BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Bruno Vergani

Bruno Vergani

Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.

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Mercoledì, 13 Febbraio 2013 19:10

Paradisi & Fogne

Lo stesso giorno che la Procura di Milano chiude le indagini sulla sanitopoli lombarda, accusando il governatore uscente Roberto Formigoni di associazione per delinquere con altre 16 persone molte delle quali vicine a Comunione e Liberazione, il cardinale arcivescovo di Milano Angelo Scola, nell’omelia dell’anniversario del Riconoscimento Pontificio di Comunione e Liberazione, ricorda il «pensiero sorgivo» di Mons. Giussani - fondatore di CL - e invita i presenti a testimoniare il carisma ciellino dell’incarnazione cristiana «dentro le situazioni vocazionali quotidiane quali la scuola, il lavoro, i quartieri, la società, l’economia, la politica». Testimonianza di «largo respiro» che documenti «la bellezza della fede.»

Lo scostamento tra le gravissime accuse dei magistrati inquirenti su un pezzo importante di CL – due degli indagati appartengono al gruppo monastico dei Memores domini, quintessenza di CL -  e le parole del Cardinale appare imbarazzante nella sua enormità. Come è possibile che tale cristiana testimonianza di bellezza sociale si possa declinare, nel caso di specie, in una potenziale associazione per delinquere? Macroscopico errore degli inquirenti? Indagati ciellini traditori di alti ideali perché schegge impazzite? L’alta probabilità di rinvio a giudizio per tutti gli indagati aiuterà a fare chiarezza a beneficio della stragrande maggioranza degli appartenenti a CL che, estranei a associazioni a delinquere, si vedono impegnati a testimoniare la «bellezza della fede» nel sociale come invita l' Arcivescovo di Milano.

Riteniamo che per meglio comprendere e ridimensionare l’enormità dello scostamento tra le ipotesi accusatorie dei giudici e quelle ieratiche del Cardinale occorra prendere distanza dal codice penale per analizzare la concezione ecclesiologica di CL, specialmente dei Memores, in quanto non esente da rischi potenzialmente capaci di far incontrare paradisi d’intenti con fogne reali: don Giussani definiva la comunione tra Memores con l’affermazione: «Io sono Tu che mi fai», con quel “Tu” intendeva Dio e nel contempo, riferendosi al mistero dell’incarnazione cristiana, ogni confratello aderente al gruppo. In questa concezione il nome di ogni memor è ritenuto sacramentalmente unificato all’origine con quelli degli aderenti gruppo. Comunità giudicata dagli appartenenti segno sacramentale di Dio stesso e “ontologicamente” costitutiva (farebbe essere, esistere) l’“Io” di ogni singolo componente. Nella concezione interna dei Memores ogni nome è, dunque, fuso nel gruppo; un “Noi” corporazione mistica, coincidente la presenza di Dio nella storia e strutturante alla radice ogni partecipante al gruppo.

All'interno di questa esaltazione unitaria oltre la carne e il sangue, con vincoli di riservatezza e di fiducia molto più stretti di quelli di una famiglia, la gestione dei beni obbedisce - indifferente alle norme del diritto privato - a regole proprie: ogni singolo aderente nel professare promessa di povertà al gruppo rinuncia ad ogni possesso personale offrendolo alla corporazione ma, dato che la comunità dei Memores è composta dall'insieme indivisibile dei partecipanti stessi, di fatto ogni aderente (pur non possedendo personalmente nulla) usufruisce dei beni di tutti gli altri, nella forma e misura dettate dal Direttivo responsabile del gruppo nei confronti del quale ogni memor deve assoluta obbedienza. In concreto a quel "Noi" ogni singolo partecipante dà tutto e prende tutto: ciascun patrimonio personale è donato a tutti e l'intero patrimonio del gruppo viene dato ad ognuno, così all'interno dell'associazione - pur usufruendo appieno del patrimonio collettivo - ogni singolo partecipante non possiede personalmente nulla come esige il voto di povertà, condizione inderogabile per l’ammissione alla corporazione. Riguardo la povertà la descrizione ufficiale dei Memores afferma: «Distacco da un possesso individuale del denaro e delle cose.» Non dall’utilizzo personale nel possesso di gruppo.

