“Non ridere, non piangere, non imprecare, ma (cerca solo di) capire.” Baruch Spinoza
Non di solo pane vive l’uomo: ha bisogno anche di un significato che oltrepassi la sua provvisorietà, di un ordine più grande, potente e imperituro. E la Natura lo è. Non abbiamo bisogno di costruire l’eterno: appartenendo alla Natura, siamo già dentro l’eterno. Per vivere bene basterebbe dunque riconoscere l’orizzonte ontologico nel quale siamo già inseriti.
Ma siamo entità finite con aspirazione infinita, e qui nasce il problema: l’appartenenza alla Natura immanente non implica una promessa di permanenza indefinita dell’individuo. Così, in cerca di un’eternità individuale, non riconosciamo l’orizzonte nel quale siamo già collocati e ne immaginiamo altri, trascendenti. Ci collochiamo in essi, li difendiamo con la fede e con l’eroismo, perché la loro esistenza dipende dalla nostra adesione.
Forse siamo animali tragici non perché siamo mortali, ma perché siamo mal collocati.