BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Lunedì, 29 Giugno 2026 10:44

Il Principio

Ditemi. Com’è cominciato tutto?

Genesi: “Dio disse: ‘Sia la luce’. E la luce fu.” Spiegazione semplice e chiara. L’origine è una scena: qualcuno parla e il mondo accade.

Tao Te Ching: “Il Tao senza nome è l’origine del cielo e della terra; il Tao con nome è la madre delle diecimila cose.” Spiegazione più complicata, l’origine non è un atto e non è una voce. Non è un soggetto che decide, ma un vuoto indifferenziato da cui emergono le forme.

Per Spinoza la causa prima è auto-causata: “Per causa di sé intendo ciò la cui essenza implica l’esistenza, ossia ciò la cui natura non può essere concepita se non come esistente.” Difficile seguirlo. “Causa di sé” non indica un evento né una produzione, ma un funzionamento necessario.

La Bibbia racconta, il Tao allude, Spinoza definisce, ma alla fine è la risposta biblica quella più performante: la descrizione più inverosimile risulta la più convincente perché immediatamente abitabile.

Nel mondo degli uomini vige una strana legge, quanto più un linguaggio si avvicina alla struttura reale delle cose, tanto più perde presa; quanto più è antropocentrico, tanto più viene accolto come vero.

Pubblicato in Filosofia di strada
Giovedì, 25 Giugno 2026 17:18

Portolani metafisici

Penso l’Essere, ma vedo soltanto le cose che sono: non l’Essere stesso. Concepisco una Sostanza infinita e incondizionata, causa di sé, ma faccio solo esperienza di cose finite prodotte da altre cose; non incontro la Sostanza: incontro le sue manifestazioni.

Immanenza e trascendenza appaiono opposte, ma in fondo nascono dalla stessa esigenza: pensare ciò che sta prima, dentro, oltre, quello che appare.

Essere, Lassù, Sostanza, Dio, nomi diversi dati allo stesso gesto umano: dispositivi concettuali, metafore rigorose per rispondere alla mente che balza verso una dimensione non accessibile, ma che vede necessaria.

Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Pubblicato in Filosofia di strada
Sabato, 20 Giugno 2026 19:36

Animali tragici

Non s’è mai visto un acero o un dromedario rimuginare sul passato. Per essi ciò che accade semplicemente accade. Nell’ordine della natura non vi è errore.

Noi invece, oltre all’ordine della natura, ne costruiamo un altro: quello dell’altrimenti possibile, del giusto e dell’ingiusto. Così, quando per necessaria concatenazione delle cause nascono due bambini nello stesso istante, uno nel Principato di Monaco in una famiglia ricca e protetta, l’altro in Nigeria in una famiglia poverissima, affetto da una grave malattia genetica, non riusciamo semplicemente a dire: “va bene così”. Per la natura non c’è differenza. Per noi c’è. Ed è qui che nasce la frattura.

Siamo animali tragici. Non possiamo eliminare la tensione tra necessità e libertà, tra natura e storia, tra ciò che accade e ciò che (secondo noi) dovrebbe accadere. Possiamo soltanto abitarla con lucidità. Forse la pace non nasce dal cancellare una delle due verità, ma dal riuscire a sostenerle entrambe: nulla poteva essere diverso da ciò che è stato, e tuttavia qualcosa in noi continua a dire che avrebbe potuto esserlo. È questa contraddizione che ci rende umani.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Martedì, 16 Giugno 2026 20:46

Il mito della coscienza al vertice

La coscienza è tornata al centro del dibattito scientifico e filosofico. Il cosiddetto “problema difficile della coscienza” -come e perché una realtà fisica produca un’esperienza soggettiva- rimane tuttora irrisolto. Alcune correnti filosofiche, come il panpsichismo, hanno persino ipotizzato che la coscienza non emerga dalla materia in un momento preciso dell’evoluzione, ma che una forma elementare di esperienza sia una proprietà fondamentale della realtà.