In questa concezione autoreferenziale il confine d’imputabilità di ogni memor in relazione al patrimonio dei Memores (e viceversa) diviene nebuloso: i nomi e cognomi personali si confondono, commutano tra loro, si mischiano, si  interpongono vicendevolmente, si unificano indistinti nell’idea di quel “Noi”, “Ente” umano ritenuto dagli aderenti sovrumano e divino che tutto ricompone, ingloba, copre, giustifica, salva. Una concezione unitaria che conduce a con-fusione riguardo i patrimoni dei singoli fra loro, nella corporazione e nella società, dove la povertà intesa come rinuncia al possesso personale ma non all'utilizzo dei beni potrebbe favorire meccanismi ambigui e derive tribali nella gestione, possesso ed uso, del patrimonio personale e associativo, e all’interno del gruppo, e con il mondo esterno. Don Giussani indicava di far proprie le ragioni dell’autorità dei Memores da cui l'informazione di fondo doveva essere individuata, accolta e consapevolmente ri-eseguita. Per obbedire quindi non basta l’accondiscendenza, l’accettazione e neppure l’identificazione con il superiore, ma si esige interiorizzazione: l’appropriarsi dei contenuti, dei giudizi e delle opinioni dell’autorità per farle diventare intimamente proprie sentendone il valore. In questa concezione la morale personale coincide con la sequela all’autorità del gruppo, con l’obbedienza al diretto superiore invece che alla propria coscienza.
La cronaca giudiziaria di questi giorni con esponenti di Comunione e Liberazione e di Memores indagati in vicende giudiziarie avvalora, di fatto, i rischi di tale concezione ecclesiologica che esautora il soggetto dal pensare fagocitandolo, indifferente al codice penale, al gruppo di appartenenza e alle sue regole autoreferenziali.

Lunedì, 11 Febbraio 2013 18:58

Habemus Papam!

Nanni Moretti nel suo “Habemus Papam!” aveva visto bene. I fedeli dopo l’elezione vorrebbero vederlo o almeno conoscerne il nome, ma il nuovo Papa non ha il coraggio di condurre un miliardo di cristiani e si nasconde; il coraggio se uno non ce l'ha mica se lo può dare, diceva don Abbondio. Il Papa è stato eletto ma non c’è, la folla dei fedeli radunata in piazza San Pietro scruta la loggia centrale: tende rosse su un fondo nero vuoto, un po’ Zen e musulmano insieme. Dio o qualcosa che gli assomiglia forse è ancora lì sul balcone, ma senza un uomo che lo rappresenti si insinuano nei fedeli interrogativi conturbanti. Senza una istituzione che raffiguri Dio nella storia la fede si confonde, i fedeli mugugnano delusi, l’ansia diventa angoscia, nulla ha più un senso; l'ansia nel film è  evocata rimane "fuori campo" eppure l'angoscia dei fedeli incombe come un macigno. Uomo insieme agli uomini il Papa vaga per la città, percorre il lungotevere dentro un autobus mischiato ai pendolari, incontra persone reali, normali, spontanee, sane. Appare più potente il Papa anonimo di quello istituzionale, lontano da valzer teologici e senza ermellino da macchietta diventa Uomo. I fedeli avrebbero potuto lasciarlo in pace, libero di girovagare per la città, un Cardinale avrebbe potuto affacciarsi al balcone di San Pietro per annunciare ai fedeli: “Il Papa non vuole fare il Papa. Il Papa non c’è più e non ne facciamo un altro, se proprio ci tenete a seguire Cristo fatelo da soli”. Troppo audace invitare il popolo di Dio ad un fai da te metafisico, meglio che il Papa ritorni al suo ruolo e dica per conto di Dio parole chiare, distinte e inequivocabili, opportuno che il Papa torni rapido al suo posto così che il fondo nero e vuoto del balcone sia colmato da un Dio presente con la faccia di quell'uomo che i Cardinali hanno eletto Papa. Così vogliono i fedeli, seguire Cristo in presa diretta è per loro faccenda complicata, insidiosa, più rassicurante essere guidati da una istituzione esterna, altra. Meglio la consolazione alla verità.

