BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Venerdì, 06 Febbraio 2026 16:45

Spezie forti

Scritto da 
Ivan Nikolaevich Kramskoi: Cristo nel Deserto, particolare, 1872 Ivan Nikolaevich Kramskoi: Cristo nel Deserto, particolare, 1872

Approfondendo un po’, ci si accorge che non di rado le teologie giudicate eretiche dalla Chiesa cattolica sono state proprio quelle che, in un modo o nell’altro, ne indebolivano il ruolo di istituzione storica. Quando una dottrina rende la Chiesa meno necessaria, meno centrale, scatta facilmente l’allarme.

Ci sono però delle eccezioni. Una delle più interessanti è la teologia apofatica, una teologia “per sottrazione” che, consapevole dell’impossibilità di definire Dio, sceglie di parlarne dicendo ciò che non è. Una via antica, di impronta neoplatonica, per certi versi vicina alle spiritualità orientali e decisamente lontana dalla cristologia più canonica.

Se la teologia apofatica fosse presa sul serio fino in fondo dalla massa dei fedeli, minerebbe alla radice la dottrina dell’incarnazione divina e, con essa, la funzione della Chiesa come istituzione storica ben piantata nel tempo. Un Dio radicalmente ineffabile si concilia male con un Dio che entra nella storia, prende carne, parla, fonda una comunità. Eppure questa teologia non solo non è stata condannata, ma è stata in qualche modo tollerata. Probabilmente perché è sempre rimasta una concezione di nicchia: praticata qua e là da qualche Padre della Chiesa, coltivata da mistici e teologi raffinati, ma raramente proposta come dieta quotidiana per il popolo dei fedeli.

Col tempo, però, queste sensibilità neoplatoniche hanno lentamente impregnato la liturgia e l’immaginario comune. Un segnale eloquente è l’uso massiccio del termine “mistero”: quasi assente nella Bibbia e nei Vangeli, ma onnipresente nella teologia e nella liturgia cattolica a partire da san Paolo. Il punto interessante è che questa tolleranza non ha prodotto il temuto cortocircuito mentale: da una parte un Dio assolutamente trascendente e indicibile, dall’altra un uomo in carne e ossa che afferma senza esitazioni “Io sono la via, la verità e la vita”, apparentemente azzerando ogni mistero.

Invece di esplodere, le due cose si sono mescolate. La teologia apofatica ha funzionato un po’ come le spezie forti: da sole sono immangiabili, ma dosate con intelligenza esaltano il piatto. La miscela di trascendenza e incarnazione ha prodotto così una formula singolare: Dio è pienamente rivelato in Cristo e tuttavia resta, ontologicamente, mistero. Dal punto di vista di un illuminista irriducibile, la formula scricchiola un po’. Logicamente non è un capolavoro di coerenza. Ma qui sta il punto: ciò che conta è che questa architettura simbolica sia stata accettata – e interiorizzata senza troppi attriti – da generazioni di credenti, colti e non. E che abbia prodotto, spesso, un equilibrio esistenziale, talvolta superiore, a quello dell’illuminista impenitente.

Per il credente, infatti, il mistero non è un buco nella conoscenza, un fallimento del pensiero. È una realtà da celebrare. Qualcosa che, paradossalmente, meno si possiede più si sente di abitarla; meno la si conosce, più la si vive; più è inaccessibile, più è fondante. C’è qualcosa di sano, e forse di necessario, in questa celebrazione non del tutto razionale. In questi tipi umani che si decentrano da sé, che rinunciano alla pretesa di comprendere sempre tutto. Un po’ dispiace vedere le chiese sempre più vuote: non tanto per nostalgia dell’istituzione, quanto per la perdita di questa singolare sapienza del limite.

Ultima modifica il Venerdì, 06 Febbraio 2026 16:50

Lascia un commento

Copyright ©2012 brunovergani.it • Tutti i diritti riservati