Per secoli ci siamo concepiti come dotati di un centro stabile, un nucleo con identità propria, autonoma e persistente. Nella tradizione teistica creazionistica, l’io è un’anima creata da Dio destinata a sopravvivere alla morte del corpo. Anche nella filosofia antica permane spesso l’idea di individuo come sostanza: basti pensare alla metempsicosi, dove l’anima migra di corpo in corpo rimanendo se stessa. L’io è concepito come una sussistenza blindata, che precede l’ambiente e le relazioni che vive.
Con la riflessione contemporanea questo paradigma si incrina, ma già nei presocratici affiorava l’idea di una realtà non stabile: in Eraclito tutto è divenire, in Anassimandro gli individui emergono da un fondo indeterminato. L’individuo non è più una sostanza, ma un processo di individuazione. Non esiste un io già dato che entra in relazione: esistono piuttosto relazioni che, temporaneamente, si organizzano in una forma che chiamiamo “io”. L’identità personale non è un punto di partenza, ma un effetto. L’individuo può allora essere pensato come transindividuo: una configurazione plurale prodotta da connessioni biologiche, psichiche, sociali e tecniche -dal manufatto litico della preistoria fino agli ambienti digitali contemporanei. Non si tratta di “parti” né di “quote”, ma di dimensioni intrecciate di uno stesso processo.
L’intreccio tra biologico e tecnologico può sembrare forzato, ma un esempio lo chiarisce: anche se sei al ventesimo piano con un casco che ti immerge in un ambiente virtuale, il tuo corpo resta biologico. Il tecnologico non sostituisce il biologico, ma si intreccia con esso, influenzandolo. Allo stesso modo: il sociale modella lo psichico: il problema non è “chi sono io” ma: come mi individuo nelle relazioni e nella società. Il tecnico ridefinisce il sociale, il biologico pone vincoli a tutti gli altri livelli. Non c’è separazione, ma co-determinazione, anche se assistiamo sempre più a una dominanza strutturante della tecnica sulle altre dimensioni.
Se l’individuo è una configurazione, anche la sua fine cambia significato. Non è più la distruzione di una sostanza, ma la deconfigurazione di un sistema di relazioni. Si tratta comunque di una configurazione singolare del reale, unica e irripetibile. Ma se non c’è un nucleo costitutivo la fine non è necessariamente una perdita assoluta: è una trasformazione nella trama del reale. Questo non elimina il dolore, ma lo sottrae a una metafisica dell’annientamento. Se invece del “io sono me stesso”, “io sono relazione con ciò che mi attraversa” l’egocentrismo perde fondamento, non per legge morale, ma per chiarezza ontologica.