Nella rinuncia a continuare Ratzinger, quello vero, ha manifestato pensiero autonomo in azione. Preciso. Libero. Laico. Pensiero che non deve dar conto a chicchessia. Nel suo abdicare si è mostrato sovrano. I senatori a vita della Repubblica da oggi appaiono vecchi e un po’ malati nella loro fissità. Ha terminato iniziando. Bravo. Adesso non ne facciano più. Tutti Papa come lui. A ognuno la propria Cattedra universale. Tutto il potere al singolo. I did it my way. Motu proprio per tutti.

Sabato, 09 Febbraio 2013 18:22

storia della scrittura

e uno...

 

e due...

 

e tre!

FINE

Mercoledì, 06 Febbraio 2013 09:33

Asphodelus

«L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
(Italo Calvino, Le città invisibili, 1972)

Diego Fusaro commentando il suo libro “Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo” da nome e cognome all’inferno sociale denunciato da Calvino:
«… in quest’ottica, si spiegano peraltro fenomeni interessantissimi come l’abolizione del pensiero dialettico, la rimozione completa, fino all’89 – dicevo - che è la data decisiva, insieme al ’68; perché con l’89, col crollo del muro di Berlino, è come se sotto le macerie fosse rimasta la pensabilità stessa dell’ ‘essere altrimenti’. Il capitalismo si assolutizza, diventa come l’aria che respiriamo, neutralizza il pensiero stesso di un’altra possibilità. Io nel libro uso una formula spinoziana, capitalismus sive natura, il capitalismo diventa la natura in cui viviamo, al tal punto che non si parla nemmeno più di capitalismo. Se si parla di capitalismo, già lo si identifica e se ne mette in discussione la pretesa con cui si autocontrabbanda il capitalismo, cioè quella di essere assoluto, intrascendibile, un destino. Il capitalismo non dice mai di essere ‘il miglior mondo possibile’, dice però di essere fatalmente ‘il solo mondo possibile’, squalificando le alternative, la possibilità di essere altrimenti.»

Chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno? Chi merita durata e spazio?
C’è gente ammalata o in prigione che non si preoccupa perchè sta in piedi sulle proprie gambe indifferente alle ultime dichiarazioni dei politici, chi li ascolta più del necessario si ritrova a frignare. Urge disintossicazione. Ieri vicino al Mirto ho piantato un Asphodelus e oggi lo annaffierò allargando il getto in una specie di pioggia leggera. Tutto il potere al singolo! 

Venerdì, 01 Febbraio 2013 11:14

L'impostore

Studente che all’interrogazione spara a capocchia quello che non sa;
negoziante che afferma l’assurdo per vendere un pezzo in più;
giornalista che mente in pubblico per fedeltà alla linea editoriale;
delinquente che dichiara il falso all’interrogatorio;
politico che, in assoluta consapevolezza, dice falsità.

Che espressione della faccia assumono in questo impostarsi impostore?

Annotiamo tre versioni:

1 impacciata con voce impastocchiata;
2 neutra (faccia come il culo);
3 imperiosa con voce di tuono.

L’ultima è la versione più fragile e comica.

Martedì, 29 Gennaio 2013 11:34

L'oscena povertà

Lo mostrano a oltranza su tutti i canali che vende la dentiera al “Compro Oro” o che mangia mele bacate raccolte nel cassonetto dei rifiuti. Lo mostrano in coda alla mensa della Caritas o intirizzito davanti alla fabbrica fallita. Lo fanno vedere sfrattato che dorme in un furgone, nella versione con la faccia oscurata o in quella in primissimo piano che piange di brutto. Di solito è solo, se in compagnia è circondato da poveri cristi peggio di lui, se sposato è separato, se non è separato è vedovo, se genitore il figlio soffre di una malattia rara, se ha i denti sani invece della dentiera vende la vera nuziale, se ha finito l’oro svende l’argento della casa che possedeva.

