Viviamo in una società che “preferisce l’immagine alla cosa”, “in un’immensa accumulazione di spettacoli”. La prima annotazione è di Feuerbach (1843), la seconda di Guy Debord (1967)[1]. Internet non esisteva ancora. La tentazione è pensare che sia un problema recente. In realtà, no. Siamo animali che da sempre preferiscono l’immagine alla cosa. La nostra esperienza del reale è, per struttura, mediata.
Basta pensare al linguaggio: i nomi non sono connaturati alle cose, sono convenzioni. Oppure ai sensi, limitati, e alla mente, che organizza e semplifica. Non abbiamo accesso a un “reale puro”: ne vediamo sempre una versione, costruita a partire da ciò che possiamo percepire e comprendere. E non solo. La nostra psiche non cerca semplicemente la realtà: cerca una realtà che funzioni per noi, che sia gestibile, che risponda al nostro desiderio. Da questo punto di vista, la copia spesso vince sull’originale: è più semplice, più controllabile, più vicina ai nostri schemi mentali. Succede spesso che un elemento naturale venga “assorbito” dal suo significato simbolico, fino quasi a sparire come cosa. Pensiamo alla colomba: un uccello concreto, con piume, ossa e battito d’ali, che però nella nostra cultura è diventato soprattutto il simbolo della pace. Non più un animale, ma un’idea.
Detto questo, bisogna evitare un equivoco. Che tutto sia mediato non significa che tutto sia uguale. Esistono mediazioni più o meno vincolate dal reale. Pensiamo a Homo faber. Immaginiamo uno scalpellino che costruisce un arco in pietra: può interpretare, certo, ma fino a un certo punto. Se la sua “visione” si allontana troppo dalla realtà, l’arco crolla. Qui la mediazione è stretta, continuamente corretta dal mondo materiale. Non è escluso che il monastico ora et labora sia stato anche un modo per mantenere una mediazione più stretta con il reale.
Non voglio cadere in ciò che i filosofi chiamano realismo ingenuo: l’idea — sbagliata — che basti “guardare direttamente” per cogliere le cose come sono. I filtri non si eliminano mai. Voglio però dire che non tutti i filtri funzionano allo stesso modo. Possiamo allora parlare di mediazione modulata: non esiste esperienza non mediata, ma esistono mediazioni più o meno vicine al reale, più o meno costrette a fare i conti con esso. Non accediamo mai al reale “in sé”, ma a qualche forma di realtà sì. Per “realtà” intendo qui la realtà materiale, cioè ciò che resiste alle nostre interpretazioni
Ma se viviamo da sempre in rappresentazioni, che cosa è cambiato oggi? Non è cambiato il fatto che interpretiamo il mondo, ma che le rappresentazioni tendono a sostituirsi all’esperienza. Le immagini non rappresentano più qualcosa: sempre più spesso rimandano ad altre immagini. Prima la rappresentazione nasceva dal rapporto con il mondo. Oggi, sempre più spesso, è il rapporto con il mondo a nascere dalle rappresentazioni. È qui che la “mediazione modulata” si sbilancia. Il reale non scompare, ma si allontana, perde presa. Lo scalpellino non può permetterselo: se sbaglia, l’arco crolla. Noi, molto spesso, sì. Ed è in questo spazio che si inserisce il “simulacro” di Jean Baudrillard: copie senza originale, segni che rimandano solo ad altri segni. Non è che prima fossimo nel reale e oggi nelle immagini. Siamo sempre stati nelle immagini. La differenza è un’altra: quanto le nostre immagini sono ancora costrette a fare i conti con il mondo. E forse la domanda giusta, oggi, non è “come tornare al reale”, ma: in quali ambiti della nostra vita il reale è ancora in grado di spiazzarci.
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1 Guy Debord “La Società Dello Spettacolo”. L’Autore è stato tra i fondatori dell'Internazionale Situazionista, che contestava il copyright in qualsiasi forma. Puoi dunque leggere l’intero saggio, ristampa del 1973, qui.