Certo, la consapevolezza di sé e del mondo è un evento cruciale, ma lo è per noi, non necessariamente per la natura. La visione antropocentrica costruisce infatti una gerarchia del reale a propria immagine: alla base colloca la materia inorganica; appena sopra gli organismi unicellulari; più in alto gli animali dotati di sistemi nervosi via via più complessi; fino ad arrivare, in cima, ai Sapiens, ritenuti il punto in cui, all’apice dell’evoluzione, la natura prende consapevolezza di sé.

Ma chi stabilisce questo primato della coscienza? La natura stessa o un nostro parametro arbitrario? Può essere benissimo che la coscienza non stia al vertice della natura, ma sia soltanto una delle sue infinite espressioni, accanto ad altre a noi totalmente inaccessibili. Il Dio di Spinoza non sa di essere.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Giovedì, 11 Giugno 2026 17:12

Primo comandamento

La vocazione naturale di ogni individuo, che sia umano, animale, pianta o insetto, è esserci e perdurare. Prima di ogni progetto, prima di ogni scelta, prima d’ogni “cosa” da realizzare, c’è questo fatto elementare: la vita tende a conservarsi. Il primo comandamento della natura sembra essere: vivi. Il “cosa” vivere viene dopo.

Eppure per noi esseri umani il semplice esserci non è una condizione facilmente abitabile. Il puro “sono” è raro e sconosciuto, forse lo sperimentano, in giornata buona, i santi d’Oriente nella meditazione profonda. E quando affiora, non porta solo quiete: porta anche una piccola vertigine. Si allentano, anche solo per un attimo, le strutture che normalmente ci reggono: compiti, ruoli, obiettivi, narrazioni su di noi.

Noi non ci limitiamo a essere. Noi “esistiamo per”. Per qualcosa, per qualcuno, per un compito, per una direzione. Nel fare sappiamo chi siamo. Abbiamo coordinate. Siamo situati dentro un sistema di senso. Nel semplice essere, invece, cosa rimane? L’Essere di Parmenide - unico, immobile, perfetto, indipendente dal mutamento- è una delle grandi costruzioni della filosofia. Ma la vita concreta sembra dire altro: ciò che vive cresce, cambia, si espande, si adatta. Un essere senza divenire forse non potrebbe sussistere. Il fare, allora, non è necessariamente un tradimento dell’essere: può esserne una forma.

Pubblicato in Filosofia di strada
Domenica, 07 Giugno 2026 08:26

Quiete post-egoica



Al risveglio dall’intervento provavo una sensazione confortante: se fossi morto sotto anestesia non sarebbe successo nulla. Essere vivi o morti appariva praticamente lo stesso.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Venerdì, 05 Giugno 2026 13:18

Il gap

Nel supermercato un bambino frignava di brutto.
 Motivo? Lo stesso di tutti: il mondo non corrispondeva ai suoi schemi. In fondo molti problemi dei Sapiens sono riconducibili al gap tra “come le cose sono” e “come vorremmo che fossero”.

Da sempre abbiamo architettato strategie per gestire questo scarto: trasformare il mondo, accettarlo, oppure cercare di distinguere ciò che possiamo cambiare da ciò che ci eccede. Ma il problema permane.
I bambini nascono e frignano.

Forse il peccato originale esiste davvero: per una qualche frizione cosmica gli esseri umani stentano a coincidere pienamente con il presente.

Pubblicato in Frammenti Autobiografici

Per oltre quarant’anni ho lavorato come erborista preparatore, Parallelamente ho costruito in Puglia un orto botanico dedicato soprattutto alle specie mediterranee. Ogni giorno lavoro nell’orto oppure semplicemente passeggio tra le piante. E quasi ogni giorno accade qualcosa che ancora oggi faccio fatica a spiegare.