Nessuno lo conosce, nessuno sa come si chiama, se i suoi burattinai non lo trasmettono non esiste più. E’ così malridotto che non ha neanche un corpo, abita dentro il televisore e serve a tante cose. Permette informazione anti-establishment o pro governo, dipende dall'inquadratura della sua sagoma, a destra, al centro, o a sinistra. Consola masse di spettatori: anche se poco valorosi è facile percepirsi un po’ meglio di lui. Per chi lo vede il dolore - che la sua immagine procura - è circoscritto e vago, un fastidio agilmente tollerabile che nel cambiare canale cessa all’istante come succede col mal di testa del gelato ingurgitato troppo alla svelta. Il povero diavolo mediatico fa sentire meglio un po’ tutti: mette su un trono i mediocri, ogni perdente è consolato, ogni invidia anestetizzata. Piace tanto a qualche religioso e anche ai ricchi che lo percepiscono sacro, immacolato, mai imputabile, malriuscito per decreto deciso da una mano invisibile per mostrare al mondo il loro status symbol con estemporanee iniziative caritatevoli.


Il poveretto mediatico è atomizzato, pietrificato, fisso, eterno. Mai prende iniziativa, per lui non esiste gioco di rapporti, ignora ogni costruire, ogni imprendere, ogni relazionarsi in vista di un beneficio. Piace tanto ai conduttori televisivi e anche ai professionisti esperti in penuria universale che da lì attingono reddito. Per assolvere tutti i suoi compiti il poveretto mediatico viene prefabbricato con precisione: mai emancipato dalla primigenia infantile pretesa che siano gli altri ad esaudire i suoi desideri, a  risolvergli i problemi. Congelato e prigioniero nello status di poverino a oltranza esige amore, attenzione, affrancamento dall’altro, dagli altri, dalla società, dallo Stato o da un trascendente Altro. Cronicamente astenico, sistematicamente vittima, vuole che siano tutti lì a curarlo e se tardano nell’assisterlo se la prende a male. Non pensa, frigna. Meglio cambiare canale. Meglio che i poveri, quelli veri, non si prestino a comparse dell'osceno gioco della fiction, se qualcuno volesse proprio farlo che si faccia almeno pagare. Tanto.


Sabato, 26 Gennaio 2013 21:57

Quando l’infinito noleggia automobili

Sono 16 gli indagati nell'inchiesta della Procura di Milano per turbativa d'asta e corruzione, vicenda di presunti appalti truccati sul noleggio di auto a enti pubblici di Milano e provincia, che vedono ancora indagati e arrestati soggetti vicini alla Compagnia delle Opere e a Comunione e Liberazione. Il Gip,  nell’ordinanza di misura cautelare, annota: «non pare affatto casuale il fatto che i rapporti con soggetti indicati come sicuri alleati, perché legati da forti vincoli di amicizia […] connotati dalla comune adesione/condivisione ideologica al gruppo di CL. L’idea, che andrà approfondita in maniera attenta, è che proprio questa appartenenza sorregga atteggiamenti di mutuo sostegno che, se nell’ambito dei rapporti tra operatori commerciali privati possono essere leciti, quando si parla di società pubbliche si traducono in comportamenti che costituiscono reati. Comportamenti che fanno dimenticare l’interesse pubblico al quale il singolo funzionario deve essere solo preposto, in favore dell’interesse privato del compagno di cordata. Comportamenti ben più pericolosi della banale corruzione per denaro, perché radicati su un sentire comune che non ha “prezzo”.» (Valutazioni che in differente contesto avevamo approfondito nel merito, vedi qui ).

Comunione e Liberazione esprime in un Comunicato stampa «forte preoccupazione» e interpretando le parole del Gip afferma l’incostituzionalità di tesi che giudicherebbero «l’appartenenza a una realtà ecclesiale […] di per sé foriera di comportamenti illeciti secondo un principio di causalità».
l’Ufficio stampa di CL, nell’estrapolare l’annotazione contenuta nell'ordinanza, omette di pubblicare quanto precisa il Gip riguardo il « mutuo sostegno (degli appartenenti a CL n.d.r.) che, se nell’ambito dei rapporti tra operatori commerciali privati possono essere leciti, quando si parla di società pubbliche si traducono in comportamenti che costituiscono reati» in quanto « comportamenti che fanno dimenticare l’interesse pubblico al quale il singolo funzionario deve essere solo preposto, in favore dell’interesse privato del compagno di cordata.»

