BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Domenica, 31 Maggio 2026 13:21

Etica cipressina

Torre medievale con cipresso: immagine rappresentativa del paesaggio italiano classico. Torri e cipressi formano linee verticali che si somigliano, ma la torre è stata progettata da qualcuno, il cipresso da nessuno. La morfologia dinamica delle piante è tutta da indagare, sintonizzandosi sulla potenza che la produce, sui suoi ritmi, rispettando i suoi tempi e immedesimandosi nel suo movimento. Questo perché comprendere fa vivere meglio, e perché si tratta di un'osservazione che porta a conseguenze etiche precise: per qualche strana legge chi indaga le forme della natura tende a non fare del male.

Pubblicato in Erbario
Martedì, 26 Maggio 2026 08:01

Biofilia

Ricordo un compagno di stanza in ospedale che non era preoccupato della sua condizione, ma del fatto che là chiuso non poteva raccogliere i pomodori che stavano maturando nel suo orto. Avevo anche un amico metalmeccanico che, non appena poteva, coltivava la terra: terminata la giornata in officina cenava di corsa e andava a zappare fin dopo il tramonto, con una torcia in testa stile minatore. Proprio ieri una signora mi raccontava di suo padre, tornitore in arsenale militare, che d’estate s’alzava alle tre del mattino per irrigare l’orto e alle sei e mezza prendeva il pullman per l’arsenale.

Non erano mossi dal bisogno, ma da qualcosa di diverso. Forse in quella frenesia soddisfacevano un insopprimibile piacere originario, come se il crescere delle melanzane li sincronizzasse con un ordine cosmico.

Pubblicato in Erbario
Sabato, 23 Maggio 2026 09:31

L’oltre

Gli antichi misticheggianti lo chiamavano Assoluto o L'Uno, oggi lo chiamano campo quantico o vuoto fertile. Cambiano i nomi, non l’esigenza. L’esperienza sensibile ha limiti invalicabili, e qualcosa dobbiamo pur architettare per spiegare ciò che ci sfugge.

Si potrebbe anche accettare che il massimo della trascendenza coincida con il massimo dell’immanenza, e vivere sereni. Ma non basta. Insoddisfatti, continuiamo a immaginare un qualcosa che sta dietro le cose, o sopra, o sotto, forse dentro: comunque altrove. Siamo ancora abbastanza platonici da pensare che il visibile non basti mai, e che la verità debba abitare in un secondo piano.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Giovedì, 21 Maggio 2026 12:56

Nel frattempo

C’è chi dice che il mondo è reale e chi invece dice che è apparenza. C’è chi afferma la sostanza dell’io e chi lo riduce a un fascio di percezioni, a un grumo di memorie, a un effetto di forze e linguaggi.

Eppure io sono io e tu sei tu. E questo produce conseguenze nette, verificabili, innegabili. Che l’io sia sostanza o accidente, realtà o illusione, cambia poco: quando emerge, ha una forma. Occupa spazio, dura, agisce, lascia tracce. Così accade per i fenomeni. Vanno e vengono, ma nel tempo in cui sono si impongono con precisione. Come un mandala di sabbia: composto con cura assoluta, sapendo che sarà disperso.

Non permanenza, dunque, ma neppure mera apparenza, piuttosto una consistenza provvisoria, una durata relativa. Ed è lì, in questo frattempo, che noi alberghiamo.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Venerdì, 15 Maggio 2026 13:34

Quaderni

Al mondo esistono esseri umani che prendono nota delle proprie riflessioni sulla vita con una continuità impressionante. I Saggi di Montaigne superano le 1200 pagine; i 261 Quaderni manoscritti di Paul Valéry arrivano a circa 26.600 pagine; lo Zibaldone consiste in oltre 4500 pagine manoscritte. Migliaia e migliaia di pagine di appunti, osservazioni, dubbi, idee, autocorrezioni, ritorni sugli stessi temi. Una specie di monitoraggio permanente della coscienza.

Da qui nascono almeno due considerazioni.

