BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Martedì, 28 Aprile 2026 17:45

Paradosso che vede

Lo stesso tramonto: c’è chi rimane incantato e chi indifferente. C’è chi soffre vedendo chi soffre e chi, sadico, prova piacere. L’emozione non sta nelle cose, ma nell’interpretazione. C’è la ginestra di Goethe nei suoi studi sulla metamorfosi, quella di Darwin, la ginestra di Leopardi, quella dell’erborista e quella degli scopai. C’è anche la più diffusa: la ginestra di chi è affetto da cecità botanica e non la vede affatto.

Se vediamo il mondo filtrato dal nostro percepire e pensare, la realtà “assoluta” ci è preclusa. Resta però una domanda: possiamo rendere questa mediazione più trasparente? Esistono modulazioni percettive e di pensiero che ci avvicinano, almeno un poco, a ciò che è? Non è questione secondaria. Il metodo scientifico tende a questa aderenza, ma sarebbe rigido vivere sempre da scienziati. In alternativa, esistono pratiche di attenzione – osservazione naturalistica, meditazione, arte – che raffinano lo sguardo, riducendo pregiudizi e proiezioni automatiche. È la capacità di stare sul fenomeno: distinguere forme, ritmi, differenze, relazioni.

Ma qui sorge un problema. Più si focalizza, più l’io entra in gioco. L’attenzione diventa un proiettore che illumina ciò che si aspetta di trovare. Senza decentratura, la percezione si riempie di sé. Serve allora un doppio movimento: attenzione e sottrazione. Precisione e sospensione. Lasciare cadere, per quanto possibile, aspettative, giudizi, narrazioni. Una precisione senza presa, una cura senza possesso. Jiddu Krishnamurti ha insistito radicalmente su questo punto: osservare senza l’osservatore, senza il centro psicologico che si appropria di ciò che vede. Qui sta il paradosso: mettere a fuoco togliendosi di mezzo. L’ossimoro della focalizzazione impersonale. Massima attenzione, minima interferenza. Non si apprende: accade. Non è una procedura ma uno stato dell'essere. In fondo, il corpo già sa il mondo.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Sabato, 25 Aprile 2026 17:20

Il fondamento che precede

La natura giunge a noi, animali che parlano, (sempre già) mediata e interpretata. Ma dentro questa natura vi è un livello per noi più prossimo e determinante: la biologia, cioè la natura vivente, la potenza che ci fa e ci sostiene. E questa potenza funziona indipendentemente dal nostro parlare, mediare e interpretare. La biologia ci precede e, facendoci esistere, rende possibili i nostri ideali, il nostro immaginare, i simboli, le arti, i sistemi di sapere e di potere, i corsi della storia.

Non è uno sfondo neutro: è la condizione stessa da cui tutto il resto emerge. Siamo da uno spermatozoo e un ovulo, esito di catene materiali e viventi: anche da una pesca mangiata da nostro padre e di una mela mangiata da nostra madre. Emergiamo da concatenazioni di potenza che passano da elemento a elemento, da corpo a corpo.

Che la biologia ci preceda e produca è un dato di fatto evidente, e insieme forse uno dei più dimenticati: spesso relegato a sottofondo, talvolta persino negato. Certo, biologia e cultura, pur intrecciandosi, operano su piani diversi. In quanto umani viviamo inevitabilmente entrambi i piani, ma questo non significa che si equivalgano. La cultura interpreta, organizza, trasforma; non istituisce le condizioni della vita. Non si è mai visto che la peristalsi intestinale dipenda dal linguaggio, che la sete sia una costruzione culturale, o che la morte sia un effetto del discorso.


Pubblicato in Filosofia di strada
Sabato, 18 Aprile 2026 18:19

La cosa e la sua immagine

Viviamo in una società che “preferisce l’immagine alla cosa”, “in un’immensa accumulazione di spettacoli”. La prima annotazione è di Feuerbach (1843), la seconda di Guy Debord (1967)[1]. Internet non esisteva ancora. La tentazione è pensare che sia un problema recente. In realtà, no. Siamo animali che da sempre preferiscono l’immagine alla cosa. La nostra esperienza del reale è, per struttura, mediata.