Un omettere chirurgico che lascia perplessi in quanto scollega la vicenda dalla fattispecie delittuosa per universalizzarla così da condurla a una metafisica della smisuratezza: esautorando la fattispecie rimane la confusione, un perdere contatto con la realtà che proietta la vicenda dalla cronaca giudiziaria a una dimensione nebulosamente mitica. Leggere le parole del Gip fuori dal preciso e circoscritto caso delittuoso di specie porta a migrazione istantanea dalla Milano odierna alle catacombe della chiesa primitiva, dalla Procura del capoluogo lombardo all’imperatore Diocleziano persecutore di cristiani.

Così, da più parti (settimanale Tempi, Cultura Cattolica); da giuristi e politici vicino a CL, Berlusconi incluso, si grida allo scandalo, alla censura di una esperienza comunitaria, alla persecuzione. Qualche ciellino, non curante che i magistrati facciano il loro dovere indagando su qualche Panda data a noleggio da privati a enti pubblici con regole forse truccate, già intende autodenunciarsi per gridare al tribunale di Milano, e al mondo intero, la personale e assoluta appartenenza all’avvenimento salvifico di CL ritenuto sovrastorico, immacolato per forza propria, indenne a qualsiasi misura dettata dal codice penale. Un sentire comune esaltato, smisurato, innocuo se non lambisce il pubblico, pericoloso se lo pervade. Viste le reazioni comprensibile l’attenzione “approfondita e attenta” al fenomeno da parte della magistratura.

Martedì, 22 Gennaio 2013 12:50

L’ideologia dei princìpi non negoziabili

E' possibile vivere sereni nella nazione dove il falso in bilancio non è punito? Pacatamente soddisfatti nonostante il degrado morale della classe politica? Fiduciosi anche se le mafie imperversano? Contenti malgrado l'epocale recessione economica? E' possibile e lo fanno in tanti. Giovanna, una di loro, intervenendo nel Blog del settimanale cattolico 'Tempi', offre le istruzioni:

«... per me non è uguale a zero che col centrodestra al governo in Italia in questi anni, non sia stato ampliato l'aborto e ostracizzata l'obiezione di coscienza, non si sia giocato con uteri e gameti, sia stata mantenuta la famiglia senza genitori 1 e 2, i fondi alle scuole libere siano calati, ma non azzerati [...] non sia stata introdotta l'eutanasia degli anziani e dei malati [...] guardando la Francia, la Spagna, l'Inghilterra, il Belgio, non mi sono affatto pentita di aver votato centro-destra.»

Dall'epicentro dello sfascio si erge una pacata soddisfazione derivante dalla formale osservanza ai "princìpi non negoziabili", sintesi della dottrina sociale della Chiesa cattolica. Princìpi promulgati dalla Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede, poi ribaditi dal discorso di papa Benedetto XVI ai parlamentari del Partito popolare europeo del 30 marzo 2006. Trattasi per il Magistero ecclesiastico non di valori morali interpretabili, ma di princìpi inderogabili per ogni uomo, espressi in tre precisi punti operativi ai quali fare riferimento come criterio di scelta dei candidati in occasione delle elezioni:
difesa della vita dal concepimento alla morte naturale; centralità della famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna; libertà di scelta educativa, senza costi aggiuntivi per le scuole confessionali.

