BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Bruno Vergani

Bruno Vergani

Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.

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Venerdì, 05 Ottobre 2012 10:49

La bella vita?

Un ladro che tutti i giorni ruba molti più polli di quelli che gliene possono stare nello stomaco assomiglia ad un asceta perverso. A differenza del “sano” edonista che se la gode fruendo dei beni dei quali si è impossessato, lui obbedisce ossessivo a un sentimento irrazionale, insaziabile, astratto, misterioso, immenso.

Insieme all’attenzione della magistratura forse meriterebbe anche quella della psicoanalisi.

Mercoledì, 03 Ottobre 2012 19:13

Sufi

Mercoledì, 03 Ottobre 2012 19:12

"Entronauta" primo tempo

Mercoledì, 03 Ottobre 2012 19:09

"Entronauta" secondo tempo

Martedì, 02 Ottobre 2012 17:25

Edifici di Culto

Puglia. Chiesa, esterno.

 


Puglia. Resort 5 stelle, interno.

Giovedì, 27 Settembre 2012 14:56

Narra una favola che...

un giudice perfido, a seguito dell’inaspettata gravidanza di una tredicenne, ordina ad un ginecologo che le estirpi dalle viscere il figlio e lo butti via, così da evitare che i giovani genitori dell’adolescente abbiano a rinunciare alla vacanza programmata alle Maldive, oltre alla scocciatura di essere chiamati nonni dagli amici con i quali se la spassano.

A ordinanza eseguita l’adolescente impazzisce.

La favola scritta su «Libero» da Renato Farina col  pseudonimo ‘Dreyfus’ termina con la sentenza morale:

genitori, giudice e ginecologo così cattivi da meritare la morte.

Ognuno ha l'immaginario che si merita e la libertà di raccontarlo, senza però scordarsi che ogni metafisica ha la sua ontologia: c’è quella per le favole e quella per la cronaca, due regni distinti. Meglio non confonderli perché nel farlo ci perdono le favole e la cronaca,  gli autori e i lettori,  i direttori responsabili e tutti quanti.

Lunedì, 24 Settembre 2012 17:28

Quello strano strano quid

Il webmaster che implementa un E-commerce di scarpe è un po’ filosofo: dà nome alle cose e le rappresenta attraverso immagini, analizza il rapporto tra segno e significato, ordina i nomi in vocabolari per sistematizzarli in categorie che organizza in gerarchie correlate. Professionista informatico e - a modo suo - anche filosofo del linguaggio e un po' ontologo.

Il webmaster, oltre all’E-commerce di scarpe, potrebbe anche implementare un sistema capace di mappare tutta la storia della filosofia, in grado di analizzare, relazionare e comparare le differenti filosofie, rendicontando l’evoluzione storica di ogni branca, i punti di contatto, le sovrapposizioni, complementarità e sinergie, opposizioni. Opera ciclopica sistematizzare le idee e teorie dello scibile filosofico, forse più complessa della mappatura del Progetto Genoma Umano comunque, con qualche ora di straordinario, praticabile.

Al webmaster risulterebbe agevole, al pari delle scarpe, mappare dottrine e catechismi, in difficoltà nel censire e sviluppare pensatori eclettici, ma inserendo sillogismi congrui potrebbe anche farcela. Già che c’è potrebbe elaborare algoritmi in grado di svelarci eventuali autocritiche, revisioni e sviluppi della filosofia di Kant, simulando il protrarsi dell’esistenza del filosofo oltre i cento anni dalla sua data di morte. Perché il sito sia perfetto bisognerebbe chiedere al webmaster di sbattere dentro alla biografia di ogni filosofo un bell’algoritmo del pensiero di Freud, giusto per conoscere se, quanto e come, l’infanzia di Schopenhauer abbia contribuito alla elaborazione della sua filosofia.

Invece non si può ed è meglio così.

Tutta colpa di quel quid strano, audace, unico, originale, libero, sempre inedito anche se noto, detto pensiero.

Sabato, 22 Settembre 2012 16:50

Taci e impara

All’inizio dell’anno accademico il docente d’antropologia filosofica aveva illustrato il programma alle matricole:

«Non sono qui a filosofeggiare sull’uomo, ma per procedere ad un’ampia ricognizione della storia della filosofia in relazione allo sviluppo delle scienze sociali…»

Tutto chiaro e lo studente obbedisce diligente:

1 non pensa;

2 legge il testo di riferimento;

3 ripete a memoria quanto legge;

i tre passi del filosofo perfetto.

Arriva il giorno d’esame e il professore gli chiede a freddo:

«Cos’è un’idea?»

Lo studente si confonde, spiazzato avverte un senso di vuoto e non risponde. Il giorno dopo medita sulla personale défaillance e comprende che la risposta giusta sarebbe stata replicare:

«Professore, intende idea per il pensiero di Platone, Parmenide, Aristotele o per i contemporanei?»