Basta pensare al linguaggio: i nomi non sono connaturati alle cose, sono convenzioni. Oppure ai sensi, limitati, e alla mente, che organizza e semplifica. Non abbiamo accesso a un “reale puro”: ne vediamo sempre una versione, costruita a partire da ciò che possiamo percepire e comprendere. E non solo. La nostra psiche non cerca semplicemente la realtà: cerca una realtà che funzioni per noi, che sia gestibile, che risponda al nostro desiderio. Da questo punto di vista, la copia spesso vince sull’originale: è più semplice, più controllabile, più vicina ai nostri schemi mentali. Succede spesso che un elemento naturale venga “assorbito” dal suo significato simbolico, fino quasi a sparire come cosa. Pensiamo alla colomba: un uccello concreto, con piume, ossa e battito d’ali, che però nella nostra cultura è diventato soprattutto il simbolo della pace. Non più un animale, ma un’idea. 

Detto questo, bisogna evitare un equivoco. Che tutto sia mediato non significa che tutto sia uguale. Esistono mediazioni più o meno vincolate dal reale. Pensiamo a Homo faber. Immaginiamo uno scalpellino che costruisce un arco in pietra: può interpretare, certo, ma fino a un certo punto. Se la sua “visione” si allontana troppo dalla realtà, l’arco crolla. Qui la mediazione è stretta, continuamente corretta dal mondo materiale. Non è escluso che il monastico ora et labora sia stato anche un modo per mantenere una mediazione più stretta con il reale. 

Non voglio cadere in ciò che i filosofi chiamano realismo ingenuo: l’idea — sbagliata — che basti “guardare direttamente” per cogliere le cose come sono. I filtri non si eliminano mai. Voglio però dire che non tutti i filtri funzionano allo stesso modo. Possiamo allora parlare di mediazione modulata: non esiste esperienza non mediata, ma esistono mediazioni più o meno vicine al reale, più o meno costrette a fare i conti con esso. Non accediamo mai al reale “in sé”, ma a qualche forma di realtà sì. Per “realtà” intendo qui la realtà materiale, cioè ciò che resiste alle nostre interpretazioni

Ma se viviamo da sempre in rappresentazioni, che cosa è cambiato oggi? Non è cambiato il fatto che interpretiamo il mondo, ma che le rappresentazioni tendono a sostituirsi all’esperienza. Le immagini non rappresentano più qualcosa: sempre più spesso rimandano ad altre immagini. Prima la rappresentazione nasceva dal rapporto con il mondo. Oggi, sempre più spesso, è il rapporto con il mondo a nascere dalle rappresentazioni. È qui che la “mediazione modulata” si sbilancia. Il reale non scompare, ma si allontana, perde presa. Lo scalpellino non può permetterselo: se sbaglia, l’arco crolla. Noi, molto spesso, sì. Ed è in questo spazio che si inserisce il “simulacro” di Jean Baudrillard: copie senza originale, segni che rimandano solo ad altri segni. Non è che prima fossimo nel reale e oggi nelle immagini. Siamo sempre stati nelle immagini. La differenza è un’altra: quanto le nostre immagini sono ancora costrette a fare i conti con il mondo. E forse la domanda giusta, oggi, non è “come tornare al reale”, ma: in quali ambiti della nostra vita il reale è ancora in grado di spiazzarci.