Lasciamo ai teologi annotare eventuali necessità di ricalibratura tra il set etico-politico su esposto e il pensiero di Gesù di Nazareth per evidenziare quanto sia controproducente, in un sistema democratico, voler fissare senza spazio alcuno di contrattazione né di discussione il primato ideologico di una propria visione del mondo su tutte le altre. Impossibile che uno specifico set etico possa aderire perfettamente a tutta la realtà, all'immediatezza della vita, alla complessità delle cose, alle soggettive sensibilità. Posizione controproducente per tutti, cattolici per primi: quando la ragione non accetta la categoria della possibilità, del diverso, diventa inevitabilmente e ideologicamente violenta.
Ogni uomo, ogni cattolico pensante, meriterebbe di meglio di una infantile chiamata a raccolta intorno a dei princìpi generali calati dall'alto e sottoscritti, sovente, da politici professionisti che, pur non vivendoli in casa propria, li avvallano ipocritamente e cinicamente in piazza per ottenere consenso.

Venerdì, 18 Gennaio 2013 16:51

Gnostici contemporanei

Meglio diffidare dei guru politici contemporanei, quelli antisistema, moderni gnostici che ossessi non ridono mai.

Più del necessario dicono e ridicono del dominio occulto di elite finanziarie, di egemonia di imperi geopolitici-militari, di informazione sempre e solo manipolata.

Predicano di una mano invisibile che domina tutti quanti e di un occhio occulto che ti guarda anche quando sei solo nel cesso.

Grandi grandi (presumono di sapere tutto) firmano per i loro devoti verdetto senza appello, li rendono piccoli piccoli, tutti quanti fottuti a prescindere.

Se troppo ascoltati producono esautorazione dal pensare e da ogni imprendere. Ben vengano anche loro (qualcosa di tanto in tanto azzeccano) ma con la giusta misura.

Venerdì, 18 Gennaio 2013 12:33

«Come non detto»

Un mosaico che invece di cubetti di pietra colorata assemblati su una parete unisce in sequenza duemila differenti parole, stilemi e frasi, di altrettanti autori. Questo è «Come non detto», poema ipertestuale sperimentale di Marco Cetera. Non è un collage letterario e nemmeno paciugo: la sequenza delle parole obbedisce al progetto dell’autore che - a modo suo - estrapola da opere esistenti singole parole, o insiemi di parole, per creare una narrazione. Il materiale letterario di partenza è vario, sovente valoroso. Il “poema” oltre che musivo è ipertestuale dunque da leggersi su computer o lettore eBook, ogni frammento è accompagnato da un link che fornisce al lettore la fonte bibliografica della citazione, è anche possibile accedere online alla biografia di ogni specifico autore.

L’estrapolazione e l’assemblaggio di parole singole che Cetera prende dalle opere letterarie, nel complesso compito di costruire la trama del “suo” racconto “originale”, appare di poco interesse - nulla cambierebbe dall’attingere tale singola parola dal dizionario invece che da opera letteraria - ma è sufficiente che i lemmi raccolti siano anche solo due e l’esperimento appare interessante: incontriamo uno stile disinibito, fresco, coraggioso, forte. Di fronte a questo valore e piacere inaspettato sorge spontanea la domanda: fino a che punto abbiamo la possibilità di enunciare un pensiero che sia davvero nostro; l’arte è assemblaggio di fotocopie? Cetera intervistato in proposito rispondeva: «Nel 1968, Roland Barthes annuncia “la morte dell’autore”. Secondo il semiologo francese l’autore non esiste, si riduce a mero luogo di incontro di linguaggio, citazioni, ripetizioni, echi e referenze. In un certo senso, “Come non detto” vuole essere una dimostrazione empirica della tesi sostenuta da Barthes.»

Nel leggere il testo si avverte tutt’altro: il poema sta in piedi non per forza propria ma per forza atomica intrinseca di qualche mattone particolarmente valoroso, che inserito al posto giusto, o anche sbagliato, riesce ad emancipare tutti gli altri mattoni e il loro accostamento dalla banalità. L’autore, gli autori, esistono: tanto potenti dall’avere generato mattoni forti e originali che stanno in piedi da soli indenni a qualsiasi assemblaggio e capaci di valorizzare ogni mattone - anche se minore o insignificante - che gli si avvicini.
 

Come non detto
poema musivo ipertestuale
di Marco Cetera
http://www.comenondetto.net/
L'eBook si puo' scaricare gratuitamente da:
http://www.comenondetto.net/ebook/

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