BLOG DI BRUNO VERGANI

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Lunedì, 16 Febbraio 2026 17:07

Il diritto a essere uno qualunque

Scritto da 
  l giardino dell'artista a Giverny, Claude Monet l giardino dell'artista a Giverny, Claude Monet

Non penso che “tutti i problemi del mondo derivino dall’incapacità dell’uomo di stare seduto da solo in una stanza”. È una buona metafora, però, per indicare quanto ci sia difficile permanere nella semplice esperienza di essere. In quello stato sembra esserci qualcosa di scomodo. Allora agiamo, progettiamo, miglioriamo, implementiamo.
Questa spinta è in parte biologica e psichica: la volontà di potenza descritta da Adler, come compensazione di un’originaria vulnerabilità; il conatus di Baruch Spinoza, per cui ogni individuo tende a perseverare nel proprio essere. Non c’è nulla di patologico nell’autoaffermazione: è naturale.

Ma accanto a queste forze vi sono imperativi culturali:
Affermati.
Sii giusto e responsabile del mondo.

A essi si aggiungono richieste più sottili: eccelli, aggiornati, sii visibile, sii erudito. Nobili o meno, questi imperativi hanno una loro necessità storica e sociale. Forse servono a coordinare, a motivare, a tenere insieme le comunità. Ma non sembrano avere un fondamento metafisico. Non sono leggi dell’essere. Forse qui si apre uno spazio delicato: non ottemperare a tali prescrizioni non equivale a essere in difetto davanti a un tribunale ontologico.
Se, come afferma Spinoza, non vi è libero arbitrio assoluto, e se l’io è un modo finito determinato da cause, allora anche capacità e incapacità dipendono da ciò che ci precede. Essere saggi o stolti, attivi o ritirati, forti o fragili, non è una creazione ex nihilo del soggetto.

Da qui nasce, forse, un diritto elementare e poco riconosciuto:
il diritto a non essere capace;
il diritto a non potere;
il diritto a non eccellere;
il diritto a essere tristi;
il diritto a non essere centrali;
il diritto a rispondere a "sii così" “fai così” con “non ne vedo la necessità”.

Non come rivendicazione polemica, ma come riconoscimento della propria misura.
Questo non implica indifferenza né rifiuto del bene. Forse significa solo sottrarsi all’illusione di esserne il garante. Chi è mosso a trasformare il mondo continuerà a farlo; chi è portato a una vita più semplice continuerà a viverla. La comprensione della necessità non paralizza l’azione: forse la rende meno febbrile, meno carica di autoimportanza.

Questa libertà dagli imperativi, almeno talvolta, la sperimento camminando nel giardino, immerso tra le piante: lì senza niente da dover raggiungere sono semplicemente al mio posto, ed è un bel posto.

Ultima modifica il Lunedì, 16 Febbraio 2026 17:27

2 commenti

  • Link al commento Salvatore Porrovecchio Lunedì, 16 Febbraio 2026 19:08 inviato da Salvatore Porrovecchio

    Caro Bruno,
    leggendo le tue parole ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un pensiero molto onesto, quasi clinicamente onesto: non indulgente, non autoassolutorio, ma nemmeno accusatorio. Un pensiero che prova a distinguere, come si fa davanti a un quadro complesso, tra ciò che è fisiologico e ciò che è imposto.
    Mi colpisce molto la tua distinzione tra le forze interne – il conatus, la spinta ad affermarsi, la compensazione della vulnerabilità – e gli imperativi culturali che si sovrappongono come linee guida non sempre validate dall’esperienza dell’essere. È vero: l’autoaffermazione, entro certi limiti, è fisiologica. Come in medicina, esiste una dinamica di adattamento che non è patologica in sé. Il problema nasce quando la richiesta di performance diventa continua, totalizzante, non più risposta a una necessità ma dovere permanente di eccellenza.
    Nella pratica clinica vedo spesso quanto pesi l’idea di “dover essere” qualcosa: forti, lucidi, produttivi, all’altezza. E quanto sia liberatorio, invece, quando una persona si concede il diritto di riconoscere il proprio limite senza viverlo come colpa. Il diritto a non essere capace, a non eccellere, a non essere centrale: quello che descrivi non mi suona come rinuncia, ma come una forma di igiene interiore. Un modo per sottrarre l’io a un’infiammazione cronica da iper-responsabilità.
    Mi sembra molto lucido il passaggio in cui parli dell’assenza di un “tribunale ontologico”. Spesso viviamo come se ci fosse una corte invisibile che giudica ogni nostra scelta in termini assoluti. Ma se siamo, come dici, modi finiti determinati da cause che ci precedono, allora anche la nostra misura – grande o piccola che sia – merita rispetto. Non tutto ciò che è possibile è necessario; non tutto ciò che è richiesto è dovuto.
    Quello che scrivi sul giardino mi ha toccato. C’è qualcosa di profondamente terapeutico nel sentirsi “al proprio posto” senza dover produrre nulla. In quei momenti non siamo meno vivi: forse siamo semplicemente meno distratti dal bisogno di giustificarci. Come se l’essere, spogliato dagli imperativi, tornasse a una frequenza basale più autentica.
    Non leggo nelle tue parole disimpegno o indifferenza. Leggo piuttosto il tentativo di distinguere l’azione febbrile dall’azione necessaria, l’impegno autentico dall’autoimportanza. E questa distinzione, a mio avviso, non indebolisce l’etica: la rende più sobria e, forse, più vera.
    Ti ringrazio per aver condiviso questo spazio così personale. Mi sembra un pensiero che non invita a sottrarsi alla vita, ma a viverla senza sovraccaricarla di un dover essere che non sempre ci appartiene.
    Un abbraccio.

    Rapporto
  • Link al commento Maria Lunedì, 16 Febbraio 2026 22:39 inviato da Maria

    Ottime le tue riflessioni, altrettanto quelle di Salvatore. Condivido entrambe. Grazie.

    Rapporto

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