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1 Guy Debord “La Società Dello Spettacolo”. L’Autore è stato tra i fondatori dell'Internazionale Situazionista, che contestava il copyright in qualsiasi forma. Puoi dunque leggere l’intero saggio, ristampa del 1973, qui

Pubblicato in Filosofia di strada
Giovedì, 16 Aprile 2026 07:07

Apparteniamo alla natura

Non saprei dire esattamente quando questa percezione abbia preso forma, ma negli ultimi anni si è fatta sempre più chiara: pensando alle molte persone che ho conosciuto e che non sono più, non le avverto, a un certo livello, realmente diverse da quelle che sono ancora vive. Certo, con le une posso ancora incontrarmi, con le altre no. E tuttavia vi è un livello di osservazione in cui questa distinzione perde il suo carattere assoluto.

Una considerazione analoga può essere sviluppata riguardo alla nascita. Se si prova a individuare il momento preciso in cui possiamo dire “prima non ero, ora sono”, ci si accorge rapidamente della difficoltà — se non dell’impossibilità — di indicarlo. Ogni candidato appare arbitrario: la fecondazione, lo sviluppo embrionale, la comparsa di attività cerebrale, la nascita biologica o il primo respiro. In ciascun caso, ciò che troviamo non è un inizio assoluto, ma una fase all’interno di un processo continuo.
Ma vi è un’ulteriore via di indagine, più interna. Quando si indaga seriamente per individuare la nostra prima percezione di essere, emerge la strana sensazione che tale inizio non vi sia stato — non perché nulla sia accaduto, ma perché ogni accadere è già inscritto in una dimensione in cui l’esistere è già dato.

Apparteniamo alla natura, di cui gli enti che appaiono e scompaiono sono configurazioni di un funzionamento che li precede, li contiene e li eccede.


Pubblicato in Pensieri Improvvisi

Sempre più spesso filoni spirituali citano la fisica quantistica a sostegno delle proprie visioni. Di rimando, anche alcuni fisici o divulgatori si spingono a costruire ontologie e metafisiche a partire dalle teorie dei quanti, passando — talvolta senza dichiararlo — dalla fisica teorica a visioni complessive della realtà, compresa la dimensione spirituale, espressa a volte in toni confortanti, a volte in toni nichilistici.

In alcune interpretazioni ispirate alla fisica quantistica, il mondo non è più pensato come insieme di “cose”, ma come interconnessione o emergenza da strutture matematiche astratte. In questo intreccio tra fisica teorica e spiritualità vi sono possibili sinergie, ma anche disinvolti sincretismi che, a ruota libera e a tutto campo, producono nebulosità, forzature e fraintendimenti.

Il tanto diffuso attingere di certe spiritualità dalla fisica quantistica fa ipotizzare che, prima o poi, possano istituirsi forme di religiosità “quantistiche”, delle vere e proprie Chiese. Il risultato rischia di essere un curioso miscuglio che espone a un triplice pericolo: cattiva spiritualità, cattiva scienza, cattiva filosofia. Non esistono, almeno per ora, religioni istituzionalizzate fondate sulla quantistica; esiste però un sottobosco diffuso di pratiche e interpretazioni. Un esempio emblematico è la cosiddetta “guarigione quantistica”, sviluppatasi soprattutto negli Stati Uniti alla fine del Novecento: presenta l’essere umano come campo di energia e informazione e attribuisce alla coscienza un ruolo diretto nei processi fisici e biologici.

Il punto critico è che queste ibridazioni non sono semplicemente false. Contengono anche elementi parzialmente fondati, come l’unità mente-corpo o l’interconnessione della natura. Ma da qui si compiono spesso salti indebiti: dalla possibilità alla prova, dal modello alla realtà, dalla metafora al fatto. È proprio questa mescolanza di intuizioni valide e forzature concettuali accattivanti a renderle persuasive a uno sguardo superficiale. Un caso tipico, talvolta avanzato in ambito di “teologia quantistica”, è quello del cosiddetto “cervello cosmico”. Da una vaga somiglianza tra il funzionamento delle galassie e quello dei neuroni si conclude che il cosmo sia un enorme cervello. Come metafora narrativa può avere un valore simbolico; come ipotesi metafisica può essere discussa. Ma quando viene presentata come tesi scientifica diventa una forzatura: non vi sono evidenze che autorizzino a descrivere l’universo come un cervello.