Il corpo si distende come se riconoscesse un ambiente originario, poi arriva una sensazione precisa: un piacere profondo, fisico e mentale insieme, una sorta di appartenenza a un funzionamento più grande, armonioso, potente, eterno. Per anni ho cercato il termine giusto. Non è semplice felicità. Non è pace. Non è neppure contemplazione estetica nel senso del romanticismo naturalistico. La parola che più si avvicina è forse “erotica”. Una forma di intensa partecipazione sensoriale alla vita. Una corrente di piacere diffuso. Come se il confine tra il corpo e il mondo diventasse meno rigido. Non ci si sente più davanti alla natura. Ci si sente dentro.

Nel tempo ho monitorato i visitatori del giardino per capire se anche loro provassero questa esperienza erotica. Alcuni restano frigidi. Le piante per loro sono sfondo, arredamento biologico. Sono affetti da una specie di cecità botanica. Altri reagiscono con una smania tassonomica: “Come si chiama questa? E quest’altra?”. Catalogano, classificano, nominano. È forse un modo per tenere l’esperienza a distanza di sicurezza. Poi esiste un terzo tipo di persone. Quelle che a un certo punto si fermano in silenzio. Cambia il loro volto. Restano più a lungo del necessario davanti a una pianta. Non sanno spiegare cosa stanno provando, ma io lo riconosco immediatamente: sono entrati nell’incantesimo del vivente.

Che il rapporto con il mondo vegetale abbia effetti profondi sul benessere psicofisico non è soltanto una fantasia poetica. Recentemente il King’s College Hospital di Londra ha inaugurato la prima terapia intensiva su terrazza, con un giardino terapeutico integrato. L’idea è semplice e rivoluzionaria insieme: piante, luce naturale e spazi aperti aiutano i pazienti a ridurre stress, isolamento e sofferenza, migliorando i tempi di recupero.

Forse il mondo vegetale agisce sul sistema nervoso molto più profondamente di quanto immaginiamo. Forse conserviamo ancora una memoria biologica della nostra appartenenza alla natura. Oppure le piante fanno crollare, almeno per qualche minuto, l’illusione moderna di essere creature separate dal resto della vita. Qualunque sia la spiegazione, una cosa mi sembra certa: quella sensazione è reale, condivisa e antichissima. Forse ci mancano soltanto le parole per dirla: sensualità vegetale, estasi biologica, oppure, più semplicemente, l’esperienza erotica dell’appartenenza al vivente.

Pubblicato in Erbario
Mercoledì, 03 Giugno 2026 19:57

Alla ricerca di se stesso non trovò nessuno

È verosimile che siamo il risultato di processi: prodotti di relazioni e interazioni di potenza, reti causali che, nel tempo, ci portano a essere ciò che siamo. Non sostanze autosufficienti, ma configurazioni temporanee dell’immenso funzionamento della natura. In questa prospettiva, il sentirsi qualcuno è reale come esperienza, non come sostanza.

Eppure quasi tutti avvertiamo di essere costituiti da un nucleo stabile, da una essenza individuale che sembra precederci e attraversarci lungo tutta la vita, quasi appartenesse a una dimensione trans-biografica. Da qui nasce l’idea che il senso dell’esistere consista nel diventare ciò che, in fondo, siamo sempre stati. Ma forse questo “io” profondo, questo privilegio metafisico che sembra emergere dal funzionamento naturale, non è altro che un effetto dell’immaginazione e della memoria: una costruzione necessaria, psicologicamente utile, ma metafisicamente dubbia. Se è così, allora espressioni come “essere se stessi”, “ritrovare se stessi” o “essere fedeli a se stessi” cambiano completamente significato. Perché non esiste un “me stesso” che mi precede e attenda di essere realizzato.

Esiste piuttosto un processo continuo di individuazione: siamo forme in divenire, non essenze da compiere. E tuttavia gli esseri umani non possono vivere soltanto in termini di metafisica geometrica. Viviamo inevitabilmente anche dentro il simbolico, il narrativo, il poetico, perché siamo animali che organizzano l’esperienza come racconto. Forse una vita completamente anti-narrativa sarebbe più corretta filosoficamente, ma invivibile.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi

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