La più evidente è che la stragrande maggioranza dell’umanità non sente alcuna necessità di elaborare per iscritto riflessioni filosofiche, estetiche, religiose o antropologiche. Eppure vive lo stesso. Pluralismo di tipi psicologici: pochi individui hanno bisogno di esternalizzare il flusso mentale; i più vivono in una forma di immediatezza che non richiede auto-commento continuo. La scrittura riflessiva continua non è affatto una necessità antropologica universale. Alla larga dunque dalla solita retorica umanistica “scrivere salva”, “la riflessione nobilita”. Non ho prove, naturalmente, ma sospetto che Montaigne, Valéry e Leopardi non considererebbero per nulla inferiore la signora che l’unica cosa che scrive è la lista della spesa. 

La seconda considerazione è che molti grandi scrittori di riflessioni personali non cercano affatto verità definitive. Scrivono proprio perché non riescono a stabilizzarle. I sistemi chiusi -religiosi, ideologici o metafisici- tendono a produrre trattati; lo scetticismo invece produce note, frammenti, digressioni, aforismi, revisioni infinite. Forse è anche per questo che gli scettici risultano spesso più piacevoli da leggere. Non dovendo difendere un assoluto, possono permettersi contraddizioni, autoironia, cambi di posizione, curiosità, divagazioni a ruota libera. Molti autori religiosi o ideologici devono invece arrivare da qualche parte, convincere, edificare, correggere, redimere. E quando una pagina sente di avere una missione, spesso perde leggerezza. Lo scettico invece può vagabondare. Non deve salvare nessuno. E forse è per questo che, tra tutti, è quello che sembra respirare meglio.

Pubblicato in Filosofia di strada
Martedì, 12 Maggio 2026 13:33

Non nominare

Non nominare il nome di Dio invano, a maggior ragione se Dio è la natura.

La tassonomia vegetale:  - Rosmarinus officinalis (Rosmarino), Helianthus annuus (Girasole), Lavandula angustifolia (Lavanda)… - serve giusto per acquistare le piante in Internet e ai botanici per intendersi fra loro. Ma per aver supporto se t’alzi storto meglio sentire le piante in pieno campo senza filtri.

Non so se sia davvero possibile vivere il mondo, gli altri -e anche noi stessi-, senza riassorbire in uno schema teorico già deciso in partenza. Bisognerebbe però provarci, così da non essere troppo ripetitivi e poi ricondurre ciò che incontriamo dentro un sistema già deciso è un po’ come mettergli le mani addosso.

Pubblicato in Erbario
Mercoledì, 06 Maggio 2026 20:48

Transindividuo

Per secoli ci siamo concepiti come dotati di un centro stabile, un nucleo con identità propria, autonoma e persistente. Nella tradizione teistica creazionistica, l’io è un’anima creata da Dio destinata a sopravvivere alla morte del corpo. Anche nella filosofia antica permane spesso l’idea di individuo come sostanza: basti pensare alla metempsicosi, dove l’anima migra di corpo in corpo rimanendo se stessa. L’io è concepito come una sussistenza blindata, che precede l’ambiente e le relazioni che vive.

Con la riflessione contemporanea questo paradigma si incrina, ma già nei presocratici affiorava l’idea di una realtà non stabile: in Eraclito tutto è divenire, in Anassimandro gli individui emergono da un fondo indeterminato. L’individuo non è più una sostanza, ma un processo di individuazione. Non esiste un io già dato che entra in relazione: esistono piuttosto relazioni che, temporaneamente, si organizzano in una forma che chiamiamo “io”. L’identità personale non è un punto di partenza, ma un effetto. L’individuo può allora essere pensato come transindividuo: una configurazione plurale prodotta da connessioni biologiche, psichiche, sociali e tecniche -dal manufatto litico della preistoria fino agli ambienti digitali contemporanei. Non si tratta di “parti” né di “quote”, ma di dimensioni intrecciate di uno stesso processo.