Questo non significa che tali contaminazioni vadano semplicemente respinte. Le domande ultime — sul senso del cosmo, della vita, della coscienza — appartengono a quella zona di confine in cui scienza, filosofia e spiritualità inevitabilmente si incontrano e talvolta si mescolano. Ognuno, a livello personale, cerca risposte come può. Il punto non è giudicare queste ricerche, ma evitare le confusioni di piano. Distinguere non significa separare rigidamente, ma evitare equivoci e paciughi. Ogni ambito possiede infatti un proprio statuto epistemologico: occorre chiarire di che cosa stiamo parlando — se di descrizione scientifica, di interpretazione filosofica o di simbolo spirituale. Quando questa distinzione si perde, nascono equivoci. Quando invece viene mantenuta, anche gli intrecci più arditi possono diventare occasioni di riflessione. E, in fondo, solo l’arte è davvero autorizzata a confondere tutti i livelli senza fare danni.

Pubblicato in Filosofia di strada
Giovedì, 09 Aprile 2026 19:41

Sul marciapiede

“Per ogni cosa deve esserci una causa o ragione, sia del suo esistere sia del suo non esistere.” (Baruch Spinoza, Etica, Parte I, Proposizione 11, scolio e passaggi correlati).

 

Imperversa la metafora del “sognare” come desiderare, aspirare, progettare. Ai giovani, soprattutto, viene ripetuta come un imperativo — “sogna, ragazzo, sogna” —: tira dritto e, noncurante della situazione di fatto, insegui ciò che ti piacerebbe essere nel mondo che preferisci immaginare.

La concezione è così diffusa da apparire ovvia e universale; è invece circoscritta e recente. L’equivalenza tra sogno e desiderio prende forma quando l’interiorità diventa criterio e l’Io si pone al centro. Prima della fine del Settecento non struttura il lessico occidentale; altrove — in Oriente e nelle culture indigene — non diventa mai principio normativo.

Il problema non è solo che questo invito moltiplica la probabilità dell’urto con il reale; è che il fantasticare di “diventare altro” può oscurare una competenza elementare e decisiva: riconoscere dove si è, e se quel luogo — relazionale, simbolico, concreto — è abitabile. Il sogno, elevato a programma, introduce una distanza sistematica tra vita e aspettativa.

E tuttavia il reale non è soltanto attrito. Anche dentro contraddizioni, storture e difficoltà, vi sono baluginii che sfuggono a uno sguardo interamente proiettato altrove. La natura, in particolare, non viene meno: resta nella sua immanente evidenza. Un cielo che c’è, un fiore di Veronica persica tra le mattonelle del marciapiede. Guardarli richiede un’attenzione che il sognare a occhi aperti spesso sottrae. Forse, più che insegnare a inseguire sogni, avrebbe senso indicare un’altra direzione: riconoscere dove si è a casa. 

Pubblicato in Filosofia di strada
Lunedì, 06 Aprile 2026 16:48

Punto Alfa

Vi sono escatologie religiose migrate nel secolare. Siamo impregnati di imperativi che ci ingiungono di raggiungere un punto omega.

Ma potrebbe anche essere che “il compiuto” non sia l’esito del nostro fare, né dell’evoluzione naturale o cosmica, ma l’inizio che fa tutte le cose: un punto alfa immanente da cui tutto emerge come dev’essere.

Non è un invito all’inattività o alla rassegnazione, bensì una constatazione ontologica: l'accadere della natura ci precede, ci include e ci eccede, e il nostro agire vi si inscrive senza esserne l’origine.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Sabato, 04 Aprile 2026 16:49

Sabato santo

Oggi, dopo il lungo inverno, la rana grida — risorta senza meritarselo, senza desiderio di salvare alcuno.

Pubblicato in Frammenti Autobiografici

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