Non penso che “tutti i problemi del mondo derivino dall’incapacità dell’uomo di stare seduto da solo in una stanza”. È una buona metafora, però, per indicare quanto ci sia difficile permanere nella semplice esperienza di essere. In quello stato sembra esserci qualcosa di scomodo. Allora agiamo, progettiamo, miglioriamo, implementiamo.
Questa spinta è in parte biologica e psichica: la volontà di potenza descritta da Adler, come compensazione di un’originaria vulnerabilità; il conatus di Baruch Spinoza, per cui ogni individuo tende a perseverare nel proprio essere. Non c’è nulla di patologico nell’autoaffermazione: è naturale.
Ma accanto a queste forze vi sono imperativi culturali:
Affermati.
Sii giusto e responsabile del mondo.
A essi si aggiungono richieste più sottili: eccelli, aggiornati, sii visibile, sii erudito. Nobili o meno, questi imperativi hanno una loro necessità storica e sociale. Forse servono a coordinare, a motivare, a tenere insieme le comunità. Ma non sembrano avere un fondamento metafisico. Non sono leggi dell’essere. Forse qui si apre uno spazio delicato: non ottemperare a tali prescrizioni non equivale a essere in difetto davanti a un tribunale ontologico.
Se, come afferma Spinoza, non vi è libero arbitrio assoluto, e se l’io è un modo finito determinato da cause, allora anche capacità e incapacità dipendono da ciò che ci precede. Essere saggi o stolti, attivi o ritirati, forti o fragili, non è una creazione ex nihilo del soggetto.
Da qui nasce, forse, un diritto elementare e poco riconosciuto:
il diritto a non essere capace;
il diritto a non potere;
il diritto a non eccellere;
il diritto a essere tristi;
il diritto a non essere centrali;
il diritto a rispondere a "sii così" “fai così” con “non ne vedo la necessità”.
Non come rivendicazione polemica, ma come riconoscimento della propria misura.
Questo non implica indifferenza né rifiuto del bene. Forse significa solo sottrarsi all’illusione di esserne il garante. Chi è mosso a trasformare il mondo continuerà a farlo; chi è portato a una vita più semplice continuerà a viverla. La comprensione della necessità non paralizza l’azione: forse la rende meno febbrile, meno carica di autoimportanza.
Questa libertà dagli imperativi, almeno talvolta, la sperimento camminando nel giardino, immerso tra le piante: lì senza niente da dover raggiungere sono semplicemente al mio posto, ed è un bel posto.