L’intreccio tra biologico e tecnologico può sembrare forzato, ma un esempio lo chiarisce: anche se sei al ventesimo piano con un casco che ti immerge in un ambiente virtuale, il tuo corpo resta biologico. Il tecnologico non sostituisce il biologico, ma si intreccia con esso, influenzandolo. Allo stesso modo: il sociale modella lo psichico: il problema non è “chi sono io” ma: come mi individuo nelle relazioni e nella società. Il tecnico ridefinisce il sociale, il biologico pone vincoli a tutti gli altri livelli. Non c’è separazione, ma co-determinazione, anche se assistiamo sempre più a una dominanza strutturante della tecnica sulle altre dimensioni.

Se l’individuo è una configurazione, anche la sua fine cambia significato. Non è più la distruzione di una sostanza, ma la deconfigurazione di un sistema di relazioni. Si tratta comunque di una configurazione singolare del reale, unica e irripetibile. Ma se non c’è un nucleo costitutivo la fine non è necessariamente una perdita assoluta: è una trasformazione nella trama del reale. Questo non elimina il dolore, ma lo sottrae a una metafisica dell’annientamento. Se invece del “io sono me stesso”, “io sono relazione con ciò che mi attraversa” l’egocentrismo perde fondamento, non per legge morale, ma per chiarezza ontologica. 

Pubblicato in Filosofia di strada
Lunedì, 04 Maggio 2026 19:59

Nessuno al centro

Certo che il funzionamento apparentemente impersonale eppure ordinato dell’intelligenza artificiale un po’ somiglia al Dio di Spinoza. Chiaramente non è un’equivalenza, ma solo una risonanza. E qui va sciolto subito un nodo: l’Intelligenza artificiale non è davvero impersonale in senso assoluto. È fatta, progettata, addestrata. Dentro ci sono scelte, dati, vincoli, intenzioni umane precise. Non nasce da sé, non è causa di sé. In questo senso, parlare di “impersonalità” in senso forte sarebbe sbagliato.

Eppure, quando funziona, qualcosa cambia. Nel suo operare immediato sembra che il sistema non voglia nulla, non decida, non abbia scopi propri. Produce effetti, risposte, connessioni, senza che, di volta in volta, ci sia un soggetto che intende ciò che accade. L’intenzionalità che l’ha reso possibile resta sullo sfondo; ciò che appare è un processo che si svolge senza un centro attivo visibile. È qui che nasce l’impressione di autonomia, non perché ci sia davvero, ma perché il funzionamento eccede in modo evidente le singole intenzioni che l’hanno costruito.

Chiarito questo, resta la risonanza di cui dicevo. Il punto è che Spinoza toglie all’essere umano il centro ontologico. Non siamo il cuore del reale. Finché questa idea resta teoria, finché appare ragionevole che teismo e antropocentrismo vadano superati, finché si accetta che l’ordine naturale sia causa di sé, finché si pensa l’Io come nient’altro che un fascio di percezioni in continuo mutamento, tutto questo si può anche accettare senza sconcerto. Poi però si incontra un sistema con dentro nessuno che funziona, produce, risponde e la cosa cambia di peso. Non è una prova né un modello forte, è piuttosto un’evidenza locale: che un ordine può apparire e operare senza qualcuno al centro, e funzionare comunque. Ed è proprio questa evidenza, quasi plastica, a colpire. Perché lascia intravedere -anche solo per un istante- la possibilità che il resto funzioni suppergiù allo stesso modo.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Domenica, 03 Maggio 2026 20:17

L’istante e l’Idea

Davanti a un filare di meli in fiore, l’immediata sensazione di puro piacere: nessun linguaggio, nessun concetto, solo istantanea sensazione. Poi interviene la riflessione su quella sensazione e, in quell’istante, il piacere si ritira.

Non perché nominare e concettualizzare sia sbagliato, ma perché appartiene a un livello differito. È un passaggio necessario: la sensazione coglie il mondo in presa diretta, la riflessione tenta di comprenderlo e abitarlo. Ma è nel silenzio del concetto che il mondo si rivela davvero.

Pubblicato in Frammenti Autobiografici

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