Per gli alchimisti medievali la quintessenza era il principio più puro, sottile e incorruttibile presente negli elementi. Il termine derivava dalla quinta essentia aristotelica, il quinto elemento o etere, ma nell'alchimia indicava la parte più nobile e perfetta di una sostanza materiale. Estrarre la quintessenza significava portare alla luce ciò che in quella materia vi era di più autentico e prezioso. Questa concezione sembra presupporre che nella materia esista un elemento privilegiato, più puro e potente del resto, individuabile e isolabile, come quando si estrae l'olio essenziale dalle foglie di menta.
Eppure proprio qui nasce un interrogativo filosofico. Perché l'alchimista, una volta ottenuta l'essenza, continuava a distillarla ancora e poi ancora per raggiungere la quintessenza? Che cosa cercava realmente? Una sostanza sempre più raffinata? Oppure, inconsapevolmente, qualcosa di ancora più radicale: il principio stesso per cui ogni cosa è?
Se così fosse, la ricerca alchemica potrebbe essere riletta come il tentativo di raggiungere non una materia sublime, ma il fondamento stesso della realtà. È una domanda che, con strumenti e linguaggi incomparabili, riaffiora ancora oggi in qualche speculazione spiritualistica della fisica teorica e in alcune interpretazioni neoplatoniche della fisica quantistica: esiste un principio unitario dal quale è emanata la realtà?
Ma se esiste un principio primo, causa immanente delle cose, il tentativo alchemico di isolarlo è destinato al fallimento. Quella causa non può essere un nucleo nascosto dentro le cose. Se fosse individuabile e isolabile, cesserebbe di essere il fondamento dell'essere e diventerebbe anch'essa una cosa tra le cose. Qui la metafisica di Spinoza offre una chiarificazione sorprendente. Dio, la sostanza infinita, non è contenuta nei modi, cioè nelle cose particolari, come un nocciolo nel frutto. I modi sono implicazioni della sostanza. L'acqua dell'onda è l'acqua del mare, ma l'onda non è il mare.