Lì, il bravo ragazzo, avrebbe dato risposta tempestiva e congrua, invece la domanda del professore lo aveva portato a cercare in presa diretta l’“Ente Idea”, proprio come fanno i filosofi. Attrezzato di nozioni ma sfornito di strumenti e pensiero per inoltrarsi in quei territori complessi e insidiosi e, ancor di più, non sentendosi autorizzato a dire la sua in quanto severamente vietato dal mondo accademico, si era impaludato nel regno dell’indicibile.

Siccome è tutto vero, urge analizzare le seguenti ipotesi per individuare e risolvere il problema.

A. Il docente in oggetto è un sadico perverso;

B. Lo studente in oggetto è un idiota;

C. Forse c'è qualcosa che non va nelle università italiane.

Martedì, 18 Settembre 2012 13:28

«Ortodossia» Gilbert K. Chesterton

 «Devi leggere Chesterton! Devi assolutamente leggerlo!» Da tempo mi consigliavano da più parti, o meglio più persone della stessa parte, quella cattolica un po’ integralista caratterizzata dall’urgenza di convertire ed educare chicchessia. Non avevano tutti i torti, Chesterton non l’avevo mai letto, per essere preciso mi ero imbattuto in qualche aforisma dello scrittore inglese, ricordavo anche il protagonista di alcuni suoi racconti, padre Brown detective e sacerdote cattolico interpretato da Renato Rascel in una miniserie televisiva di quand’ero ragazzo. Storia che insieme a «Belfagor il fantasma del Louvre» si è un po’ incistata nell’immaginario collettivo dei cinquantenni italiani.

«E dài leggi Chesterton! E dài leggilo!» Mi avevano anche gentilmente inviato a gratis “Ortodossia”, un libro di Chesterton importante, una sorta di autobiografia filosofica. «E dài leggilo!» Di qua; «E dài leggilo!» Di là… Il libro era lì nel quarto scaffale della libreria e l’ho letto. Perché no? In fondo ero anche curioso di incontrare il pensiero di un autore oggi super citato, recensito e rieditato alla grande (l’Opera omnia conta decine di testi e centinaia di articoli).

La recensione a “Ortodossia” non la faccio, ce ne sono di numerose e ben scritte, dico alcune impressioni personali. Lo stile di Chesterton è simpatico, diretto, aforistico. Nel merito scrive disinibito, butta lì a ruota libera. A pagina 43 [edizione Società Chestertoniana Italiana 2008] racconta di monelli di strada, poi inaspettata una sentenza su Nietzsche:

«Il rammollimento cerebrale che da ultimo lo colpì non è stato un incidente fisico. Se Nietzsche non finiva nell’imbecillità sarebbe finita nell’imbecillità la sua dottrina.»

Roba da commento a tarda notte su Facebook di liceale ubriaco, meritevole di interruzione di lettura dell’intero libro, tuttavia ho proseguito considerando - da lì in poi - l’Autore giornalista e non filosofo. Da Nietzsche il massacro sistematico si espande, in un mix altezzoso e paranoico, a mezza storia della filosofia e alle religioni non cristiane. La mancanza di profondità, lo sparare a zero motivando confusamente, oggi diffuso, si aggrava collocando l’Autore nel periodo storico nel quale operava. Chesterton mica aveva i bravi Cacciari e Ilvo Diamanti come interlocutori. A Chesterton (1874-1936) giravano intorno: Freud (1856-1938); Marx (1818 -1883); Kafka (1883 –1924); Proust (1871-1922); Nietzsche (1844-1909). Mi fermo.

“Ortodossia” affronta i temi del vivere e del morire, del pensare, del soffrire, del male, della salute mentale, dell’Uomo e di Dio. Temi cruciali. Qualche aforisma e numerosi passaggi sono degni di citazione e approfondimento, complesso valutare se per coincidenza statistica (sparando molto e a capocchia qualcosa si becca) o per pensiero consapevole. Più si procede nella lettura e più sale la sensazione precisa che qualcosa non va, non per la difesa ad oltranza dell’ortodossia del cristianesimo istituzionale, ma per come Chesterton ci arrivi e la motivi. Nell’introduzione scrive la metafora del suo percorso di uomo immaginando un navigatore inglese che crede di sbarcare in terra lontana e barbara, senza accorgersi d’essere approdato in Inghilterra. Dopo un lungo e faticoso percorso di pensiero e ricerca la verità era già lì. L’Autore spiega:

«… la mia filosofia non l’ho creata io, l’hanno fatta Dio e l’umanità; è questa filosofia che ha fatto me.»

Valuta l’atto di pensiero del singolo irrilevante, patologico, dannoso, invece salvifico l’abbandonarsi quieti alla tradizione religiosa cristiana, meglio se bucolica, rurale, preindustriale, lì sull’isola (l’Inghilterra è un’isola) circoscritta e immacolata ben separata dal continente abitato da tutti gli altri, umanoidi un po’ sciocchini e sicuramente pericolosi. A pag. 86 precisa che manco l’isola separata dal mondo gli va bene:

« Il filosofo moderno mi aveva detto e ridetto che io ero nel posto giusto; tuttavia io mi sentivo lo stesso depresso pur nell’acquiescenza. E dopo aver appreso che ero nel posto sbagliato, la mia anima ha cantato di gioia come un uccello a primavera. La scoperta ha rivelato e illuminato stanze dimenticate nell’oscura casa dell’infanzia. Ora sapevo perché l’erba mi fosse sempre sembrata strana come la barba verde di un gigante, e perché avessi provato la nostalgia di casa a casa mia.»

