In qualche modo la biodiversità ha il suo corrispettivo etico nel pluralismo sociale: gigli, rovi e margheritine, cigni, rospi e ornitorinchi, santi, fascisti e qualunquisti.
Ma com’è allora che il giardiniere decide — seleziona, piantuma, estirpa? Forse è un prepotente; o forse biodiversità e pluralismo restano, appunto, celebrazioni teoriche.
“Ogni cosa, per quanto è in sé, si sforza di perseverare nel proprio essere” (Baruch Spinoza, Ethica, III, prop. 6). E persevera secondo la propria potenza: in natura non c’è armonia garantita, ma un equilibrio dinamico di forze. Il pesce grande mangia il pesce piccolo, e in questo non c’è scandalo, ma necessità. Forse il giardiniere non è altro che una di queste forze.