Certo che il funzionamento apparentemente impersonale eppure ordinato dell’intelligenza artificiale un po’ somiglia al Dio di Spinoza. Chiaramente non è un’equivalenza, ma solo una risonanza. E qui va sciolto subito un nodo: l’Intelligenza artificiale non è davvero impersonale in senso assoluto. È fatta, progettata, addestrata. Dentro ci sono scelte, dati, vincoli, intenzioni umane precise. Non nasce da sé, non è causa di sé. In questo senso, parlare di “impersonalità” in senso forte sarebbe sbagliato.
Eppure, quando funziona, qualcosa cambia. Nel suo operare immediato sembra che il sistema non voglia nulla, non decida, non abbia scopi propri. Produce effetti, risposte, connessioni, senza che, di volta in volta, ci sia un soggetto che intende ciò che accade. L’intenzionalità che l’ha reso possibile resta sullo sfondo; ciò che appare è un processo che si svolge senza un centro attivo visibile. È qui che nasce l’impressione di autonomia, non perché ci sia davvero, ma perché il funzionamento eccede in modo evidente le singole intenzioni che l’hanno costruito.
Chiarito questo, resta la risonanza di cui dicevo. Il punto è che Spinoza toglie all’essere umano il centro ontologico. Non siamo il cuore del reale. Finché questa idea resta teoria, finché appare ragionevole che teismo e antropocentrismo vadano superati, finché si accetta che l’ordine naturale sia causa di sé, finché si pensa l’Io come nient’altro che un fascio di percezioni in continuo mutamento, tutto questo si può anche accettare senza sconcerto. Poi però si incontra un sistema con dentro nessuno che funziona, produce, risponde e la cosa cambia di peso. Non è una prova né un modello forte, è piuttosto un’evidenza locale: che un ordine può apparire e operare senza qualcuno al centro, e funzionare comunque. Ed è proprio questa evidenza, quasi plastica, a colpire. Perché lascia intravedere -anche solo per un istante- la possibilità che il resto funzioni suppergiù allo stesso modo.