Forse abbiamo molti “io”, di sicuro almeno due.
C’è un io biologico, che si vive nell’esperienza diretta, pre-riflessiva, dell’essere. E c’è un io culturale, costruito nell’interazione sociale, fondato su memoria e linguaggio. Il primo è un'espressione immediata del funzionamento naturale; il secondo, una rappresentazione: è ciò che siamo per gli altri, e che finisce per diventare anche ciò che siamo per noi stessi.
È verosimile che l’io culturale —visto che c’è e che imperversa nella nostra specie—, sia più performante e adattabile dell’io naturale. Ma comunque sia, i due si co-costituiscono a tal punto che la maggior parte degli esseri umani non ha consapevolezza di essere abitata da entrambi. L’identificazione con l’io costruito è così profonda da apparire spontanea, naturale — e non come frutto di una ancestrale sedimentazione storico-sociale.
Solo in alcune situazioni-limite può emergere la percezione di questa dualità: traumi, crisi, esperienze epifaniche, uso di sostanze, meditazione, arte, mistica. Ma poi la vita quotidiana richiude tutto: l’io naturale viene riassorbito nel sé narrativo.
Gran parte della filosofia occidentale può essere letta come un lungo sforzo, riuscito a tratti, di tenere insieme o separare questi due piani:
· da un lato il mondo delle idee, cioè ciò che nasce dal linguaggio, dalla cultura, dalla riflessione — l’ordine simbolico in cui viviamo e ci riconosciamo;
· dall’altro il mondo della natura, che ci precede, ci contiene e non dipende da noi, e al quale apparteniamo senza averlo scelto.
Questa tensione è presente anche nel rapporto individuo/specie: l’individuo tende all’autonomia, alla libertà personale; la specie risponde ai decreti impersonali della necessità naturale.
L’essere umano moderno, identificato nell’io sociale, abita un mondo fatto di simboli umani: linguaggio, tecnologia, norme, ruoli, status. La natura, per lui, è assente o relegata a paesaggio decorativo, o a risorsa da sfruttare. Chi invece vive nella natura e riconosce la propria appartenenza al vivente, percepisce l’io sociale come uno strumento necessario, ma non come il proprio nucleo. Vive il proprio corpo e la propria coscienza come espressioni del grande flusso naturale, non come proprietà private.
La differenza tra questi due individui (anche se di fatto non esistono in forma pura) non è psicologica, ma ontologico-esperienziale: riguarda il modo in cui si situano nell’essere. Ora, entrambi gli “io” — culturale e naturale — sono mortali, eppure entrambi vogliono esistere e perdurare. La differenza sta nel modo in cui si relazionano alla morte.
L’io naturale vuole vivere, ma non ha paura della morte. È come gli animali: si ritrae dal dolore, ma non costruisce un’idea della fine. Quando muore, termina il ciclo della sua forma individuale, ma rimane immerso nell’eterno funzionamento che lo ha generato.
L’io culturale, invece, si abbatte. E ha buoni motivi per farlo: con la morte dell’individuo cessa definitivamente il sé che ha costruito, la sua storia, la sua memoria, il suo nome. Per lui la morte è assoluta, e per questo cerca di rimuoverla, di allontanarla. Ne parla poco, e se lo fa, lo fa in modo astratto, generico. Le emozioni prevalenti sono paura, ansia, rifiuto, senso di ingiustizia o di perdita insensata.
Da qui discendono molte strategie difensive: distrazione, culto della giovinezza, ossessione per la salute, tecnologie anti-aging, religioni con promesse ultraterrene, attaccamento a ruoli e identità anche quando non hanno più alcuna funzione.
L’io naturale, invece, vive la morte come parte del ciclo naturale. La riconosce, la contempla, la accetta. Ne percepisce la presenza costante, come una compagna discreta.
Col tempo si distacca dall’io narrativo, e dà più attenzione alla qualità dell’essere presente. Medita, osserva la natura, lascia andare. Lascia andare le cose, lascia andare se stesso.