La vocazione naturale di ogni individuo, che sia umano, animale, pianta o insetto, è esserci e perdurare. Prima di ogni progetto, prima di ogni scelta, prima d’ogni “cosa” da realizzare, c’è questo fatto elementare: la vita tende a conservarsi. Il primo comandamento della natura sembra essere: vivi. Il “cosa” vivere viene dopo.
Eppure per noi esseri umani il semplice esserci non è una condizione facilmente abitabile. Il puro “sono” è raro e sconosciuto, forse lo sperimentano, in giornata buona, i santi d’Oriente nella meditazione profonda. E quando affiora, non porta solo quiete: porta anche una piccola vertigine. Si allentano, anche solo per un attimo, le strutture che normalmente ci reggono: compiti, ruoli, obiettivi, narrazioni su di noi.
Noi non ci limitiamo a essere. Noi “esistiamo per”. Per qualcosa, per qualcuno, per un compito, per una direzione. Nel fare sappiamo chi siamo. Abbiamo coordinate. Siamo situati dentro un sistema di senso. Nel semplice essere, invece, cosa rimane? L’Essere di Parmenide - unico, immobile, perfetto, indipendente dal mutamento- è una delle grandi costruzioni della filosofia. Ma la vita concreta sembra dire altro: ciò che vive cresce, cambia, si espande, si adatta. Un essere senza divenire forse non potrebbe sussistere. Il fare, allora, non è necessariamente un tradimento dell’essere: può esserne una forma.