L’altro giorno, passeggiando nel giardino, mi è venuto un pensiero: morendo lascerò questo luogo — poi subito ho pensato che, morendo, diventerò il giardino.
Dove “va” la fiamma della candela quando l’abbiamo spenta?
(Tradotto: che fine facciamo quando moriamo?)
Non lo so. Chiediamolo a Parmenide e a Spinoza.
Possiamo azzardare che entrambi avrebbero accettato la legge di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, trasponendola dalla chimica all’ontologia.
Allora, dove va la fiamma?
Né Parmenide né Spinoza direbbero che “vada nel nulla”.
• Parmenide (e con lui Severino) direbbe: la fiamma continua a essere, ma è occultata al nostro percepire.
• Spinoza direbbe: non è andata da nessuna parte, perché in quanto modo della sostanza (Dio, Natura) era e sarà in essa, indipendentemente dal suo manifestarsi.
Bisogna, però, ricordare che in Spinoza c’è una differenza modale: la sostanza è infinita e necessaria, mentre i modi sono le sue variazioni finite. La Natura, o Dio, non coincide con l’albero, la fiamma o il corpo che siamo, ma li comprende e li esprime. Dimenticarlo significa addomesticare Spinoza, trasformandolo in un panteismo a misura cristiana.
Se prendiamo la legge di Lavoisier come metafora ontologica, possiamo dire che la fiamma non “scompare” mai. Quando diciamo che “si spegne”, in realtà cambia la modalità in cui appare all’interno del cerchio dell’apparire, ma il suo essere rimane, non va nel nulla. Da notare che anche per Spinoza la fiamma non “va nel nulla”: era espressione della sostanza e resta compresa nell’infinità della sostanza, anche se non si manifesta più sotto quella determinata forma.
In altre parole, non c’è un “occultarsi” dell’ente (come in Parmenide), ma un “ricomporsi” nell’unità infinita della sostanza.
• Parmenide salva l’identità del singolo ente nella sua eternità (questa fiamma non può non essere).
• Spinoza salva l’identità della sostanza, all’interno della quale i modi mutano senza mai uscire dalla sua necessità infinita.
In Spinoza, la fiamma “era e sarà sempre” come modo della sostanza, ma il suo “esserci per noi” dipende dalle concatenazioni causali.
Se le cose stanno suppergiù così, allora con l’epilogo personale cadiamo in piedi. Probabilmente saremo tutt’altro da ciò che siamo. Nel sistema di Parmenide forse in qualche modo integri, forse addirittura coscienti di ciò che saremo, in quello di Spinoza no, ma comunque in qualche modo saremo.
"Essere" il profumo dell'Achillea ligustica invece che limitarmi a percepirlo non è poi male.