io resta l’unico “senso immediato” in un mondo senza centro. Il culto dell’Io diventa così un surrogato secolare del sacro perduto. Ma c’è anche una spiegazione più profonda, ontologica: forse l’Io non è riducibile perché è alimentato da qualcosa di impersonale ma reale e potente: il conatus, quella spinta originaria che ogni ente possiede nel perseverare nel proprio essere. Una necessità impersonale, che noi umani interpretiamo come potenza personale.
In verità, il conatus non implica un Io separato o autocentrato. Ma noi lo fraintendiamo: scambiamo la forza naturale che ci attraversa vivificandoci per un’identità personale, e così costruiamo un Io fittizio ma potente, proprio perché nutrito da quella stessa potenza che anima tutte le cose.
Ecco allora il punto: riconoscere questo equivoco è il primo passo. Il posizionamento ontologico dell’Io è un atto filosofico e etico: riguarda il modo in cui abitiamo il nostro essere, e il grado di consapevolezza con cui ci lasciamo attraversare dalla natura.