BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Sabato, 20 Settembre 2025 11:25

La fiamma della candela

Scritto da 
Jules Breton, Contadina bretone che tiene un cero Jules Breton, Contadina bretone che tiene un cero

L’altro giorno, passeggiando nel giardino, mi è venuto un pensiero: morendo lascerò questo luogo — poi subito ho pensato che, morendo, diventerò il giardino.

Dove “va” la fiamma della candela quando l’abbiamo spenta?
 (Tradotto: che fine facciamo quando moriamo?)
Non lo so. Chiediamolo a Parmenide e a Spinoza.

Possiamo azzardare che entrambi avrebbero accettato la legge di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, trasponendola dalla chimica all’ontologia.
Allora, dove va la fiamma?
 Né Parmenide né Spinoza direbbero che “vada nel nulla”.
    •    Parmenide (e con lui Severino) direbbe: la fiamma continua a essere, ma è occultata al nostro percepire.
    •    Spinoza direbbe: non è andata da nessuna parte, perché in quanto modo della sostanza (Dio, Natura) era e sarà in essa, indipendentemente dal suo manifestarsi.

Bisogna, però, ricordare che in Spinoza c’è una differenza modale: la sostanza è infinita e necessaria, mentre i modi sono le sue variazioni finite. La Natura, o Dio, non coincide con l’albero, la fiamma o il corpo che siamo, ma li comprende e li esprime. Dimenticarlo significa addomesticare Spinoza, trasformandolo in un panteismo a misura cristiana.

Se prendiamo la legge di Lavoisier come metafora ontologica, possiamo dire che la fiamma non “scompare” mai. Quando diciamo che “si spegne”, in realtà cambia la modalità in cui appare all’interno del cerchio dell’apparire, ma il suo essere rimane, non va nel nulla. Da notare che anche per Spinoza la fiamma non “va nel nulla”: era espressione della sostanza e resta compresa nell’infinità della sostanza, anche se non si manifesta più sotto quella determinata forma.
 In altre parole, non c’è un “occultarsi” dell’ente (come in Parmenide), ma un “ricomporsi” nell’unità infinita della sostanza.
    •    Parmenide salva l’identità del singolo ente nella sua eternità (questa fiamma non può non essere).
    •    Spinoza salva l’identità della sostanza, all’interno della quale i modi mutano senza mai uscire dalla sua necessità infinita.
In Spinoza, la fiamma “era e sarà sempre” come modo della sostanza, ma il suo “esserci per noi” dipende dalle concatenazioni causali.

Se le cose stanno suppergiù così, allora con l’epilogo personale cadiamo in piedi. Probabilmente saremo tutt’altro da ciò che siamo.
 Nel sistema di Parmenide forse in qualche modo integri, forse addirittura coscienti di ciò che saremo, in quello di Spinoza no, ma comunque in qualche modo saremo.

"Essere" il profumo dell'Achillea ligustica invece che limitarmi a percepirlo non è poi male.

Ultima modifica il Sabato, 20 Settembre 2025 14:01

1 commento

  • Link al commento Pietro Spalla Sabato, 20 Settembre 2025 16:09 inviato da Pietro Spalla

    Caro Bruno, mentre ti leggevo mi sono accorto che respiravo e mi sono chiesto: il mio respiro finisce nel nulla quando espiro?
    Certo che no, finisce nel tutto dell'aria, che trasforma e da cui è trasformato.
    Ed anche per questo, quando poi ispiro, qualcosa di ciò che avevo espirato ritorna a me, in un ritmo dinamico e incessante che mi ricorda, in piccolo, quello dell'espansione e della contrazione dell'Universo.
    E, a pensarci, tutte le altre creature respireranno qualcosa di me.
    Del resto noi oggi non inspiriamo dall'aria di adesso qualcosa che hanno espirato Giulio Cesare e Cristo?
    A pensarci anche l'ultimo respiro che hanno esalato ci costituisce tutti....

    Rapporto

Lascia un commento

Copyright ©2012 brunovergani.it • Tutti i diritti riservati