Intolleranza, superficialità e contraddizioni dell’Autore sono compensate nel metodo da uno stile vivo, a modo suo onesto, in presa diretta. Nel merito dal coraggio di affrontare di petto gli argomenti cruciali dell’essere Uomo. Divertente, suo malgrado, quando si attarda nell’offrire indicazioni per ottenere perfetta salute mentale proponendoci di farci cullare dalla tradizione eterna dell’istituzione cristiana nell’attesa del Paradiso. Proposta quietistica e infantilizzante, mista al bizzarro nichilismo di voler essere angelo invece che uomo. Eppure per l’Autore chi non lo fa è già pazzo o sicuramente lo diventerà. Da leggere.

Sabato, 08 Settembre 2012 14:01

“Fetish”

Rimsha Masih la ragazzina pakistana accusata di blasfemia, per il sospetto di aver bruciato pagine di un libro sacro islamico è stata rilasciata su cauzione. La denuncia contro di lei era stata prefabbricata ma il sacro libro, Rimsha, non lo aveva manco guardato, manco toccato e neppure bruciato. Le perplessità sulla vicenda permangono anche dopo la scarcerazione: Rimsha è stata dichiarata innocente per non aver commesso il fatto, non perché il fatto non costituisse reato. Feticismo evidente, assoluto, inequivocabile: “Dio è grande” e un libro che dice la Sua Parola diventa anch’esso grande come Lui, anche se è un pezzo di carta. Tutto sommato Iddio anche se grande manco si vede, il libro in vece si. "In vece di..." E' forse la migliore definizione di feticismo.

Rimsha Masih è cristiana e i cristiani, insieme a tutti gli uomini di buon senso, si indignano per l’accaduto. Feticci e feticismo faccenda, dunque, di religioni integraliste? Di spiritualità ancestrali, tribali,  esotiche? Dalle nostre parti, nel nostro tempo, non è in vigore alcuna Sharia e la blasfemia non è punibile con la pena di morte, eppure il feticcio religioso continua a essere attualissimo. Nelle chiese - e non solo - della moderna Europa  imperversano oggetti (nella Chiesa cattolica talvolta anche persone) che pur non essendo Dio lo diventano in Sua vece, chiunque non li rispetti merita sanzione non solo per il danno oggettivo procurato, come sarebbe congruo, ma anche per offesa al sentimento religioso che l' "Oggetto" rappresenta. Tutto sommato è comprensibile, anche i mariuoli che rubano l'anello, ricordo della beneamata nonna defunta, meriterebbero l'aggravante e forse benefici quando lo sottraggono alla suocera detestata. In ogni caso oltre ad indignarci per i feticismi orientali sarebbe forse proficuo interrogarci sui nostri: feticci spirituali e religiosi, materiali e atei.

Nei primi decenni del XX secolo non esistevano strumenti di diffusione come gli attuali, media capaci di amplificare la "cultura dell'immagine", in grado di creare e decuplicare icone di massa, feticci di moda-potere, brand deificati onnipervadenti, eppure Marx e Freud, oggi un po’ rimossi, troppo rimossi, si erano già attardati nell’osservazione, inferenza e giudizio del feticismo, convinti che impregnasse e condizionasse pesantemente il pensiero dei singoli e il vivere insieme.

Gillo Dorfles nei nostri anni si è impegnato nell'enucleare il feticismo occulto che permea le piccole cose, nel suo saggio «Il feticcio quotidiano» scrive:
«… La madre che va per la strada col bambino neonato nel carrozzina e che all'amica che loda l'infante, risponde: “Dovresti vedere la sua fotografia!” Ci troviamo di fronte un classico esempio di come venga dato più peso al risultato fittizio che all'autentico. Ecco, dunque, uno degli aspetti d'una elaborazione feticistica: la foto migliore, “più parlante” del bambino».

Trascorrere le vacanze a scattare foto per pubblicarle nel simulacro di un social network invece di vivere la realtà del momento;
l’intrattenersi di massa nella contemplazione di immaginette devozionali offerte dalla pornografia virtuale, mentre  partners dotati di corpo reale rimangono ad aspettare che i pornauti terminino le loro giaculatorie misticheggianti per poterli abbracciare per davvero...
L’elenco dei feticci provincial-nostrani sarebbe lungo, materiale modesto, forse inoffensivo, evidentemente lontano dal feticismo religioso dei militanti islamici del Pakistan, eppure nel prevalere dell’immagine, dell'oggetto simbolico in vece della realtà, constatiamo qualcosa di somigliante e i territori d’azione si rivelano inaspettatamente contigui.

 

 


TI CHIAMO DOMANI  Paolo Polli mixed media on canvas. 

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