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“ Il distacco da sé è l'opposto del distacco dalla vita. L’analisi di Schopenhauer sul suicidio aiuta a chiarire ciò che intendo per distacco da sé:
«Lungi dall'essere una negazione della volontà, il suicidio è un fenomeno di forte affermazione della volontà. Il suicida vuole la vita ed è soltanto insoddisfatto delle condizioni nelle quali essa gli si è presentata. Egli non rinuncia quindi affatto alla volontà di vivere, ma soltanto alla vita, distruggendone la manifestazione individuale.» (Il mondo come volontà e rappresentazione, Libro IV, § 69).
In questo senso, il suicidio è quasi l'opposto del distacco da sé: non si rinuncia alla propria volontà di essere, ma alla vita quando non corrisponde più a ciò che si vorrebbe essere. Il distacco da sé di cui parlo consiste invece nell'allentare la presa sulla propria identità, senza per questo rinunciare alla vita. Questo, naturalmente, non significa giudicare chi si suicida, né affermare una sacralità della vita o giustificare l'accanimento terapeutico. Vi sono condizioni nelle quali lo scarto tra ciò che si desidera dalla vita e ciò che la vita è diventata, per sofferenza o degradazione, può essere così radicale da rendere comprensibile, e persino ragionevole, il desiderio di cessare di vivere. La mia riflessione riguarda un'altra cosa: non la rinuncia alla vita, ma la rinuncia alla necessità di essere ancora e sempre quel determinato io. ”